Saggezza Vedica

 


Il corpo è l'arco, l'OM è la freccia, lo spirito è la punta della freccia;

dopo aver trafitto l'ignoranza caratterizzata dall'oscurità, si giunge alla non-oscurità;

dopo aver trafitto ciò che è avvolto nelle tenebre si vede Colui che risplende come una ruota di fuoco,

il potente Brahman.

(MAITRY UPANISHAD, V, 24)


Coloro che, non avendo afferrato il concetto di Dio, non si adeguano ai Suoi precetti,

subiscono la paura, l'invidia, l'avidità, le illusioni, la follia, si lamentano, si esaltano

e giungono sino a uccidersi l'un l'altro.

(SRIMAD BHAGAVATAM, X, 4, 27)


Conoscilo, Colui che è al di là dell'intelligenza; e che la sua pace ti doni la pace.

Sii un guerriero e uccidi il desiderio, questo potente nemico dell'anima.

(BHAGAVAD GITA, III, 43)


Come non vediamo il cielo dietro le nuvole né l'aria pura a causa della polvere,

così gli uomini senza intelligenza non scorgono la Verità.

(Srimad Bhagavatam, I, 3, 31)


Questo Dio, nascosto sotto ogni cosa, non rivela il suo Io a tutti come fa l'Io di tutto.

Ma è chiaramente concepito da quei profeti che, attraverso la meditazione,

hanno reso il loro intelletto sopraffino ancor più puro e sottile.

A questi cuori rettamente indirizzati, purificati ed intellettualizzati, Dio rivela se stesso.

(Katha Upanishad, III, 12)


Si deve fermare la mente nel cuore fino a quando non sia resa al silenzio:

questa condizione costituisce la vera Conoscenza e la Liberazione,

tutto il resto non rappresenta altro che letteratura verbosa.

(Brahmabindu Upanishad, 5)


Sarà beato colui che riuscirà a realizzare il Brahman mentre vive ancora da pellegrino sulla terra.

Colui che non riesce a conoscere il Brahman soffrirà la massima perdita.

I saggi che hanno realizzato il Brahman come il Sé in tutte le cose, dopo la morte diventano immortali.

(Kena Upanishad, II, 5)


Colui che nutre l'idea di "io" agisce anche se non compie nessuna azione.

Ma per il saggio liberato da ogni idea di "io", non vi è azione nemmeno quando agisce.

(Astravakra Gita, XVIII, 29)


Tu non sei il corpo; il tuo corpo non sei tu.

Tu non sei colui che agisce; tu non sei colui che fruisce dell'azione.

Tu sei pura consapevolezza, il testimone di ogni cosa.

Tu sei senza aspettative, libero. Ovunque tu vada, sii felice.

(Ashtavakra Gita, 15, 4)


Colui che, al momento della sua fine, abbandonando il corpo,

se ne va col pensiero rivolto a Me soltanto,

entra nel Mio essere: su questo non c'è alcun dubbio.

E quale sia l'Essere, pensando al quale un uomo abbandona il suo corpo alla fine,

proprio quello egli consegue, poiché sempre è stato assorto in quel pensiero.

Per questo in ogni momento ricordati di Me e combatti.

Se avrai la mente e l'intelletto fissi su di Me, senza dubbio a Me verrai.

(Bhagavad Gita, 8, 5-7)


Colui che non esulta né odia, che non si rammarica e non desidera,

che ha lasciato da parte così il bene come il male,

che Mi è teneramente devoto, costui Mi è caro.

(Bhagavad Gita, 12, 17)


 Come potrà mai riuscire lo stolto a controllare la propria mente?

Il controllo della mente arriva con naturalezza al saggio che trova la felicità in se stesso,

senza che debba fare sforzi.

(Astravakra Gita, XVIII, 41)


Come sono diversi il saggio che conosce se stesso (il proprio Atman) e gioca al gioco della vita,

e lo stolto che vive nel mondo e si trastulla nei sensi come una bestia da soma legata al suo giogo.

(Astravakra Gita, IV, 1)


L'Essere Supremo trascende di gran lunga l'universo, pur essendo immanente in tutte le creature.

Non ha forma perché trascende nomi e forme. Non Lo tocca la tristezza.

Chi conosce l'Eterno diventa immortale; gli altri invece restano nelle carceri del dolore.

(Svetasvatara Upanisad, III, 10)


I saggi dichiarano che, per tutte le creature, il seme che produce l'incessante nascita è il desiderio.

Se vi è una cosa che dovrebbe essere desiderata, essa è la libertà dalla rinascita;

questa libertà sarà raggiunta solo desiderando di essere senza desiderio.

(Tirukkural, 361-362)


Come i fiumi che scorrono da est a da ovest confluiscono in uno stesso mare e diventano uno con esso,

dimenticando di essere fiumi separati,

così tutti gli esseri perdono la propria identità separata quando infine s'immergono nel puro Essere.

(Chandogya Upanisad)


La schiavitù consiste meramente nel desiderio di soddisfazione dei sensi;

la liberazione nella rinuncia ad esso.

(Mahopanisad, V, 97)


Come l'ombra segue l'uomo ovunque vada,

la distruzione segue i passi di coloro che commettono il male.

(Tirukkural, 208)


Privo di desideri, saggio, immortale, esistente in sé, pieno di grazia, mancante di nulla,

è chi conosce l'Atman, il saggio, senza età, sempre giovane:

egli non teme la morte!

(Atharva Veda, X, 8, 44)


Con l'acqua si lavano le vesti;

la mente si lava con la verità (sathya),

e con l'innocenza (non-violenza=ahimsa) si lava l'anima;

l'intelletto si lava con la conoscenza.

(Maha-subhasita-samgraha)


Dal cuore umano si dipartono cento e un nervi (percorsi vitali).

Uno di essi sale al cervello, alla corona composta da mille petali.

Passando al momento della morte per questa via, si raggiunge il regno dell'immortalità.

Ma se il prana discende per altre vie, si tornerà indietro verso una nuova nascita.

(Katha Upanishad, III, 16)


Vero e reale, il supremo Assoluto è l'unico rimedio a questo universo di trasmigrazione.

Senza macchia, al di là di ogni immaginazione, perenne, è privo d'un inizio, d'un mezzo o d'una fine.

(Annapurnopanishad, V, 72)


Due parole stanno a indicare schiavitù e liberazione: «mio» e «non mio».

«Mio» costringe l'uomo in schiavitù, «non mio» lo libera.

(Varahopanisad, II, 43b/44a)


Il devoto che canta le lodi di Dio

giunge a capirne quella realtà spirituale che gli uomini ignoranti credono inesistente e vana.

(Srimad Bhagavatam, IX, 9, 49)


L'Atman è puro, fermo, incrollabile, non turbato né da passioni né da desideri;

dimora in sé come uno spettatore e gioisce dell'ordine cosmico.

(Maitry Upanisad)


Una volta che la lampada è stata accesa, non può che fare luce,

e una volta che il fiore si apre, diffonde inevitabilmente il suo profumo.

In modo simile, quando il cuore sboccia nella Divinità,

la pace e la compassione diventano parte integrante di voi, come la vostra ombra.

(Mata Amritanandamayi)


    Fa' in modo che l'attaccamento a Colui che non ha attaccamenti sia il tuo attaccamento.

Quell'attaccamento ti aiuterà a liberarti dai tuoi attaccamenti.

(Tiruvaluvar)


Colui che non sa, che è privo di fede, che ha il dubbio nel cuore, è perduto.

Né questo mondo, né l'altro, e neppure la felicità appartengono a chi ha il dubbio nel cuore. 

(Bhagavad Gita  IV, 40)


Quando un uomo non invidia gli altri né nuoce agli altri

ha raggiunto l'equilibrio che gli permette di evolvere in tutte le direzioni. 

(Srimad Bhagavatam  IX, 19, 15)


Yoga è desistere dalle divagazioni mentali,

quando il veggente si pone nella sua identità essenziale. 

(Yogasutra di Patanjali  I, 2-3)


Chi ascoltando le voci del cuore o gli insegnamenti dei saggi si distacca dalle cose materiali

e lascia il mondo delle apparenze per seguire quel Dio che è dentro di lui,

ecco veramente un grande uomo. 

(Srimad Bhagavatam, I, 13, 27)


La mente per i mortali costituisce la sola causa di schiavitù o di liberazione.

Se aderisce agli oggetti sensoriali lo è di schiavitù, quando è priva di ogni oggetto lo è di liberazione.

(MAITRY-UPANISHAD, VI, 34)


Come il fuoco brucia il legno in cenere, così la devozione verso di Me brucia ogni trasgressione passata.

(UDDHAVA GITA, IX, 19)


Quello che gli occhi non possono vedere ma per il cui tramite vedono, sappi che quello è il Brahman. 

(Kena Upanishad)


Come il ragno tesse una rete dal cuore passando per la bocca, e poi la ritira nel cuore,

così l'Uno crea questo mondo di molteplicità e poi lo ritira dentro di Sé. 

(UDDHAVA GITA, 4, 21)


E' saggio colui che non si lascia turbare dalle sofferenze,

che non si lascia allettare dalle gioie,

che non cade in preda alla paura e alla collera. 

 (BHAGAVAD GITA, II, 56)


In verità, come le varie parti del corpo non possono vedere gli occhi,

così gli esseri viventi non possono capire Dio con i sensi, con la mente, con lo spirito vitale,

anche se ognuno di noi Lo porta nel profondo del cuore.

(SRIMAD BHAGAVATAM, VI, 3, 16)


Anche se gli uomini non muovono un dito,

il destino porge loro il frutto buono o cattivo delle azioni che hanno compiuto nella vita precedente.

Ne ricevono la retribuzione nelle stesse circostanze,

luogo e tempo in cui una azione, buona o cattiva, fu compiuta.

(PANCATANTRA, II, 74-75)


L'anima è indicata con le parole 'no! no!', è inafferrabile, perché non si può ghermire,

indistruttibile, perché non si può distruggere, distaccata, perché a nulla si attacca.

E' svincolata, non trema e non può essere colpita.

(BRIDAH-ARANYAKA UPANISHAD, III, 9, 26)


Come una sola luna si riflette nei molti ricettacoli che contengono l'acqua,

così l'unico Sé supremo che dimora nel corpo di qualcuno è lo stesso Sé che dimora in tutti i corpi.

(UDDHAVA GITA, 13, 32)


Di tutte le benedizioni che una persona sulla via della realizzazione trascendentale può acquisire in questo mondo,

la più alta è la conoscenza, simile alla nave che ci permette di attraversare l'oceano tempestoso.

(SRIMAD BHAGAVATAM, IV, XXIV, 75)


Non colui che soddisfa tutti i suoi desideri otterrà la pace,

ma colui che rimarrà imperturbabile ai desideri,

come un oceano che rimane calmo nonostante tutte le acque che vi si rovesciano.

(BHAGAVAD GITA, II, 70)


La natura dell'Atman è l'Eternità, la Purezza, la Realtà, la Coscienza e la Beatitudine,

come la luminosità è la natura del sole, la frescura quella dell'acqua, e il calore quella del fuoco.

(Sankaracharya, ATMABODHA, 23)


Come l'olio nel seme di sesamo, come il burro nel latte,

come l'acqua nelle fonti, come il fuoco nel legno,

così dimora il Signore dell'Amore, il Sé, nel profondo della coscienza.

Conoscilo mediante il vero e la meditazione.

(SHVETASHVATARA UPANISHAD, I, 15)


Egli è l'unico Dio che è nascosto in ogni creatura, che compenetra tutto, che è il Sé interno di ogni creatura,

testimonio di tutte le attività, che dimora in tutti gli esseri, il testimonio, che è puro pensiero ed immateriale,

il Potente tra i molti spiriti impotenti, Colui che rende manifesto l'unico seme (della materia).

I Saggi che lo scorgono entro se stessi ottengono eterna beatitudine - nessun altro.

(SHVETASHVATARA UPANISHAD, IV, 18, 20)


La casa è il corpo dell'uomo e ricco è chiamato chi abbonda di virtù;

povero è chi non è contento e sventurato chi non è padrone di sé;

è un vero signore colui il cui animo non è attaccato agli oggetti dei sensi,

ma chi è legato ad essi non è che uno schiavo!

(BHAGAVATA-PURANA, XI, 19, 43cd-44)


Dar gioia agli altri è virtù, dar dolore è colpa.

Nessun uomo faccia ad un altro un atto che non vorrebbe sia fatto a sé da altri,

sapendo che gli sarebbe penoso.

Ed anzi, voglia per gli altri tutto ciò che desidera per sé.

(MAHABHARATA, Shanti Parva, CCLX, 20, 21, 23)


A causa dell'ignoranza l'anima vede il proprio corpo materiale come propria identità,

ma come l'inquilino è differente dalla casa, così l'anima è differente da un corpo,

fatto di elementi materiali che nel tempo si degradano e alla fine muoiono.

(SRIMAD BHAGAVATAM, VII, 2, 42)


Il corpo è l'arco, l'OM è la freccia, lo spirito è la punta della freccia;

dopo aver trafitto l'ignoranza caratterizzata dall'oscurità, si giunge alla non-oscurità;

dopo aver trafitto ciò che è avvolto nelle tenebre

si vede Colui che risplende come una ruota di fuoco, il potente Brahman.

(MAITRY UPANISHAD, V, 24)


Il  cielo è ciò che delizia la mente; l'inferno è ciò che l'addolora;

sicché il vizio è chiamato inferno; la virtù cielo.

(VISNU PURANA, II.6.40)


Esse sono due, nascoste nel segreto dell'Infinito: la Conoscenza e l'Ignoranza,

ma l'Ignoranza è peritura, la Conoscenza immortale.

Diverso da esse è Colui che governa ad un tempo la Conoscenza e l'Ignoranza.

(SVETASVATARA UPANISHAD, V, I)


Conoscilo, Colui che è al di là dell'intelligenza; e che la sua pace ti doni la pace.

Sii un guerriero e uccidi il desiderio, questo potente nemico dell'anima.

(BHAGAVAD GITA, III, 43)


La mente incomincia a meditare allorquando albeggia la fede sull'orizzonte (mentale).

Se manca la fede non v'è meditazione. L'uomo di fede medita.

Una fede profonda conduce alla meditazione.

(CHANDOGYA UPANISHAD, 19, 1)


Realizza che quello è il Brahman,

una conquista che non lascia nient'altro da conquistare,

una beatitudine che non lascia alcun'altra gioia da desiderare,

e una conoscenza che non lascia nient'altro da conoscere.

(Sankaracharya, Atmabodha, 54)


Ho conosciuto questo potente Purusha rifulgente come il sole al di là delle tenebre.

Solo conoscendo lui si vince la morte. Non c'è un'altra via da percorrere.

(YAJURVEDA, 31.18)


 Il Brahman è della natura della mente;

ha per corpo il Praana, la Sua natura è Consapevolezza di Se stesso;

il Suo potere è risoluto e infallibile;

la Sua forma assomiglia all'Aakaasa;

è il creatore di tutto;

hanno origine da Lui tutti gli impulsi e i desideri puri;

è l'autore di tutte le dolci fragranze e dei gradevoli sapori.

Pervade l'universo intero  senza parlare e senza alcuno dei sensi;

non ha turbamenti né ansie.

(Chandogya Upanishad, XIV, 2)


Come non vediamo il cielo dietro le nuvole né l'aria pura a causa della polvere,

così gli uomini senza intelligenza non scorgono la Verità.

(Srimad Bhagavatam, I, 3, 31)


Come l'uomo abbandona gli abiti vecchi per indossarne di nuovi,

così l'anima abbandona i vecchi corpi e ne prende di nuovi.

(Bhagavad Gita, II, 22)


Sappi che l'Atman è il padrone del carro e il corpo è il carro,

sappi che la ragione è l'auriga e la mente le redini.

I saggi chiamano i sensi cavalli, gli oggetti dei sensi sono l'arena,

la (personalità empirica) munita di anima, di sensi e di mente la chiamano il fruitore.

(Katha Upanishad, III, 3-4)


Il primo gradino che porta alla liberazione è il distacco (vairagya) dalle cose periture;

il secondo consiste nel coltivare la quiete mentale (sama), l'autodominio (dama), la pazienza (titiksa) e,

inoltre, nell'astenersi da tutte quelle azioni indicate dalle scritture.

(Sankara, Viveka-Cudamani, 69)


Benché l'uomo rapito in quest'unione estatica col Divino non veda nulla tranne il Sé,

la sua vista rimane intatta.

Non vede nulla, non tocca nulla, non ode nulla

perché non esiste nulla che non sia il Sé,

cessano tutte le dualità, il Tutto si riassorbe nell'Uno.

(Brhadaranyaka Upanishad, IV, 3, 23)


I mistici accettano di soffrire per coloro che soffrono, ritenendo ciò il modo più elevato per adorare Dio,

dal momento che Dio è nel cuore di ognuno.

(Srimad Bhagavatam, VIII, 7, 44)


Questo Dio, nascosto sotto ogni cosa, non rivela il suo Io a tutti come fa l'Io di tutto.

Ma è chiaramente concepito da quei profeti che, attraverso la meditazione,

hanno reso il loro intelletto sopraffino ancor più puro e sottile.

A questi cuori rettamente indirizzati, purificati ed intellettualizzati, Dio rivela se stesso.

(Katha Upanishad, III, 12)


Seguendo i passi dello Yoga che dissolvono l'impurità sorge l'illuminazione.

Gli otto passi sono

la rinuncia,

l'osservanza,

le posture,

la regolazione del respiro,

l'astrazione,

la concentrazione,

la meditazione,

l'estasi.

(Patanjali, Yoga Sutra, II, 28-29)


Il comportamento del malvagio e quello del buono

assomigliano alla condotta della scure e del legno di sandalo.

La scure taglia il sandalo, mentre questo le fa dono della sua virtù, rendendolo profumato.

(Ramacaritamanasa, Uttara-kanda, 36,4)


Dio, l'Essere Supremo, è Uno.

Con il suo potere Egli crea tutti gli esseri viventi, tutti i destini delle anime condizionate,

ma anche la libertà, la felicità, il dolore... e nulla di tutto ciò Lo tocca.

(Srimad Bhagavatam, VI, XVII, 21)


Come l'oro, che esiste da sé prima di essere lavorato in un monile, rimane oro una volta lavorato,

anche se lo si chiama bracciale, od orecchino o collana, ed è ancora oro quando il monile viene fuso;

così è per me, la causa di questo Universo: Io sono ciò che sono anche quando vengo chiamato creazione.

(Uddhava Gita, 23, 19)


Sarà beato colui che riuscirà a realizzare il Brahman mentre vive ancora da pellegrino sulla terra.

Colui che non riesce a conoscere il Brahman soffrirà la massima perdita.

I saggi che hanno realizzato il Brahman come il Sé in tutte le cose, dopo la morte diventano immortali.

(Kena Upanishad, II, 5)


Se l'anima incarnata si priva della conoscenza completa,

non controlla i sensi e la mente e compie azioni senza capirne la portata.

Così ne rimarrà prigioniera come un baco da seta costretto a chiudersi nel suo bozzolo.

(Srimad Bhagavatam, VI, I, 52)


L'uomo che si preoccupa insensatamente dell'identità del proprio essere

è come quell'uomo che si turba perché sta sognando che gli tagliano la testa.

(Srimad Bhagavatam, III, 7, 10)


C'è uno Spirito supremo la cui natura è assoluta beatitudine e bontà;

che è per essenza nemico a tutto il male,

che è la causa dell'origine, del mantenimento e della dissoluzione del mondo,

che differisce per natura da tutti gli altri esseri, che è onnisciente,

che col suo semplice pensiero e volere realizza ogni suo scopo;

che è un mare di bontà per tutti quelli che da lui dipendono.

(Vedanta Sutra, 4, 4, 22)


Ohimè, dove sono i tesori dei grandi sovrani?

Dove son finiti coloro per opera dei quali si sono manifestati i mondi nelle diverse ere cosmiche?

E che fine han fatto i mondi stessi?

Quelli d'un tempo sono svaniti.

Molte nuove manifestazioni del mondo si sono verificate.

Miriadi di divinità preposte alla manifestazione si sono dissolte,

e i re sono scomparsi come granelli di polvere.

(Varahopanishad, III, 22-23a)


Tramite la meditazione ci si deve dedicare a trasformare il proprio Sé nell'Assoluto non duale,

che è essere, coscienza e beatitudine,

e si deve divenire pari a quest'Assoluto che è essere, coscienza e beatitudine:

questo è l'insegnamento.

(Vajrasucikopanishad, 29)


Non è possibile acquisire immediatamente la consapevolezza dello Spirito conoscibile,

se non lo si custodisce continuamente nella propria coscienza.

Se lotterai per rinunciare ai tuoi appetiti terreni, sarai libero dalla malattia e dal pericolo.

Fintantoché non soggiogherai la tua mente, non potrai liberarti dai tuoi desideri,

e se non sopprimerai i desideri non potrai controllare la tua mente irrequieta.

(Yogavasistha, XI)


La liberazione è la distruzione della schiavitù,

che consiste nella sensazione di possedere personalmente oggetti,

concepiti come fonte di piacere o dolore.

Questa distruzione si ottiene distinguendo tra ciò che è imperituro

e ciò che è transeunte in questo universo effimero.

(Niralambopanisad, 31)


Il «segno» della divina presenza è nel fuoco per chi si dedica ai riti;

nell'acqua, nel cielo, nel sole per gli uomini saggi;

nel legno e negli altri materiali dell'icona solo per gli sciocchi;

ma, per gli asceti meditanti, esso è nel cuore.

(Kurma-purana, II, 11, 98)


Essendo uno e unico, l'Atman Universale è onnipresente e dimora in tutte le cose come la loro essenza.

Pure essendo uno, unico, appare come molteplice negli esseri,

come la luna unica si riflette molteplice ovunque nell'acqua.

(Brahmabindu Upanishad, 12)


Chi tenta di realizzarsi dedicando se stesso alle soddisfazioni del corpo

è simile a colui che vuole attraversare un fiume cavalcando un coccodrillo perché lo crede un tronco d'albero.

(Vivekachudamani, 84)


Sino a che la mente non distinguerà la natura dell'anima dal mondo della materia

sarà costretta a soggiacere al dolore, all'illusione, alla malattia, all'egoismo, all'avidità, all'inimicizia.

(Srimad Bhagavatam, V, 11, 16)


Nessun capofamiglia deve legarsi tanto ai familiari da dimenticare il Sé o da relegarlo al secondo posto.

Il saggio capofamiglia sempre ricorderà di attenersi a ciò che è imperituro e di lasciare ciò che può perire.

(Uddhava Gita, 12, 52)


La mente rivolta all'interno è il Sé,

rivolta all'esterno diventa l'ego e il mondo.

La mente non esiste separatamente dal Sé,

cioè non ha un'esistenza indipendente.

Il Sé esiste senza la mente, mai la mente senza il Sé.

(Ramana Maharshi, Detti)


Il supremo Assoluto è somma verità,

e ha come attributi caratteristici essere, coscienza e beatitudine.

Inconoscibile, inesplicabile, inavvicinabile dalla parola o dalla mente,

esso è puro, sottile, privo di forma, immutabile, immacolato.

E' altresì infinito, esente da distinzioni, incomparabile, salvifico.

(Yogasikhopanisad, II, 16-17)


L'universo è l'Assoluto, e il Sé lo pervade interamente.

«Io sono una cosa, il mondo un'altra»:

abbandonando questa perniciosa opinione erronea

non sono più possibili costruzioni mentali per l'Assoluto che rifulge eterno.

Non vi è più dolore, né illusione, né vecchiaia, e neppure la rinascita.

(Mahopanisad, VI, 12-13)


Se si porta via un vaso, la stessa sorte non tocca allo spazio che in esso era contenuto,

ed è il vaso a essere portato via, ma non lo spazio.

Così si consideri il principio cosciente individuale come simile allo spazio.

(Tripuratapinyupanisad, V, 13)


Ci sono tre grandi porte che conducono all'enorme città del samsara.

Esse sono la lussuria, l'avidità e il palato, e tutte portano alla morte.

Ma chi non è attratto non ha paura della morte.

(Sharva-Vedanta-Siddhanta-Sarasangraha, 88)


Il Sé è miele per tutti gli esseri come invero sono tutti gli esseri per il Sé,

per lo Spirito che è immanente in tutti gli esseri come loro anima.

Esso è tutto Intelligenza, tutto Luce, tutto Immortalità.

Perciò ognuno è miele per l'altro.

Quel Brahman immanente in tutti è l'Atman, l'Anima Cosmica, il Sé Universale, ed è Immortale.

(Brhadaranyaka Upanisad, V, 14)


La miglior cosa è esaminare la mente notando la natura dei suoi atti e delle sue operazioni,

che tendono a causare il ripetersi delle rinascite dell'umanità.

La mente trae il suo piacere dai pensieri degli oggetti desiderati;

quindi, assimilando essa stessa la loro natura,

assume la medesima forma di ciò da cui trae piacere.

(Yoga-vasistha, VI)


Lo specchio appannato non riflette mai i raggi del sole,

e i cuori impuri, ingannati da Maya, non percepiscono mai la gloria del Signore.

Ma i cuori puri vedono Dio così come lo specchio terso riflette il sole. Siate dunque santi.

(Shri Ramakrishinsa)


Fermezza, pazienza, autocontrollo,

rinuncia ad appropriarci di ciò che non ci appartiene,

purezza, padronanza dei sensi, pudore,

dottrina, sincerità e assenza d'ira

sono le dieci caratteristiche della virtù.

(Naradaparivrajakopanisad, III, 24)


Il satsanga rimuove le associazioni mondane.

Rimosse le associazioni mondane, sono distrutte anche le tendenze mentali,

che entrano nello stato di immobilità.

Così si ottiene la liberazione in vita.

(Ramana Maharshi, Detti)


Colui che considera i doveri della famiglia, i figli, la ricchezza come lo scopo ultimo della vita,

senza coglierne l'aspetto trascendente, è come colui che,

percorrendo le vie dell'esistenza materiale, incappa nei briganti.

(Srimad Bhagavatam, IV, 25, 6)


La vita mondana ci conduce ad una destinazione,

mentre la vita di meditazione ci porta in un'altra direzione.

Ma coloro i quali votano se stessi ad una vita sia di meditazione

sia di attività raggiungono lo stato perfetto,

poiché attraverso l'attività superano l'insulto della morte

e attraverso la meditazione conquistano l'immortalità (L'Uno immortale).

(Isa Upanishad, 10-11)


In due sillabe è la morte e in tre sillabe è l'eterno Brahman.

Le due sillabe nelle quali è la morte sono mama («mio»)

e le tre sillabe nelle quali è l'eternità sono na mama («non mio»).

(Mahabharata, XIV)


Terra, fuoco, acqua, aria - tu non sei nessuno di questi.

Se vuoi essere libero, sappi che tu sei l'Atman,

il testimone di tutto ciò e la cui natura è consapevolezza.

Abbandona l'identificazione con il corpo,

risiedi nella tua stessa consapevolezza.

Immediatamente sarai felice, gioendo la pace, libero dai legami.

(Astravakra Gita, I, 3-4)


E' giusto pregare finché senti di essere distinto dal potere supremo.

Ma meglio ancora è raggiungere lo stato dell'abbandono e consegnare il tuo fardello al Signore,

che ti toglierà quel peso dalle spalle e ti farà sentire che tu sei in lui e che sei uno con lui.

(Ramana Maharshi, Detti)


Egli non porta il bastone, né il ciuffo di capelli, né il cordino sacro.

Egli affronta caldo e freddo, piacere e dolore, onore e disonore con calma equanime.

Non è affetto da calunnia, orgoglio, gelosia, gioia o sofferenza,

avidità, rabbia, infatuazione, egoismo o altri eccitamenti;

poiché il Paramahamsa (l'uomo illuminato) sa di non essere né il corpo, né la mente.

(Paramahamsa Upanisad)


Io sono la luce, Io sono l'immortalità, Io sono l'unione.

Io sono ciò che fu, ciò che è, ciò che sarà.

Io sono te, Io sono me e te.

Comprendi che tu sei me,

senza dubitarne a causa della limitatezza del tuo spirito.

(Bâskala-Mantra Upanisad, 23)


Questo universo è come una ruota.

Su di essa girano tutte le creature, soggette alla legge della nascita e della morte.

Questa ruota del Brahman non si ferma mai finché la creatura pensa di essere separata dal Brahman.

Quando però una mente, con l'illuminazione mentale che conferisce la grazia del Signore,

trova la sua unità e l'identità col Brahman (per lei) la ruota più non gira, e ha raggiunto l'immortalità. 

(Svetasvatara Upanisad, 4)


I mondi raggianti di luce spettano a colui che recita i testi sul Brahman,

e parte dalla sua casa (come un sannyasin), promettendo sicurezza a tutte le creature.

Quell'uomo rigenerato che non causa neanche la minima ingiuria alle creature,

non soffrirà pericolo alcuno da nessuna parte, dopo che egli sia liberato dal suo corpo. 

(Manava Dharma-Sastra, 6, 39-40)


Cerca rifugio nel distacco, e raccoglierai le ricchezze della consapevolezza spirituale.

Chi è mosso soltanto dal desiderio dei frutti dell'azione è sventurato,

perché continuamente assillato dai risultati di ciò che compie.

Ma per colui che ha conseguito la sapienza, ogni preoccupazione è abbandonata. 

(Bhagavad-Gita, II, 49-50)


Lo sforzo ripetuto ha l'effetto di cancellare le tendenze.

Lascia a Dio il lavoro di Dio. Tu fai quello che è in tuo potere.

Quando i tempi saranno maturi, percepirai la grazia di Dio che è sempre stata all'opera.

Un errore abituale è interrompere gli sforzi a causa della falsa impressione che la grazia di Dio sia assente.

Non dobbiamo arrenderci, perché la grazia di Dio agirà al momento opportuno. 

(Ramana Maharshi)


La nascita e la morte sono come bolle d'aria sull'acqua.

L'acqua è reale, le bolle sono effimere: si alzano dall'acqua per poi ricadervi.

Dio è come un grande oceano, e le bolle d'aria che vi si agitano sono le anime.

Per opera di Lui le anime nascono, in Lui esistono, e a Lui ritornano

(Shri Ramakrishna)


Colui che, pago di ciò che ha, ha superato il dualismo, è scevro da invidia

e rimane sereno tanto nel successo quanto nel fallimento;

qualsiasi azione compia è un uomo puro.

(Bhagavad-Gita, IV, 22)


Un uomo senza desideri è come un leone. 
Quando i sensi lo vedono, se ne allontanano.

Fuggono come elefanti davanti alla tigre della rinuncia, il più silenziosamente possibile.

Se non possono scappare, lo servono come schiavi.

(Astravakra Gita, 18, 46)


Guarda, o Arjuna, le Mie forme, a centinaia, a migliaia, di tipi diversi, divine,

sempre nuove nel colore e nell'aspetto. Contempla le molte meraviglie mai viste prima.

Guarda ora qui, tutto insieme nel Mio corpo,

l'intero universo coi suoi esseri mobili e immobili, e quant'altro desideri vedere.

Però non potrai vederMi solo con questi tuoi occhi mortali:

Io ti dono la visione divina. Guarda il maestoso potere del Mio yoga!

(Bhagavad Gita, 11, 5-8)


Rendo omaggio al mio Sé.

Come sono meraviglioso! Il mio Sé non perisce.

Il mondo intero può essere distrutto, da Brahma al più piccolo filo d'erba,

ma io resto ancora qui.

(Astravakra Gita, 2, 11)


Se gettiamo del sale nell'acqua, esso vi si scioglie

in modo che non è più possibile separarvelo, ma l'acqua diventa salata in ogni sua parte.

Così pure il Supremo Essere Infinito è una massa infinita d'Intelligenza pura disciolta in tutto il Creato.

Quando l'individualità di un uomo si dissolve nella presa di coscienza dell'Eterna Pura Intelligenza,

l'uomo finito diventa infinito, da mortale diventa immortale.

L'individualità sopravviene quando la mente di un uomo si identifica con elementi limitati.

Quando però l'esperienza della dualità e della molteplicità sparisce nell'illuminazione divina,

non v'è più individuo.

(Brhadaranyaka Upanisad, IV, 12)


Chi è assorto nella disciplina interiore, col cuore puro, padrone di sé e coi sensi domati,

consapevole del fatto che il suo Sé è il Sé di tutti gli esseri, anche se agisce, non è contaminato.

(Bhagavad-Gita, 5, 7)


Mantieni salda l'attenzione.

Lascia che la forma svanisca e al suo posto...

Osserva il Sé di tutti. Ah! Là osserva Ciò che è.

Lascia che tutto il tuo essere sia assorbito da quel Sé.

Lascia che quel Sé ricolmi tutto il tuo essere.

Lascia che ogni distanza fra il Sé di tutti e te si dissolva.

(Uddhava-Gita, 9, 44)


Difficile, evidentemente, è raggiungere la conoscenza di quello Spirito cosmico interiore,

supremamente sottile, nascosto nei più intimi recessi del cuore (consapevolezza).

E' soltanto l'uomo saggio, il solo uomo di meditazione

quello che può conoscere questa inscrutabile, ineffabile, antica Superanima

liberandosi così dalle pene e dai piaceri della vita.

(Kata Upanisad, I, 41)


Se un uomo ha soggiogato se stesso ed è in pace, il suo supremo Sé è in perfetto raccoglimento,

indifferente a freddo e caldo,  piacere e dolore, e così pure a onore e disonore.

(Bhagavad-Gita, 6,7)


Basta dunque con la ricerca del piacere, basta con l'amore per la ricchezza ed anche con le rette azioni!

Nell'oscura foresta del mondo, la mente non può trovare riposo in niente di tutto ciò .

(Astravakra Gita, X, 7)


Pratica  la retta condotta, lo studio e l'insegnamento;

cerca sempre la Verità;

domina le passioni;

controlla i sensi e la mente;

sforzati sempre per la pace;

servi l'umanità;

abbi una buona condotta sociale. 
Dice Satyavacha: "Ciò che conta è solo la Verità vissuta".

Taponitya dice: "Solo con l'ascesi si raggiunge Brahman".

Naka dichiara: "Sapienza e insegnamento sono necessari per il progresso spirituale".

(Taittirya Upanişad, IX)


Il tuo corpo, che vive fra tristezze e sofferenze e dopo la morte è buono tutt'al più come cibo per gli animali carnivori,

può perire a ogni istante.

Allora, se possiedi ricchezze, parenti, amici, aiuta disinteressatamente il tuo prossimo.

(Srimad Bhagavatam, VI, 10, 10)


Quella suprema visione che si mostra tra le maglie della triade del soggetto percipiente,

di ciò che vien percepito e dell'atto di percepire

è tale che non v'è nulla affatto che possa esser ritenuto superiore a essa, o savio.

(Mahopanisad, II, 69)


Il piacevole (ciò che alletta i sensi) è una cosa, il buono un'altra.

Questi due, avendo scopi diversi, spingono l'uomo all'azione.

Mentre colui che sceglie il bene agisce bene,

coloro i quali preferiscono il piacevole, si allontanano dalla vera destinazione della loro vita.

(Kata Upanisad, II, 1)


La forza di un ciclone può sradicare alberi e far crollare edifici,

ma per quanto impetuoso possa essere, esso non può far nulla ad un umile filo d'erba.

Questa è la grandezza dell'umiltà, figli miei.

(Sri Mata Amritanandamayi Devi)


Come latte mescolato ad altro latte, olio mescolato ad altro olio,

acqua mescolata ad altra acqua sono assolutamente la medesima cosa,

così il saggio, realizzando la natura della Grande Anima (Paramatma),

diventa la Grande Anima (Paramatma).

(Vivekachudamani, 566)


Tu sei cielo e terra, Tu sei vento e luce, Tu sei la nostra carne e la nostra vita stessa, Tu sei l'essere e il non-essere,

o re che guardi danzare come marionette gli uomini con i loro buffi pensieri di "io" e "mio", mentre sei Tu a tirare i fili.

Che parole possono esprimere la Tua lode, o Dio?

(Manikkavacakar)


Le stelle che avete visto brillare nel cielo notturno, non si vedono più quando è sorto il sole.

Direte dunque ch'esse non esistono nel cielo?

Similmente, se nell'ombra dell'ignoranza non vedete Dio, penserete per questo che non esiste?

(Shri Ramakrishna)


Non indugiare nel ricordo delle cose passate, non anticipare il futuro, guardare al presente con indifferenza:

questa è la caratteristica di chi è liberato in questa vita.

(Vivekacudamani)


Colui la cui intelligenza non è turbata da desideri, i cui sensi sono domati, puro, povero, non avido,

misurato nel cibo, in pace, saldo nel suo proposito, che nel Sé ha trovato rifugio:

quello è un saggio!

(Avadhuta-Gita)


Come non si possono sentire le singole note del suono d'un violino,

ma solo la totalità del suono e l'azione del violinista,

così gli esseri individuali non si possono capire se non se ne conosce la fonte, l'Atman,

Dio che è il solo attore sulla scena del mondo.

(Bhradaranyaka Upanisad, V, 10)


Il Sé Supremo non è nato e non muore.

(Atma Upanisad)


I conoscitori di se stessi sono gli adoratori dei piedi del Signore,

i conoscitori di se stessi sono coloro che camminano sulla via del Dharma,

i conoscitori di se stessi sono i saggi cui è nota la Verità di Shiva.

(Tirumular)


 L'Assoluto è Uno, uno solo, e, con l'emanazione della Maya,

appare come Dio personale dotato dei molti poteri di creare e governare l'universo.

Con l'imperscrutabile potere della Maya tiene insieme e domina tutto (dall'interno);

chi Lo realizza diviene veramente immortale.

(Svetasvatara Upanisad, III, 1)


In verità Dio e il Guru non sono diversi.

Proprio come la preda caduta nelle fauci della tigre non ha scampo,

così quelli che si sono guadagnati la Grazia del Guru saranno salvi e non si perderanno,

tuttavia ognuno deve percorrere da solo il cammino indicato da Dio o dal Guru.

(Ramana Maharshi)


L'assoluto, che è la gioia del Sé individuale, il principio cosciente,

ha come modo proprio di presentarsi la triplice sillaba OM, costituita dai fonemi A, U e M.

Colui che, dedito allo yoga, la pronunci, si libera dai lacci delle nascite e delle rinascite.

(Atmabodhopanisad, I, 1)


Il Sé è il suo testimone, il Sé è la sua meta;

non disprezzate il vostro Sé, eccelso testimone degli uomini.

I malvagi pensano: «Nessuno ci vede», ma gli dèi li vedono e così pure lo spirito che è in loro.

Quando tu pensi, o mio caro, di essere solo con te stesso,

nel tuo cuore sempre risiede questo osservatore attento e silenzioso del bene e del male.

(Manu-smrti, VIII, 84-85 e 91)


Anticamente non c'era affatto tutto questo mondo:

non c'era il cielo o lo spazio intermedio, e neppure la terra c'era.

Solo l'Assoluto, isolato, senza inizio e senza fine, privo di un aspetto minuto o grossolano,

privo affatto d'ogni aspetto, impercepibile, sostanziato di conoscenza esisteva come pura beatitudine.

(Avyaktopanisad, 1)


Non è la luce del sole, né quella della luna, né il lampo, né il lento splendore del fuoco che illumina tutto questo mondo.

E' per la luce riflessa della coscienza che è reso manifesto il mondo. La luce che illumina tutto questo mondo è la luce dell'Atman.

(Sri Sankaracarya)


Chi Mi è devoto, chi parla di Me con voce ricolma di amore, con il cuore che trabocca di compassione,

chi piange al pensiero di essere separato da Me, e ride per la gioia di sapere che Io sono dentro di lui,

questi santifica questo intero mondo.

(Uddhava Gita, IX, 24)


La molteplicità di opinioni possibili circa la realtà assoluta sarà distrutta solo se si studino i trattati;

la propensione ad agire sarà distrutta grazie alla percezione diretta di tale realtà;

svanirà così anche lo sfarfallio multicolore dell'universo.

Ecco come vien meno l'illusione cosmica che vela il Sé.

(Varahopanisad, II 69)


In principio esisteva solo l'Atman nella forma dell'Uomo Cosmico.

Guardandosi attorno non poteva vedere che Se Stesso.

Allora, Esso pronunciò questa parola: IO SONO: IO SONO TUTTO QUESTO.

Da questa affermazione nacque il termine IO.

Quindi ancor oggi, quando si chiama qualcuno, la risposta è «sono io», e solo dopo vengono gli altri nomi.

Viene chiamato Purusha. Chiunque concepisce l'«io» in questo modo, brucerà tutti i mali.

(Bhradaranyaka Upanishad, IV, 1)


Quella cosa che brilla al sommo dei cieli, al di là di tutte le cose, oltre l'universo, oltre i mondi superni e trascendenti,

questa luce in verità è dentro l'uomo quaggiù.

(Chandogya Upanisad)


Come nell'ambito della materia un esperto di oro sa riconoscerne la presenza nelle rocce e la tecnica per estrarlo,

così colui che sa riconoscere il valore dello spirito negli esseri umani è in grado di raggiungere la perfezione spirituale.

(Srimad Bhagavatam, VII, VII, 2)


Come l'oceano pieno e calmo, il saggio deve sempre essere tranquillo e profondo,

difficile da sondare e da attraversare, con una consapevolezza interiore dell'incommensurabile e imperturbabile Sé.

Come l'oceano pieno e costante, che sempre rimane lo stesso che i fiumi della terra sfocino in esso o meno,

il saggio deve mantenere questa consapevolezza, anche quando gioie e dolori vanno e vengono.

(Uddhava Gita, III, 5-6)


Colui che nutre l'idea di "io" agisce anche se non compie nessuna azione.

Ma per il saggio liberato da ogni idea di "io", non vi è azione nemmeno quando agisce.

(Astravakra Gita, XVIII, 29)


Dimentica la rabbia verso coloro che ti hanno offeso, poiché dalla rabbia sorge una moltitudine di mali.

Il sorriso del volto e la gioia del cuore sono uccise dalla collera. Esiste un nemico più grande della proria collera?

(Tirukkural 31: 303-304)


La mente costituisce la radice dell'albero del samsara, che ramifica in tutte le direzioni con rami pieni di fiori, viticci, frutti, ecc.

La mente danza nel teatro di questo mondo al suono degli organi dei sensi.

La mente è un insieme di sankalpa. Se i sankalpa sono annientati, anche la mente sarà distrutta facilmente.

Se la radice della mente è annientata, anche l'albero di nascita e morte sarà distrutto.

Adesso ho scoperto il ladro che mi ha rubato la perla dell'Atman.

(Yoga Vasishtha)


Nessuno che operi il bene può andare incontro a un destino sventurato.

Quando muoiono, dopo aver raggiunto i mondi di coloro che compiono atti meritori

e dopo avervi dimorato per una serie ininterrotta di anni,

costoro rinascono nella casa di persone virtuose e prospere.

(Bhagavad Gita, 6, 40-41)


Quando la mente è attratta da qualsiasi cosa percepisce, vi è legame.

Vi è liberta quando la mente non prova attaccamento per nessuna cosa.

Quando non c'è l'"io", vi è libertà. Quando c'è l'"io", vi è legame.

Sapendo questo, non prendere nulla e non evitare nulla nella vita.

(Astravakra Gita, VIII, 3-4)


Privo di corpo Egli vive in tutte le creature che hanno forma corporea,

eternamente durevole risiede in seno all'evanescenza transeunte delle cose.

I saggi che hanno attraversato il mare della pena sono coloro che hanno conosciuto il suo Io,

l'Uno Grande che sostiene, sorregge e guida la molteplicità empirica del mondo.

(Katha Upanisad, II, 22)

 


Coloro che sono a metà strada, non essendo completamente ignoranti, né completamente illuminati, sono infelici.

Essi si sono accorti della natura effimera del mondo e non sono soddisfatti dei suoi piaceri,

e tuttavia non conoscono la beatitudine di Dio.

E' solo associandosi con uomini santi e rendendo loro servizio

che gli uomini possono sviluppare l'amore per il Signore e alla fine trovare in Lui sia gioia che pace.

(Srimad Bhagavatam)


La divinità risiede nell'uomo come l'albero nel seme o il burro nel latte;

non la si può sperimentare intensamente se non con lo sviluppo spirituale.

(Sivananda)


Guarda agli amici, ai campi, alle ricchezze, alle case, alle mogli, ai doni e ad altri simili beni

come a un sogno, o a un gioco di prestigio che dura solo tre o quattro giorni.

(Astavakra-samhita)


Come un povero cane che, sopraffatto dalla fame, va di porta in porta

a volte ricevendo cibo, altre volte una bastonata a seconda del caso,

così l'uomo che è preda dei desideri vaga sui molti sentieri della vita, nel bene e nel male,

nella fortuna e nella sfortuna, nella gioia o nel dolore o nella mediocrità, a seconda del caso.

(Srimad Bhagavatam, IV, XXIX, 30-31)


Nessuno può morire. Nessuno può essere umiliato per sempre.

La vita è solo un palcoscenico, per quanto reali sembri lo spettacolo.

Per quanti colpi possiamo ricevere, e per quanto possiamo venire percossi,

l'Anima non viene mai lesa.

Noi siamo l'Infinito.

(Vivekananda)


Gli sciocchi seguono i loro desideri materiali: vanno nel laccio della morte che li aspetta.

Ma i saggi che hanno riconosciuto l'immortalità non cercano la stabilità nelle cose instabili di quaggiù.

(Kathaka Upanisad, IV, 2)


Sostegno dell'intero universo, libero dalle coppie di opposti, il supremo Assoluto è eterno.

Si manifesta come essere, coscienza e beatitudine, e parola e pensiero non riescono a comprenderlo.

(Rudrahrdayopanisad, 26)


La carità compiuta per ottenere un merito o con il desiderio di una ricompensa,

o fatta controvoglia è solamente frutto dell'egoismo.

(Bhagavad Gita, XVII, 21)


A causa dell'ignoranza l'anima vede il proprio corpo materiale come propria identità, ma come l'inquilino è differente dalla casa,

così l'anima è differente dal corpo, fatto di elementi materiali che nel tempo si degradano e alla fine muoiono.

(Srimad Bhagavatam, VII, 2, 42)


Il Signore splendente è Uno, nascosto in ognuno degli esseri.

Egli pervade l'Universo intero, è l'intima realtà di ciascuno degli esseri.

Sovrintende ad ogni atto, risiede nell'intimo di ciascuno, è il testimone impassibile di ogni evento,

a coscienza universale, sciolto da ogni legame, privo di attributi.

(Gopalottaratapinyupanisad, 18)


Come un animale stupido cerca inutilmente l'acqua perché non la sa vedere quando è nascosta dall'erba,

così noi cerchiamo altrove anziché in noi stessi.

(Srimad Bhagavatam, VII, 13, 29)


Mi fondo sulla beatitudine insita nel mio intimo,

ho smascherato il fantasma delle vane speranze,

considero quest'intero universo alla stregua di un trucco da baraccone:

come potrebbe la sciagura della rinascita farsi strada in me, che non sono attaccato a nulla?

(Maitreyopanisad, I, 12)


Vota te stesso al Signore della Vita, Causa dell'universo.

Egli rimuoverà la causa di ogni tua sofferenza, liberandoti dalla schiavitù del karma.

Siedi con la spina dorsale eretta e volgi all'interno i sensi e la mente.

Con il mantra che eccheggia nel tuo cuore, attraversa il mare spaventoso di nascita e morte.

(Svetasvatara Upanisad, II, 7-8)


Chi, concentrando la mente in un solo punto, medita assiduamente su di Me, l'Imperituro,

e allo stesso modo riflette sul proprio Sé nel loto del cuore,

costui senza dubbio si libera.

La mia forma è l'Assoluto scevro di dualità, privo di un inizio, di un mezzo o di una fine.

Chi con devozione partecipa della mia luce splendente, che è essere, coscienza e beatitudine,

quegli conosce l'imperituro.

(Vasudevopanisad, 25-28)


Colui che è dotato di conoscenza tenda all'evoluzione del Sé,

cercando in tutti i modi di migliorare se stesso con applicazione costante,

dal momento che la sregolatezza dei sensi conduce ineluttabilmente alla rovina.

(Srimad Bhagavatam, I, 5, 8)


Dio, l'Unico, esisteva così prima di ogni cosa. Egli è il Maestro di tutti,

e tutti tendono a Lui anche se lo identificano in modi vari e differenti.

(Srimad Bhagavatam, III, 5, 23)


Non v'è condizione migliore di quella dell'uomo generoso;

non v'è sulla terra nemico peggiore della cupidigia;

non v'è ornamento migliore del retto agire;

nessuna ricchezza è pari all'appagarsi.

(Pancatantra, II, 158)


Ciò che genera la devozione è la migliore pratica religiosa.

Ciò che permette l'esperienza dell'Uno dietro la molteplicità è la migliore conoscenza.

Il migliore distacco è il disinteresse per gli oggetti del mondo.

E da tutto questo nasce il vero splendore.

(Uddhava Gita, XIV, 27)


Chi si considera libero è libero, chi si considera schiavo è schiavo".

E' quel che si dice - ed è vero: si è destinati a essere quel che si pensa.

(Astavakra-samhita)


Accumula quindi il merito spirituale, il tuo compagno all'altro mondo;

con merito come il tuo compago, attraverserai le tenebre impenetrabili.

(Manava Dharma-Sastra, 4, 242)


Con l'ascesa si consegue la virtù;

dalla virtù proviene la conoscenza discriminante;

dalla conoscenza discriminante, in verità, si ha nozione dell'Anima e,

avendone avuto nozione, non si torna più indietro.

(Maitry Upanisad, IV, 3)


Retto comportamento, vita morigerata, carità e parola sincera sono i quattro pilastri di ogni religione.

Corrispondono a quattro stadi dell'esistenza umana e corrispondono alla naturale inclinazione di ciascuno di noi.

(Srimad Bhagavatam, III, 12, 41)


Coloro che sono attaccati ai godimenti della materia e all'opulenza

hanno una mente confusa che mai potrà capire la fermezza di chi adora Dio.

(Bhagavad Gita, II, 44)


Quella Realtà Una che per illusione appare modificata nel nome, forma e qualità,

come l'oro con tutte le sue modificazioni, è Brahman,

e Quello sei tu (tat-twam-asi); contempla ciò dentro di te.

(Sankara - Viveka-Cudamani, 262)


Facendo del bene alle creature viventi, cerca di accumulare, come le formiche,

ricchezze spirituali che ti accompagneranno nell'altro mondo.

Perché nell'altro mondo non ci saranno né padre, né moglie, né figli, né parenti per farti compagnia,

ma solo i tuoi meriti.

(Manava Dharma-Sastra, IV, 238-239)


Chi vuol vivere serenamente si rallegri per chi è migliore di lui,

senta compassione per chi è peggiore di lui

e provi amicizia per quanti sono eguali a lui.

(Srimad Bhagavatam, IV, 8, 34)


Ciò che sarà maturato in te, ciò che avrà preso radice nella tua vita,

su tutti i piani, ti apparterrà. Nient'altro!

(Anirvana)


Quando allora lo yogi vedrà il Sé, quel terribile nodo che lega il cuore, cioè l'idea di "io", sarò reciso:

tutti i dubbi saranno risolti, ogni karma esaurito, e Io, il Sé dell'universo, sarò compreso.

(Uddhava Gita, XV, 30)


Solo con una vita irreprensibile si può giungere infine a capire la luce suprema d Dio,

che i sensi non percepiscono pur se si trova nel cuore di ciascuno di noi.

(Srimad Bhagavatam, III, 12, 19)


Colui che non è attaccato al proprio corpo, colui che non è orgoglioso della propria nascita,

delle proprie azioni, o del proprio stato sociale - tale essere è caro al Signore.

(Srimad Bhagavatam)


Chi vuole vivere senza dolore, senza illusioni, senza paura, senza collera, liberato dalla povertà e dalla fatica,

abbandoni la causa di tutto ciò: il desiderio di fama e di ricchezze.

(Srimad Bhagavatam, VII, 13, 34)


Parla pure di filosofia quanto ti piace, 
adora pure tutti gli dei che vuoi, 
osserva cerimonie e canta pure inni devozionali,

ma la liberazione non verrà mai, nemmeno dopo cento eoni,

se non realizzi l'Uno.

(Sankara)


Ciò da cui gli esseri sono nati, ciò per cui, quando sono nati, essi vivono,

ciò in cui, morendo, essi entrano, quello devi desiderare conoscere:

quello è il Brahman.

(Taittiriya-Upanisad, III, 1)


L'anima usi la mente per elevarsi, non per degradarsi.

In verità la mente può essere l'amica dell'anima, ma anche la sua nemica.

(Bhagavad Gita, VI, 5)


L'attaccamento al mondo è come una notte buia e profonda, deliziosa per quei gufi che sono l'attrazione e l'avversione.

Esso dimora nel cuore di una creatura solo finché non vi risplende quel sole che è la gloria del Signore.

(Tulsidas)


Se desideri la liberazione, o mio caro, abbandona gli oggetti dei sensi come un veleno e cerca la pazienza,

la rettitudine, la compassione, l'appagamento e la veracità come un nettare.

(Astavakra-samhita)


Il desiderio non si placa mai con la fruizione delle cose desiderate,

ma si ravviva sempre come il fuoco per l'oblazione.

Manu-smrti


E' un raro privilegio nascere come essere umano.

Più raro di ogni altra cosa è che uno nasca dotato di discriminazione.

Quel grand'uomo che è nato con queste due qualifiche,

deve sforzarsi di ottenere la liberazione in uno spirito di completa imparzialità.

(Sankaracarya)


Se Mi si offre con devozione una foglia, un fiore, un frutto o un po' d'acqua,

Io volentieri accetto quell'offerta fatta con devozione e amore.

Qualunque cose tu faccia, qualunque cosa tu mangi, qualunque cosa tu offra in sacrificio,

qualunque cosa tu doni in elemosina, qualunque sia la tua pratica ascetica, fa' tutto come un'offerta a Me.

(Bhagavad Gita, 9, 26-27)


Le inclinazioni contrarie sono la violenza e tutte le altre; possono essere compiute, o fatte compiere, o approvate.

Determinate dalla cupidigia, o dall'ira, o dall'offuscamento, esse sono tenui, medie o intense.

Sofferenza e ignoranza sono il loro frutto costante. Perciò si impone di coltivarne l'opposto.

(Patanjali, Yoga Sutra, 2, 34)


L'incapacità di nuocere è la più alta religione.

(Mahabharata - Anushasana Parva, CXIV)


E' [lo stato trascendente] oltre il calore del sole, il soffio del vento ed il fresco della luna;

oltre la luce delle stelle ed il fiammeggiare del fuoco; oltre il dolore e la morte.

E' supremamente beato, eterno ed in pace.

(Brihajjabal Upanishad)


La natura materiale, creando e distruggendo, è illusoria.

Essa è come un fiume dalle acque più rapide presso le rive:

quale guadagno può trarne l'ignorante che stoltamente vi si immerge?

(Srimad Bhagavatam, VI, 5, 16)


L'identificazione con il corpo, creata dal Supremo attraverso il misterioso potere della maya,

è ciò che vincola l'uomo a nascita e morte e rinascita.

Solo la conoscenza del Sé può liberarlo da quel legame.

(Uddhava Gita, V, 10)


Dentro il tuo corpo stesso, o bel giovane aspirante,

qui all'interno del tuo involucro corporale risiede il Sé,

quell'essere dal quale emanano sedici parti dell'universo.

(Prashna Upanisad, VI, 2)


Si deve evitare in ogni modo l'associazione con i malvagi.

Perché essa provoca la concupiscenza, l'ira, la confusione,

la dimenticanza del Signore, la perdita del buon senso e la rovina totale.

Anche le piccole onde di questi (difetti) divengono come un mare,

a causa della compagnia dei malvagi.

(Narada, Bhakti-Sutra, 43-45)


L'ignoranza (avidya) consiste nel considerare ciò che è perituro, impuro, doloroso, e non-spirituale

come eterno, puro, felice, e il vero Sé (atman).

Patanjali, Yoga-Sutra, II, 5


Di tutte le regole restrittive quella che concerne l'assunzione di cibo puro in quantità limitata è la migliore.

Osservando questa norma si aumenta la qualità sattvika della mente, e ciò è di aiuto nella ricerca del Sé.

(Ramana Maharshi)


Purezza di mente significa salute di corpo.

Perciò siate cauti nel pensare e nel selezionare i vostri pensieri.

Abbiate sempre nobili, sublimi, amabili e gentili pensieri.

Da ciò ne deriverà armonia, salute e bellezza.

L'erronea convinzione che noi siamo il corpo è la causa principale di molti mali.

(Swami Sivananda)


Con una sola argilla è fatto il mondo intero:

il Vasaio ha solo variato la forma dei suoi vasi.

(Guru Amar Das)


L'amore è ricerca della propria identità.

(Sankaracarya)


Dio non predilige o respinge, non ha parenti o amici, nulla Gli è eguale ed Egli è ovunque,

non è toccato dalla materia e quindi dall'attaccamento, dalla felicità e dalla collera.

(Srimad Bhagavatam, VI, 17, 22)


I saggi, praticando la contemplazione e l'unione, videro interiormente quell'Essere Divino Supremo,

che dimora nel cuore di ognuno, velato dalle tre qualità (Guna).

Questo Sé Supremo è Uno, senza secondo.

Presiede al tempo, allo spazio e alle cause secondarie;

rimane ignoto a chi ha l'intelletto oscurato dalle passioni e dai fattori esterni.

(Svetasvatara Upanisad, I, 3)


Questo mondo, con tutte le sue meraviglie, in realtà non è nulla.

Sapendo questo, liberi dai desideri e dalla conoscenza che distingue e separa, si trova la propria pace.

(Astravakra Gita, 11, 8)


Quando raccogliamo un fiore per offrirlo all'altare del Signore,

non siamo forse i primi ad apprezzare la sua bellezza ed il suo profumo?

In modo simile, quando serviamo il nostro prossimo, siamo noi,

più di chiunque altro, a trarre beneficio dal servizio.

Il servizio disinteressato ci riempie di gioia e soddisfazione, e ci apre il cuore.

(Sri Mata Amritanandamayi Dev)


Il jiva (ego) spinto ad agire dai suoi karma passati, positivi e negativi,

si dimena nella grande ruota (chakra) dai dodici raggi,

fino a quando non avrà scoperto la Verità.

(Dhyana Bindu Upanishad, 49)


Sappi che Egli è la fonte originaria della vita, la cui gloria permea l'intero universo;

è oltre il tempo e lo spazio, Lo si scorge nel cuore in meditazione.

Sappi che Egli è oltre l'albero della vita; il Suo potere fa sì che ruotino i pianeti;

è tanto legge quanto misericordia, Lo si scorge nel cuore in meditazione.

Sappi che Egli è il supremo Signore dei signori, il Re dei re, il Dio degli dei, il sovrano di tutto.

Senza azione né organi d'azione e il cui potere viene visto in miriadi di modi.

(Shvetashvatara Upanishad)


Il Brahman è indiviso e puro.

Realizza il Brahman e va' oltre ogni cambiamento.

Il Brahman è immanente e trascendente.

Realizzandolo, i saggi ottengono la liberazione e dichiarano che non esistono menti separate.

Essi realizzano ciò che sono sempre stati.

(Amritabindu Upanishad)


L'intelletto che conosce la via dell'azione e quella dell'inazione,

ciò che si deve o non si deve fare, la paura e l'assenza di paura,

il legame e la Liberazione, quell'intelletto è sattvico.

(Bhagavad Gita, 18, 30)


E' necessario pregarLo con un cuore bramoso.

Il gattino sa solo chiamare mamma gatta piangendo, "Miao, miao!".

E' soddisfatto ovunque la madre lo metta.

Talvolta lo depone in cucina, talvolta sul pavimento e talvolta sul letto.

Quando soffre, il gattino sa solo piangere, "Miao, miao!". E' tutto ciò che sa.

Ma appena la mamma sente questo pianto, ovunque sia, corre in suo aiuto.

(Sri Ramakrishna)


Colui che non esulta né odia, che non si rammarica e non desidera,

che ha lasciato da parte così il bene come il male,

che Mi è teneramente devoto, costui Mi è caro.

(Bhagavad Gita, 12, 17)


Come potrà mai riuscire lo stolto a controllare la propria mente?

Il controllo della mente arriva con naturalezza al saggio che trova la felicità in se stesso,

senza che debba fare sforzi.

(Astravakra Gita, XVIII, 41)


L'Essere Supremo trascende di gran lunga l'universo, pur essendo immanente in tutte le creature.

Non ha forma perché trascende nomi e forme. Non Lo tocca la tristezza.

Chi conosce l'Eterno diventa immortale; gli altri invece restano nelle carceri del dolore.

(Svetasvatara Upanisad, III, 10)


Come sono diversi il saggio che conosce se stesso (il proprio Atman) e gioca al gioco della vita,

e lo stolto che vive nel mondo e si trastulla nei sensi come una bestia da soma legata al suo giogo.

(Astravakra Gita, IV, 1)


Colui che pronuncia il Nome di Dio mentre cammina ottiene il merito di un sacrificio ad ogni passo;

il suo corpo diviene un luogo di pellegrinaggio.

Colui che ripete il Nome di Dio mentre lavora trova sempre la pace perfetta.

Colui che ripete il Nome di Dio mentre mangia, trova il merito di un digiuno anche se ha preso i suoi pasti.

(Tukaram)


Coloro che non danno agli altri, né godono la propria ricchezza, sono veramente poveri, pur nuotando in mezzo all'oro.

La ricchezza è miseria per gli uomini dal cuore avido che niente godono e niente impiegano in opere di bene.

(Tirukkural, 1005-1006)


La sillaba Gu significa oscurità, Ru significa luce.

La Divinità Suprema che distrugge l'ignoranza è in verità il Guru.

La prima lettera è Gu: in essa risiede la Maya e le altre qualità della natura.

La seconda lettera è Ru: in essa la Suprema Divinità distrugge la confusione di Maya.

E i piedi del Guru sono la mèta ultima, difficile da raggiungere persino per gli Dei.

(Guru Gita, 23-24)


I saggi dichiarano che, per tutte le creature, il seme che produce l'incessante nascita è il desiderio.

Se vi è una cosa che dovrebbe essere desiderata, essa è la libertà dalla rinascita;

questa libertà sarà raggiunta solo desiderando di essere senza desiderio.

(Tirukkural, 361-362)


Come i fiumi che scorrono da est a da ovest confluiscono in uno stesso mare e diventano uno con esso,

dimenticando di essere fiumi separati, così tutti gli esseri perdono la propria identità separata quando infine s'immergono nel puro Essere.

(Chandogya Upanisad)


Dove sono il sogno, il sonno profondo e la veglia, e dove il quarto stato?

Dove è poi la paura, per me che dimoro nella mia stessa gloria?

Dove sono la distanza e la vicinanza, l'esterno e l'interno, il grossolano e il sottile,

per me che dimoro nella mia stessa gloria?

(Astavakra Gita, 19, 5-6)


Le cinque discipline esterne sono: nonviolenza, veracità, onestà, castità, non attaccamento.

Sono precetti universali, non limitati a stato, tempo, luogo e circostanze.

Insieme essi formano la "grande legge della vita".

(Patañjali, Yogasûtra, 2:30-31)


Il saggio non dorme e non è sveglio, non apre e non chiude gli occhi.

Oh, l'anima libera è sempre nella condizione suprema.

Il liberato dimora sempre nel Sé ed è puro nel cuore.

Egli vive libero da tutti i desideri in qualsiasi condizione.

(Astavakra Gita, 17, 10-11)


Quell'offerta donata senza aspettarsi nulla in cambio, col solo pensiero: «Si deve donare!»,

nel luogo e nel momento opportuni e a una persona degna di riceverla, quell'offerta è considerata sattvica.

Quella invece fatta a malincuore, per ottener qualcosa in cambio, o nella speranza di ricavarne un frutto, quell'offerta è detta rajasica.

E l'offerta donata in un luogo e in un momento inopportuni, e a una persona indegna di riceverla, senza rispetto, anzi con disprezzo, quella è detta tamasica.

(Bhagavad Gita, 17, 20-22)


Sii incessante nel compiere buone azioni. Fallo con tutta la tua forza e con ogni mezzo.

Conserva la mente libera dalle impurità.

Questa soltanto è la pratica della virtù. Tutto il resto non è che vuota esteriorità.

(Tirukkural, 4, 33-34)


Perfino un uomo molto empio, se adora Me soltanto e nessun altro,

dev'esser considerato un uomo retto, poiché è animato da un retto proposito.

Presto egli diventa virtuoso e ottiene per sempre la pace.

O Arjuna, non dimenticarlo mai: nessuno che Mi ami si perde.

(Bhagavad Gita, 9, 30-31)


Sia pace ai cieli e sia pace alla terra; sia pace alle acque, alle piante e a tutti gli esseri che respirano; sia pace agli Dei e al Brahman;

sia pace a tutti gli uomini; pace e ancora pace; infine, sia pace anche a me.

(Shukla Yajur Veda, 36.17)


E' una bassa forma di amore quella con cui la gente ama e adora Dio come essere separato

e Lo prega per ottenere la soddisfazione dei propri desideri materiali.

Tale amore è noto come amore Rajasico.

Ma l'amore che cerca Dio solo per amore dell'amore e col quale offriamo noi stessi a Lui con tutto il cuore

questo amore lo chiamiamo Sattvico.

(Srimad Bhagavatam)


Esauriti sono i legami con il mondo per colui che ha la mente vuota per natura,

che è involontariamente cosciente degli oggetti esterni, che è per così dire sveglio anche mentre dorme.

Svaniti i desideri, dove sono le mie ricchezze, i miei amici,

i ladri che prendono la forma degli oggetti percepiti, le Scritture e la conoscenza?

(Astavakra Gita, 14, 1-2)


Asato Ma Sad Gamaya,

Tamaso Ma Jyotir Gamaya,

Mrityorma 'Mritam Gamaya.

Om Shanti, Shanti, Shanti.

Dal non-essere conducimi all'essere;

dalla tenebra conducimi alla luce;

dalla morte conducimi all'immortalità!

Om, Pace, Pace, Pace.

Brihadaranyaka Upanisad, I, 3,28


Qui, in questo castello del Brahman (il corpo), si trova una cavità della forma di un piccolo loto.

Nel suo interno c'è un piccolo spazio. Ciò che si trova in questo spazio,

questo occorre cercare, questo occorre conoscere!

(Chandogya Upanisad, VIII, 1,1)


Avendo rinunciato ad ogni desiderio egoistico,

il saggio trova riposo nel Signore dell'Amore.

La saggezza è il bastone che ora lo sostiene.

Colui che veste i panni del mendicante mentre è ancora alla mercé dei sensi

non può sfuggire ad un'enorme sofferenza.

La persona illuminata conosce questa verità della vita.

(Paramahamsa Upanisad, 3)


Io non sono il corpo e il corpo non è mio. Io sono la Coscienza stessa".

Chi sa questo per certo è come se risiedesse nell'Assoluta Unità.

Egli non ricorda cosa è stato fatto e cosa è rimasto incompiuto.

(Astavakra Gita, 11, 6)


I buoni non si aspettano contropartita per la loro generosità.

Come potrebbe mai il mondo ripagare la nuvola che porta la pioggia?

(Tirukkural, 22:  211)


Vi è un beneficio perfino nell'avversa  fortuna,

perché essa è il metro con cui una persona può misurare la lealtà degli amici.

(Tirukkural, 80:796)


Benché lo custodiate bene, ciò che il destino non decreta sparisce.

Benché lo lasciate da parte, ciò che il destino vi assegna non se ne andrà.

(Tirukkural 38:376 - 377)


Non commettere alcun male, nemmeno verso i propri nemici, si dice sia la saggezza suprema.

Soltanto lo sventato trama la rovina altrui;

i saggi sanno che è la virtù stessa a provocare la rovina di colui che trama.  

(Tirukkural, 21, 203 - 204)


I saggi risvegliati definiscono saggia una persona

quando tutte le sue imprese sono esenti dall'ansia per il risultato

e tutti i suoi desideri egoisti sono stati consumati nel fuoco della conoscenza.

l saggio, sempre soddisfatto di sé, ha abbandonato tutti i supporti esterni.

Non fa dipendere la propria sicurezza dai risultati delle proprie azioni;

persino mentre agisce, in realtà non fa niente.

Libero da aspettative e da ogni senso di possesso,

con la mente e il corpo saldamente sotto controllo,

non si contamina nell'esecuzione dell'azione.

(Bhagavad Gita 4:19 - 21)


Gli stati di equilibrio, attività e inerzia vengono da me, ma io non sono in loro.

Questi tre guna ingannano il mondo:

la gente non riesce a vedere al di là di essi me, il supremo e imperituro.

I tre guna compongono la  mia divina maya, difficile da superare.

Ma coloro che prendono rifugio in me scavalcano quest'illusione.

Gli altri sono ingannati da maya:

compiendo cattive azioni, non mostrano per me alcuna devozione.

Avendo perso completamente il senno, seguono gli impulsi più bassi della loro natura.

(Bhagavad Gita VII, 12-15)


Lo stolto si esercita nella concentrazione e controlla la mente,

ma il maestro è come un uomo addormentato.

Si riposa in sé stesso e non trova più niente da fare.

(Ashtavakra Gita, 18, 33)


Come il sarto, con l'ago, fa passare il filo nel tessuto e cuce l'abito,

così il filo dell'esistenza viene assicurato mediante l'ago del desiderio.

(Subhashitavali)


Per mancanza di comprensione, la gente crede che io, l'immanifesto, abbia assunto una certa forma.

Non riescono a cogliere la mia vera natura, che va al di là di nascita e morte.

Pochi vedono attraverso il velo di maya.

Il mondo, ingannato, non sa che io sono senza nascita e senza cambiamento.

Io conosco ogni cosa del passato, del presente e del futuro, Arjuna;

ma non c'è nessuno conosca me completamente.

(Bhagavad Gita VII, 24-26)


Colui che è stato fatto schiavo dalla speranza è schiavo di tutti gli uomini;

colui che ha fatto sua schiava la speranza fa suo schiavo tutto il mondo.

(Mahabharata)


Il silenzio delle persone eloquenti, esperte nell'arte della parola, non è tenuto in pregio;

se un cuculo non canta, la gente dice che è una cornacchia.

(Subhashita-ratna-bhandagaram)


A che serve una melodia in un canto stonato? 

A che servono gli occhi che non esprimono gentilezza?

Senza alcuna qualità di gentilezza che cosa mostrano realmente gli occhi?

Uno sguardo gentile è l'ornamento degli occhi.

Senza gentilezza gli occhi sono due sgradevoli fessure.

(Tirukkural 58, 573-575)


Che consolazione è per gli esseri umani, in ogni luogo,

vedere che i figli diventano più sapienti di loro!

Quando una madre viene a sapere che il proprio figlio è riconosciuto come un dotto,

la gioia che sente supera quella provata alla sua nascita.

(Tirukkural 7, 68-69)


Devi aver paura dell'ostilità che hai dentro e difenderti da essa:

nei momenti disastrosi taglierà più a fondo della lama del vasaio.

(Tirukkural, 89, 883)


Per quanto sfregato, il sandalo resta sempre odoroso;

per quanto tagliuzzata, la canna da zucchero resta sempre dolce;

per quanto bruciato, l'oro rimane sempre lucente:

nemmeno in punto di morte i nobili mutano il loro carattere.

(Subhashitavali)


Il mondo con tutte le sue meraviglie non è niente.

Quando arriverai a comprendere questo, il desiderio si squaglierà. 

Perché tu sei la consapevolezza stessa.

Quando saprai che nel tuo cuore non c'è niente, sarai in pace.

(Ashtavakra Gita 11, 8)


A che giova all'uomo la conoscenza

se non lo spinge ad alleviare il dolore degli altri come se fosse il proprio?

Non bisognerebbe mai fare ad altri ciò che si conosce come nocivo per se stessi.

Il principio supremo è questo:

non fare mai deliberatamente nessun danno a nessuno,

in nessun momento in nessun modo.

(Tirukkural 32, 315-317)


L'ego e lo spirito abitano come amici intimi nel medesimo corpo,

come due uccelli dorati appollaiati sullo stesso albero.

L'ego mangia i frutti dolci e amari dell'albero, mentre lo spirito osserva con distacco.

Perciò finché ti identificherai con l'ego, proverai gioia e dolore.

Ma se ti renderai conto di essere lo spirito,

la scaturigine stessa della vita, sarai libero dalla sofferenza.

Andrai oltre la dualità e vivrai in uno stato di unità.

(Mundaka Upanishad, III, 1)


L'ignorante è facile a soddisfare;

l'uomo colto si soddisfa ancor più facilmente;

ma nemmeno il dio Brahma riuscirebbe ad accontentare

l'uomo tronfio per un pochino di conoscenza.

(Subhashita-ratna-bhandagaram)


Coloro che vivono in conformità di queste divine leggi senza protestare,

che stanno saldi nella fede, sono liberi dal karma.

Coloro che violano queste leggi, che le criticano e protestano,

si ingannano nel modo più assoluto e sono  causa della loro stessa sofferenza.

(Bhagavad Gita 3, 31-32)


Finché si ha un corpo, non si può rinunciare del tutto all'azione.

La vera rinuncia è rinuncia a ogni desiderio di remunerazione personale.

Coloro che si fissano sulla remunerazione personale

raccoglieranno le conseguenze delle loro azioni: alcune gradevoli, alcune miste.

Ma coloro che rinunciano a ogni desiderio di remunerazione personale

andranno oltre la portata del karma.

(Bhagavad Gita 18:11-12)


L'illusione degli uomini di trovare la felicità in questa vuota esistenza

somiglia a quella dei bambini che credono di poppare il latte mentre si succhiano il pollice.

(Subhashita-ratna-bhandagaram)


Sannyasi è colui che non possiede nulla,

neppure i vestiti che indossa.

Ha rinunciato a tutto.

Questa è l'effetttiva rinuncia richiesta,

Sannyasi è colui che è completamente staccato dal mondo e da se stesso. 

(Bede Griffiths)


Lo studio dei Veda, della linguistica, dei rituali, dell'astronomia

e di tutte le arti può esser detta conoscenza inferiore.

La superiore è quella che conduce all'auto-realizzazione.

(Mundaka Upanishad)


La libertà non sta nell'essere liberi da difficoltà,

bensì è la libertà di prendere le difficoltà per il meglio

e renderle un elemento della nostra gioia.
(Rabindranath Tagore)


Puro di cuore, non vuole niente, nemmeno in miseria.

È soddisfatto della conoscenza di sé.

A chi posso paragonarlo?

Con comprensione libera e costante

sa che qualunque cosa egli veda è per natura niente.

Come può preferire una cosa a un'altra?
(Ashtavakra Gita 3, 12-13)


Coloro che compiono i rituali prescritti dai Veda,

offrendo sacrifici e bevendo il soma, si liberano dal male

e raggiungono lo sconfinato cielo degli dèi, dove godono di piaceri celestiali.

Quando ne hanno pienamente goduto, il loro merito si esaurisce ed essi ritornano tra i mortali.

Così, osservando i rituali vedici,  ma intrappolati in una catena infinita di desiderï,

essi vengono e vanno.

(Bhagavad Gita 9, 20-21)


«Portami un frutto da quell'albero».
«Eccolo».
«Aprilo».
«L'ho aperto».
«Cosa vedi al suo interno?».
«Dei piccolissimi semi, o venerabile».
«Aprine uno».
«L'ho aperto».
«Cosa vedi al suo interno?»
«Nulla di nulla».
«Figlio mio, da codesto nulla di nulla, in verità,

nasce quest'albero maestoso.

Da codesto nulla di nulla è costituito ciò che esiste:

quello è il reale, è l'essenza.

Quello sei tu, Svetaketu».

(Chandogya Upanishad)


I discepoli chiesero a Yajnavalkya di descrivere Dio.

Rispose: «Il divino non è questo e non è quello» (neti, neti).

Ovvero, il divino non è reale come siamo reali noi, e non è nemmeno irreale.

Il divino non vive nel senso in cui gli esseri umani vivono e non è nemmeno privo di vita.

Il divino non è misericordioso nel senso in cui noi usiamo il termine, e non è nemmeno privo di misericordia.

E così via. Non potremo mai veramente definire Dio con le parole.

Tutto ciò che possiamo dire è: «Non è questo, e non è quello».

Alla fine, per capire la natura del divino, bisogna andare oltre le parole.

In questo senso, neti-neti non è una negazione.

È piuttosto l'asserzione che qualunque cosa il divino sia, quando tentiamo di catturarlo con parole umane,

inevitabilmente le parole ci vengono a mancare, perché la nostra comprensione è limitata

ed è ancor più limitata la capacità delle parole di esprimere il trascendente.

(Dalla Brihadaranyaka Upanishad)


Lo Yoga è l'adagiarsi della mente nel silenzio.

Allorché la mente s'è adagiata, si stabilisce nella propria natura essenziale, che è coscienza illimitata.

La nostra natura essenziale è solitamente oscurata dall'attività della mente.   

(Yogasûtra di Patañjali, 1, 2-4)


Ci sono tre tipi di karma:

i Sanchit Karma, ovvero i karma (nel senso di azioni, parole e pensieri, ndt) accumulati nel corso di innumerevoli rinascite;

i Prarabdha Karma, ovvero i karma le cui conseguenze sono già in atto;

e i Kriyaman Karma, ovvero i karma le cui conseguenze devono ancora essere create.

Questi tre tipi di karma si spiegano con la metafora delle varie fasi della crescita del riso:

il riso raccolto e immagazzinato nel granaio può essere paragonato ai Sanchit Karma:

da questa provvista la parte che viene scelta e preparata per essere cotta e mangiata è come i Prarabdha Karma,

ovvero i karma che hanno originato la vita presente.

Nello stesso tempo, i nuovi chicchi che vengono seminati nelle risaie,

che daranno un nuovo raccolto in avvenire e a loro volta saranno aggiunti al granaio, sono come i Kriyaman Karma,

cioè gli atti compiuti di giorno in giorno, che piano piano s'aggiungono ai Sanchit Karma

finché «non maturano» per dare frutto come Prarabdha Karma in una vita futura.

(Shikshapatri)


Io  sono l'oceano sconfinato. Qua e là, il vento, che soffia dove gli pare, spinge la nave del mondo.

Ma io non sono inquieto.

Io sono la profondità immensa in cui le onde di tutti i mondi naturalmente nascono e svaniscono.

Ma io non sorgo e non svanisco.

(Ashtavakra Gita 7:1-2)


In preghiera è meglio avere un cuore senza parole che parole senza cuore.

(Mohandas Karamchand Gandhi)


«Di' la verità.

Fa' il tuo dovere.

Non trascurare le scritture.

Al tuo maestro da' il meglio.

Non interrompere la continuità del lignaggio.

Non deviare dalla verità.

Non allontanarti dal bene.

Proteggi sempre il tuo progresso spirituale.

Fa' del tuo meglio nell'imparare e nell'insegnare.

Non mancare mai di rispetto ai saggi.

Vedi il divino in tua madre, in tuo padre, nel tuo maestro e nell'ospite.

Non fare mai ciò che sai ch'è sbagliato.

Onora coloro che ne sono degni.

Dona con fede. Dona con amore. Dona con gioia.

Se sei in dubbio sul giusto modo di comportarti, segui l'esempio dei saggi,

che sanno qual'è la cosa migliore per l'evoluzione spirituale.

Questo è l'insegnamento dei Veda;

questo è il segreto;

questo è il messaggio».

(Taittiriya Upanishad)


Che io non preghi per essere al riparo dai pericoli,

ma per avere il coraggio di affrontarli.

Che io non preghi perché venga lenito il mio dolore,

ma per riuscire a superarlo.

Che io non mi affidi agli alleati sul campo di battaglia della vita,

ma piuttosto alla mia propria resistenza.

Che io non brami mai, angosciato di paura, d'essere salvato,

ma speri piuttosto nella pazienza necessaria a conquistare la mia libertà.

Fa' che io non sia un vigliacco,

e non riconosca la tua misericordia solo nel successo,

ma fammi trovare la stretta della tua mano nel fallimento.

(Rabindranath Tagore (1861-1941)


Né gli dèi né i saggi conoscono le mie origini,

poiché io sono l'origine da cui tutti gli dèi e i saggi provengono.

Chiunque mi riconosca come il signore di tutta la creazione,

senza nascita né inizio, conosce la verità e si libera da ogni male.

(Bhagavad Gita 10, 2-3)


Che cos'è una vecchia amicizia?

È quando né uno né l'altro amico ha da obiettare sulle libertà che l'amico si prende.

(Tirukkural, 801)


La vastità primordiale è il cielo;

la vastità primordiale è la sfera dello spazio;

la vastità primordiale è la madre, il padre, il figlio;

la vastità primordiale è tutti gli dèi,

le cinque specie di uomini,

tutti quelli che sono nati e nasceranno.

(Rig Veda)


Nessun io, nessun «mio»: egli sa che non c'è niente;

tutti i suoi desideri interni si sono squagliati; qualunque cosa faccia, egli non fa niente.

La sua mente ha smesso di funzionare!

S'è semplicemente squagliata; e con essa i sogni, le illusioni e l'ottusità.

E per ciò in cui egli s'è trasformato, non c'è alcun nome.

(Ashtavakra Gita 17, 19-20)


Il sé interno percepisce il mondo esterno, composto di terra, d'acqua, di fuoco, d'aria e di spazio.

È vittima delle simpatie e delle antipatie,  del piacere e del dolore, dell'illusione e del dubbio.

Conosce tutte le sottigliezze del linguagggio, gode del ballo, della musica e di tutte le arti;

si diletta dei sensi, rievoca il passato, legge le scritture ed è in grado di agire. 

Questa è la mente, la persona interna.

(Atma Upanishad)


L'ostilità nascosta nel cuore del fratello causerà molte miserie e, da ultimo, finirà per uccidere.

Quando l'ostilità si presenta, la discordia distrugge l'unità

e gli uomini precipitano inevitabilmente verso la morte sempre pronta ad accoglierli.

(Tirukkural 885-886)


La nostra vera natura è in effetti il Brahman,

ma per ignoranza la gente lo identifica con l'intelletto, la mente, i sensi, le passioni

e gli elementi: la terra, l'acqua, l'aria, lo spazio e il fuoco.

Ecco perché si dice che il sé consiste di questo e di quello e sembra essere ogni cosa. 

(Brihadaranyaka Upanishad)


Il guru è il sé increato e senza forma che c'è dentro ciascuno di noi;

può apparire come un corpo umano per guidarci, ma è solo un travestimento.

(Ramana Maharshi)


Non si raggiunge la conoscenza del sé finché non si rinuncia a tutto.

Quando tutti i punti di vista sono stati abbandonati, quel che resta è il sé.

Anche nel mondo non si può ottenere ciò che si vuole finché non si rimuovono tutti gli ostacoli;

questo vale a maggior ragione per l'autoconoscenza.

(Maharamayana)


La nostra pace mentale aumenta nonostante la sofferenza;

diventiamo più coraggiosi e più intraprendenti;

comprendiamo più chiaramente  la differenza fra ciò che è duraturo e ciò che non lo è;

impariamo a distinguere fra ciò che è il nostro dovere e ciò che non lo è;

il nostro orgoglio si smonta e diventiamo umili;

il nostro attaccamento alle cose del mondo diminuisce e, nello stesso modo,

la cattiveria in noi diminuisce da un giorno all'altro.

(M. K. Gandhi)


Le impressioni delle azioni compiute (klesa), immagazzinate in profondità nella mente,

sono i semi del desiderio.

Maturano e fruttificano in modi visibili e invisibili in questa vita o in un'altra.

(Patañjali, Aforismi sullo Yoga, 2, 12)


L'atto puro e spontaneo accade naturalmente quando non c'è alcun "io"

a controllare se l'azione sia conforme alla tua idea di quale sia la cosa migliore per te.

(Ramesh Balsekar)


Lo sradicamento della brama di esistenza personale separata è la liberazione. 

(Sankara)


L'ego è come uno stecco che divide l'acqua in due; crea l'impressione che tu sei uno e io sono un altro;

ma quando l'ego sparisce ti rendi conto che il Brahman è la tua stessa coscienza interiore.   

(Ramakrishna)


I veri amici non abbandonano le care amicizie, nemmeno quando accade che coloro che hanno a cuore facciano loro danno.

Un amico forte e sincero non guarderà ai difetti dell'amico e il giorno in cui l'amico lo offende, lui celebrerà il silenzio.

(Tirukkural 81, 807-808)


Che cos'è la veridicità? È proferire parole che vadano interamente esenti da effetti nocivi.

(Tirukkural, 291)


I saggi lo chiamano Akshara, l'imperituro.

Non è grande né piccolo, né lungo né corto, né caldo né freddo,

né luminoso né oscuro; non è aria né spazio.

È senza attaccamento, non ha gusto né odore, né tangibilità;

non ha occhi, né orecchi, né lingua, né bocca, né alito, né mente;

è immoto, illimitato, non ha interno né esterno.

Non consuma niente e niente lo consuma.

In perfetto accordo con la volontà dell'imperituro,

il Sole e la Luna descrivono le loro orbite;

il cielo e la terra rimangono al loro posto;

i momenti, le ore, i giorni, le notti, le quindicine, i mesi e le stagioni si trasformano in anni;

i fiumi che si dipartono dalle montagne ricoperte di neve fluiscono in ogni direzione fino al mare.

(Brihadaranyaka Upanishad)


I saggi vedono il Brahman in ogni nutrimento.

Dal nutrimento viene il seme e dal seme vengono tutte le creature.

Coloro che vivono per il sesso vanno per la via lunare,

ma coloro che sono autocontrollati e sinceri giungeranno alle brillanti regioni del Sole.

(Prashna Upanishad)


Coloro che vanno esenti da arroganza, rabbia e lussuria prospereranno in grande dignità.

(Tirukkural, 431)


Sei saggio;

giochi, lavori e mediti;

ma la tua mente ancora desidera ciò che sta oltre tutto quanto,

dove tutti i desideri spariscono.

Lo sforzo è la radice del dispiacere;

ma chi lo capisce?

Soltanto quando sarai benedetto dalla comprensione di questo insegnamento

troverai la libertà.

(Ashtavakra Gita 16, 2-3)


C'era un volta un Folle.

Un giorno andò al mercato e mentre era assente la sua capanna prese fuoco.

I vicini salvarono quel che poterono dall'interno e si diedero da fare a buttare secchiate d'acqua

sulla capanna in fiamme, facendo una catena umana fino al fiume.

Quando il Folle tornò e vide tutta quella gente che gettava acqua sulla sua casa,

raccolse le poche cose che erano state salvate e le ributtò nel fuoco.

I compaesani lo guardavano sbalorditi.

A un certo punto si mise a piovere.

La pioggia spegneva il fuoco, così quella brava gente smise la catena dei secchi d'acqua.

Invece il Folle incominciò a prendere acqua dal fiume e a buttarla sulla capanna.

Per farla breve, i vicini non credevano ai loro occhi.

Gli chiesero perché si comportasse così.

Rispose: «Quando viene il fuoco gli do il benvenuto e lo aiuto.

Quando viene l'acqua le do il benvenuto e l'aiuto».

(Storia indiana)


La conoscenza che scaturisce dal più sottile discernimento

tra l'aspetto più puro della mente (buddhi) e lo spirito (purusha) ci porta all'altra riva.

È intuitiva, onnisciente e al di là di ogni divisione di tempo e di spazio.

(Patañjali, Yogâsutra, 3, 54)


Sia pace  alla terra e agli spazi aperti!

Sia pace al cielo, sia pace alle acque;

pace alle piante e agli alberi!

Che tutti gli dèi possano preservarmi in pace!

Che in virtù di questa preghiera la pace si diffonda!

(Atharva Veda)


Quelli che vengono ingannati dall'attività dei guna s'aggrappano ai risultati delle loro azioni,

ma quelli che comprendono queste verità non dovrebbero turbare gli ignoranti.

Compiendo ogni azione per amor mio,

completamente assorto in me e senza aspettative, combatti!

Ma non farti contagiare dalla febbre dell'ego.  

(Bhagavad Gita 3:29 - 30)


Per coloro che hanno fugato ogni dubbio e percepiscono la verità, il cielo è più vicino della terra.

(Tirukkural 353)


Come un solo fuoco entra nel mondo e diviene corrispondente nella forma ad ogni forma,

così l'anima interna di tutte le cose corrisponde nella forma ad ogni forma, ed è tuttavia all'esterno.

(Katha Upanishad 2.2.9)


Due uccelli dalle belle ali, legati da indissolubile e intima amicizia, trovano rifugio sullo stesso albero:

uno dei due mangia i dolci frutti del fico; l'altro non mangia, ma osserva soltanto.

(Rig Veda Samhita 1, 164, 20-22)


Il protagonista del Mahabharata, il re Yudhishtira, giunto sulle sponde d'un lago, vi trova i quattro fratelli che giacciono al suolo privi di vita.

Grande è la sua costernazione per l'inspiegabile sorte dei congiunti, ma ancor più grande è la sete incontenibile dalla quale viene improvvisamente assalito.

Mentre si china sull'acqua per bere, ode una voce soprannaturale che gli dice:


 

Voce dal lago: Prima rispondi alle mie domande, poi ti farò bere!

Yudhishtira: Chi sei? Io non ti vedo!

V.: Rispondi!

Y.: Dove sei? Nell'aria? Nell'acqua?

V.: Non sono né pesce né uccello. Ho abbattuto i tuoi fratelli perché han voluto bere senza rispondere alle mie domande.

Y.: Allora interrogami.

V.: Che cosa c'è di più veloce del vento?

Y.: Il pensiero.

V.: Che cosa ricopre la terra?

Y.: L'oscurità.

V.: Sono di più i vivi o i morti?

Y.: I vivi, perché i morti non ci sono più.

V.: Fammi un esempio di spazio.

Y.: Le mie mani chiuse come una sola.

V.: Un esempio di lutto.

Y.: L'ignoranza.

V.: Di veleno.

Y.: Il desiderio.

V.: Un esempio di sconfitta.

Y.: La vittoria.

V.: Quale dei due è venuto prima? Il giorno o la notte?

Y.: Il giorno... ma era solo un giorno avanti!

V.: Qual è la causa del mondo?

Y.: L'amore

V.: Qual è il tuo opposto?

Y.: Me stesso.

V.: Che cos'è la pazzia?

Y.: Una via dimenticata.

V.: E la rivolta? Perché si rivoltano gli uomini?

Y.: Per trovare la bellezza, nella vita oppure nella morte.

V.: Che cosa è inevitabile per tutti?

Y.: La felicità.

V.: E qual è la cosa più stupefacente?

Y.: Ogni giorno la morte colpisce, e noi viviamo come se fossimo immortali. Questa è la cosa più stupefacente.

V.: Possano tutti i tuoi fratelli tornare in vita.

Y.: Ma chi sei tu?

V.: Sono Dharma, tuo padre. Sono la costanza, la luce e l'ordine del mondo.

Y.: E hai preso la forma d'un lago?

V.: Io sono tutte le forme, Yudhishtira!

 

 (Mahabharata)


Sotto il mio occhio attento le leggi di natura intraprendono il loro corso;

così il mondo viene messo in moto; così si creano le cose animate e quelle inanimate.

 (Bhagavad Gita 9, 10)


L'autocontrollo colloca l'uomo fra gli dei,

mentre la mancanza di esso lo precipita nell'oscurità più profonda.

(Tirukkural 13, 121)


Lo gnostico vuole diventare Dio,

ma il mistico vuole gustare la dolcezza, non diventare lo zucchero.

(Ramakrishna)


Ragione e torto, gioia e dispiacere, sono solo stati della mente;

non sono tuoi, non sei realmente tu colui che agisce o che gode.

Tu sei dappertutto,  per sempre libero.

(Ashtavakra Gita 1, 6)


Fidarsi d'uno sconosciuto senza assumere informazioni

attira difficoltà tanto interminabili che persino i discendenti devono sopportarle.

Senza fare ricerche, non fidarti di nessuno.

Fidarsi d'una persona senza averla messa alla prova

e sospettare d'una persona che si è dimostrata degna

sono entrambi errori che apportano mali interminabili.

(Tirukkural 51:508 - 510)


Sappi che quello che non può essere visto dagli occhi,

ma grazie al quale gli occhi vedono, è il Brahman.   

(Kena Upanishad)


Colui che scansa l'azione non raggiunge la libertà;

nessuno può conseguire la perfezione astenendosi dal lavoro.

In effetti, non c'è alcuno che possa riposarsi, nemmeno per un istante:

ogni creatura è spinta all'azione dalla sua stessa natura.

(Bhagavad Gita 3, 4)


Che cos'è la stupidità? È quella vanità che spinge a dichiarare: "Io sono saggio".

Colui che finge di sapere ciò che non sa, fa nascere dubbi anche su ciò che realmente conosce.

(Tirukkural 85, 844-845)


Seduto in un luogo solitario, libero da desideri e con i sensi sotto controllo,

medita esente da pensieri sulla tua infinita natura. 

(Shankara)


Tutto ciò che prende forma è falso; soltanto ciò che è senza forma perdura.

Quando comprendi la verità di questo insegnamento, non nascerai mai più.

Perché il Brahman è infinito, all'interno del corpo ed al di fuori,

come uno specchio e l'immagine in uno specchio.

Così come l'aria è dappertutto, attorno a un vaso e dentro di esso,

così il Brahman è dappertutto: riempie tutte le cose attraversandole, per sempre.

(Ashtavakra Gita 1, 18-20)


Conoscete già la storia del discepolo che andò dal maestro

per chiedergli che cosa fosse il Brahman?

Il maestro rispose: «È ogni cosa».

«Anche l'elefante del Maharaja?» insistette il discepolo.

«Si - rispose il maestro - tu sei il Brahman e lo è anche l'elefante del Maharaja».

Al che il discepolo se ne andò molto soddisfatto.

Per strada si imbatté nell'elefante del Maharaja, ma non si scostò al suo passaggio perché, pensò,

se lui e l'elefante erano entrambi il Brahman, l'elefante l'avrebbe riconosciuto.

Non si mosse neppure quando il conducente dell'elefante gli gridò di spostarsi,

e così l'elefante lo afferrò con la proboscide e lo scaraventò sul ciglio della strada.

Il giorno dopo, il discepolo, tutto ammaccato, tornò dal maestro e gli disse:

«Mi avevate detto che io e l'elefante eravamo entrambi il Brahman e invece guardate come mi ha conciato».

Il maestro, imperturbabile, domandò al discepolo che cosa gli avesse detto il conducente dell'elefante.

«Di togliermi di mezzo» rispose il discepolo.

«Avresti dovuto obbedirgli,» disse il maestro, «perché anche il conducente dell'elefante è il Brahman».

(Storia indù)


Qualunque cosa occupi la mente al momento della morte

determina la destinazione dei morenti;

essi tenderanno sempre verso l'esistenza.

(Bhagavad Gita 8, 6)


Come un uomo si sbarazza dei vecchi abiti e ne prende altri nuovi,
così l'Abitante del corpo  si sbarazza dei corpi vecchi e si unisce ad altri nuovi.
Non Lo feriscono le armi, non Lo brucia il fuoco,
non Lo bagnano le acque, non Lo asciuga il vento.
(Bhagavad-Gita: cap. 2°, 22-23)

Quando l'essere umano agisce privo di aspettative,
controllando la propria mente ed i propri pensieri,
rinunciando ad ogni sorta di avidità
e partecipando all'azione solo con il corpo,
egli non si macchia di alcuna colpa.
 
Contento di quel che gli riserva la sorte,
superiore alle coppie degli opposti, privo di invidia,
equanime davanti al successo ed al fallimento,
anche se agisce non contrae legami.

Per chi è privo di ogni attaccamento, liberato,
con il pensiero fermo nella conoscenza
e agisce come se stesse compiendo un sacrificio,
tutte le azioni vengono annullate (non viene creato karma).
(Bhagavad -Gita: cap. 4°, 21-22-23)

Come un cristallo riflette gli oggetti vicini,

così il volto rispecchia il contenuto del cuore.

Che cosa può esserci di più percettivo del volto?

Perché, se l'animo è triste o allegro,

è il volto a esprimerlo per primo.

(Tirukkural LXXI, 706-707)


Quel che non deve succedere, non succede;

quel che dev'essere, non può essere altrimenti:

questa è la medicina che distrugge il veleno delle preoccupazioni.

Perché non la bevi?

(Mahabharata)


Come la pioggia penetra in una casa dal tetto sconnesso,

così le passioni entrano nel cuore non temprato dalla meditazione.

(Dhammapada, 13)


L'attenzione è la via dell'immortalità,

la disattenzione è la via della morte;

gli attenti non muoiono;

i disattenti sono già come morti.

(Dhammapada, 21)


O monaco, vuota codesta barca! Una volta vuotata correrà veloce;

sradica desiderio e avversione: andrai lesto verso la fine del dolore.

(Dhammapada, 369)


Nemmeno se piovessero monete d'oro potremmo saziare il desiderio;

sono saggi coloro che sanno che la soddisfazione dei desideri è stressante e di breve durata.

(Dhammapada, 186)


Non c'è concentrazione mentale per chi è senza saggezza.

Non c'è saggezza per chi è senza concentrazione mentale.

Ma colui che ha concentrazione mentale e saggezza è sull'orlo della liberazione.

(Dhammapada, 372)


Non disprezzare,

non nuocere,

aderenza al Pâtimokkha,

moderazione nel cibo,

dimorare e giacere da soli,

dedizione al controllo della mente:

questo è l'insegnamento dei buddha.

(Dhammapada, 185)

 

Pâtimokkha (skt. prâtimokshya), letteralmente "ciò che vincola"), è il complesso di 227 regole che il monaco buddista (bhikkhu) è tenuto ad osservare. Ogni due settimane, nei giorni di novilunio e plenilunio, ha luogo la riunione plenaria dei monaci per celebrare l'uposatha, il giorno di digiuno in cui si recitano le otto sezioni del pâtimokkha. Al temine di ogni ogni gruppo di regole, il monaco più anziano si rivolge alla collettività e chiede per tre volte: «Siete innocenti di queste cose?». In tal modo l'uposatha è insieme un ripasso della regola e una sorta di confessione pubblica e purificatoria delle mancanze commesse (di qui il significato secondario di "purgante" del termine).


Ho vinto tutto, ho compreso tutto riguardo a ogni cosa, senza attaccarmici;

ho lasciato andare tutto, liberato nella fine della sete di sensazioni:

avendo pienamente capito da solo, chi mai dovrei indicare come mio maestro?

(Dhammapada, 353)


Si vergognano di ciò di cui non c'è da vergognarsi e non si vergognano,

invece, di ciò di cui c'è da vergognarsi: coloro che adottano convinzioni inadeguate vanno verso un infelice destino.

Vedono il pericolo dove non c'è e non lo vedono dove c'è:

coloro che adottano convinzioni inadeguate vanno verso un infelice destino.

(Dhammapada, 316-317)


Coloro che vedono errori dove non ce ne sono e non vedono gli errori che invece ci sono,

abbracciando convinzioni inadeguate, vanno verso un destino infelice.

Coloro che vedono le cose sbagliate come sbagliate e quelle giuste come giuste,

abbracciando convinzioni adeguate, vanno verso un destino felice.

(Dhammapada, 318-319)


La notorietà raggiunge lo stolto solo per la sua rovina:

gli fa perdere la testa e devasta la sua brillante fortuna.

(Dhammapada, 72)


Colui che è oltremodo corrotto, come un rampicante che soffoca una  magnolia,

fa a sé stesso ciò che un nemico gli augurerebbe.

(Dhammapada, 162)


Non è certo con le parole suadenti o brillanti che un invidioso,

egoista e imbroglione si trasforma in persona esemplare,

ma colui che intelligentemente abbia realmente sradicato in sé questi difetti,

che abbia rigettato da sé ogni astio, è a ragione chiamato esemplare.

(Dhammapada, 262-263)


Tutti tremano di fronte allla violenza; tutti hanno cara la vita:

mettendoti al posto degli altri, non uccidere e non indurre altri ad uccidere.

(Dhammapada, 130)


Una testa canuta non basta a fare un anziano;

uno può anche essere avanti negli anni ed essere un vecchio stolto.

Ma colui nel quale vi sono verità, integrità, rettitudine, gentilezza e autocontrollo,

lui sì che è degno del nome di anziano, essente da macchia, illuminato.

(Dhammapada, 261)


L’odio non può essere placato dall’odio ma dall’Amore.

(Dhammapâda)


Coloro che sono svegli e dediti alla meditazione, che si dilettano nella rinuncia e nel placare il cuore,

che si ricordano di se stessi e sono consapevoli, persino gli dèi li guardano con invidia.

(Dhammapada, 181)


Come da un mucchio di rifiuti gettati a lato di una strada maestra

può nascere un loto profumato e immacolato,

così anche nel mucchio spregevole, nel volgo cieco,

fra gente triviale, può splendere per discernimento

il discepolo di colui che s'è rettamente auto-risvegliato.

(Dhammapada, 58-59)


Il sole splende di giorno,

la luna splende di notte,

il guerriero splende nell'armatura,

il brahmana splende allorché medita.

Però colui che è sveglio

splende sempre, giorno e notte.

(Dhammapada, 387)


Il male si fa da soli e da soli si soffre;

da soli si evita di fare il male e da soli si ottiene la salvezza.

La salvezza e la perdizione dipendono da sé soltanto:

nessuna persona può salvarne un'altra.

(Buddha Sakyamuni nel Dhammapada, v. 165)


Si svegliano stando sempre vividamente svegli, i discepoli di Gôtama la cui consapevolezza, giorno e notte, è immersa costantemente nel Buddha.

Si svegliano stando sempre vividamente svegli, i discepoli di Gôtama la cui consapevolezza, giorno e notte, è immersa costantemente nel Dhamma.

Si svegliano stando sempre vividamente svegli, i discepoli di Gôtama la cui consapevolezza, giorno e notte, è immersa costantemente nel Sangha.

Si svegliano stando sempre vividamente svegli, i discepoli di Gôtama la cui consapevolezza, giorno e notte, è immersa costantemente nel corpo.

Si svegliano stando sempre vividamente svegli, i discepoli di Gôtama la cui consapevolezza, giorno e notte, è immersa costantemente nella nonviolenza.

Si svegliano stando sempre vividamente svegli, i discepoli di Gôtama le cui menti si dilettano, giorno e notte, nella pratica della meditazione.

(Dhammapada 296-301)


Gioia durevole o piacere transitorio?

Questa è la scelta che sempre ci si trova a fare.

I saggi riconoscono questa alternativa, ma non gli stolti.

I primi accolgono ciò che conduce alla gioia durevole, anche se doloroso al momento.

Gli altri rincorrono, sospinti dai sensi, solo ciò che arreca piacere immediato.

(Katha Upanishad)


Colui che si siede da solo, dorme da solo e cammina da solo,

che è perseverante e doma da solo se stesso,

troverà la beatitudine nella solitudine della foresta.

(Dhammapada 305)


Sarebbe meglio ingoiare una sfera di ferro rovente,

ardente come il fuoco,

piuttosto che come monaco immorale e incontrollato

mangiare le offerte della gente.

(Dhammapada 308)


Chiunque desideri la felicità per se stesso ma impugni un'arma

per far violenza a esseri viventi che vogliono essere felici,

dopo la morte non troverà felicità alcuna.

Chiunque desideri la felicità per se stesso ma non impugni un'arma

per far violenza a esseri viventi che vogliono essere felici,

dopo la morte troverà la felicità.

(Dhammapada, 131-132)


Quando uno stolto commette cattive azioni, non se ne rende conto;

così è dai suoi stessi atti che lo sciocco è tormentato,

come persona bruciata dal fuoco.

(Dhammapada, 136)


Continui pure lo stolto

a desiderare una vana reputazione,

la preminenza fra i praticanti,

l'autorità nei luoghi di pratica

e la venerazione dell'altra gente!

(Dhammapada, 73)


In verità, una cattiva azione commessa non dà frutto immediato,

proprio come il latte non caglia subito;

ma di nascosto segue lo stolto,

come fuoco che cova sotto la cenere.

(Dhammapada, 71)


Colui che si tiene alla larga dai laici

come dai religiosi,

che vaga senza dimora,

che ha pochi desideri,

costui io chiamo un brâhmana.

(Dhammapada, 404)


Abbandona la rabbia, falla finita coll'egocentrismo:

va' oltre ogni legame.

Nessun dolore tocca la persona

che non ha più alcun attaccamento per nome e forma

e che non possiede più nulla.

(Dhammapada, 221)


Non sottovalutare il male fatto, dicendo: «Non me ne verrà nulla».

L'acqua, cadendo a goccia a goccia, riempie anche una giara.

Lo stolto si riempie di malefici, anche se li accumula a poco a poco.

Non sottovalutare il bene fatto, dicendo: «Non me ne verrà nulla».

L'acqua, cadendo a goccia a goccia, riempie anche una giara.

L'uomo probo si riempie di benefici, anche se li accumula a poco a poco.

(Buddha Sakyamuni, nel Dhammapada, 121-122)


Brahma disse:

«Bene, ora ti dirò qualcosa di più.

Anche con mille spiegazioni,

una persona che difetti di comprensione

non riesce ad acquisire la conoscenza.

Tuttavia uno che è dotato di intelligenza

riesce a raggiungere la felicità

anche solo con un quarto delle spiegazioni».

(Mahabharata)


L'impulso "lo voglio" e l'impulso "l'avrò": perdili!

È lì che la maggior parte della gente rimane incastrata;

senza di essi, puoi usare gli occhi

per districarti da questo stato di sofferenza.

(Sutta Nipâta)


Colui che non ha nascosti, rancorosi pensieri,

che è andato oltre il voler essere «qualcuno»,

il «diventare» questo o quello,

quel tale è libero dalla paura, beato;

e neppure gli dèi possono scuotere una tale serenità.

(Udana Sutta)


Ma se giungerai a comprendere

d'essere il Brahman

- la suprema fonte luminosa;

la suprema sorgente dell'amore -

sarai libero dalla sofferenza;

oltrepasserai la dualità

e vivrai in uno stato di unità.

(Mundaka Upanishad)


Se vuoi la liberazione ma ancora dici «mio»,

se pensi di essere il tuo corpo,

non sei un saggio né un cercatore:

sei semplicemente una persona che soffre.

(Ashtavakra Gita XVI, 10)


Aggrapparsi alla visione di se stessi come Buddha, come Zen o come Via,

facendone una comprensione,

è detto attaccamento alla visione interiore.

Il raggiungimento per mezzo di cause e condizioni, pratica e realizzazione,

è detto attaccamento alla visione esteriore.

Il maestro Pao-chih disse:

«La visione interiore e la visione esteriore sono entrambe sbagliate».

(Pai-chang)


Più grande in battaglia di chi sconfigge mille volte mille nemici

è colui che ne vince uno solo: se stesso.

(Dhammapada, 103)


La via della devozione è buona quanto quella della conoscenza;

ma finché Dio mantiene in noi il senso dell'ego

è più facile seguire il percorso della devozione.

(Ramakrishna)


"Io sono il cibo della vita: io sono, io sono;

io mangio il cibo della vita: io mangio, io mangio;

io mischio il cibo e la bevanda: io mischio, io mischio.

Io sono il primo nato nell'universo;

più vecchio degli dei, io sono immortale.

Chi spartisce il cibo con gli affamati protegge me;

chi non lo spartisce è da me consumato.

Io sono questo mondo e consumo questo mondo.

Coloro che comprendono ciò comprendono la vita".

(Taittiriya Upanishad)


Considera: dovunque ci sia desiderio, c'è il mondo.

Con un risoluto distacco liberati dal desiderio e troverai la felicità.

Il desiderio ti lega, nient'altro. Distruggilo e sarai libero.

Volta le spalle al mondo, porta a compimento te stesso

e troverai una felicità duratura.
(Ashtavakra Gita X, 3-4)


Tremante, esitante, difficile da custodire,

difficile da tenere sotto controllo è la mente.

Il saggio la raddrizza, come un arciere fa col legno del dardo.

La mente che cerca di scuotersi via di dosso il potere della morte

si agita e si contorce come un pesce tratto dall'acqua e gettato all'asciutto.

La mente è incostante e volubile,

vola dietro all'immaginazione dovunque le garbi:

in effetti è difficile da trattenere.

Ma è un gran bene controllare la mente;

la mente sotto controllo è fonte di grande gioia.

(Buddha Sakyamuni, in Dhammapada, 33-35)


Come un albero che, sebbene abbattuto, seguita a produrre polloni dal ceppo finché la radice non vien divelta,

così pure la latente sete di sensazioni, finché non è del tutto sradicata, seguita a rigenerare il dolore.

(Dhammapada, 338)


Non prende l'iniziativa quand'è il momento di prenderla;

giovane e forte, ma letargico, irresoluto ed esaurito;

quest'uomo pigro e indolente smarrisce la via della conoscenza.

(Dhammapada, 280)


È meglio vivere un giorno solo con integrità e consapevolezza

piuttosto che cent'anni con immoralità e disattenzione.

 

È meglio vivere un giorno solo con discernimento e in meditazione

piuttosto che cent'anni nell'ignoranza e nella distrazione.

 

È meglio vivere un giorno solo con energia e costanza

piuttosto che cent'anni nell'apatia e nella fiacca.

 

È meglio vivere un giorno solo comprendendo come tutte le cose nascano e passino via,

piuttosto che cent'anni senza mai comprenderlo.

 

È meglio vivere un giorno solo facendo esperienza dell'Imperituro,

piuttosto che cent'anni senza mai sperimentarlo.

 

È meglio vivere un giorno solo vedendo coi propri occhi la sublime legge della realtà,

piuttosto che cent'anni senza mai vederla.

(Dhammapada, 110-115)


Anche quando è calmo, lo stolto è indaffarato.

Anche quando è indaffarato, il saggio è calmo.

(Ashtavakra Gita XVIII, 29)


È sveglio, realizzato, libero da desiderï.

Essere e non essere non lo descrivono.

Sembra occupato, ma non fa niente.

In movimento o fermo, non è mai turbato.

Fa qualunque cosa gli capiti ed è felice.

(Ashtavakra Gita XVIII, 19-20)


Il saggio non si reputa uguale, inferiore o superiore.

Placato e disinteressato non si aggrappa e non respinge.

(Sutta Nipata)


Colui che è di natura riguardosa,

che sempre rispetta gli anziani,

può attendersi l'aumento di quattro qualità:

lunga vita, bellezza, felicità e resistenza.

(Dhammapada, 109)


Come da un mucchio di rifiuti gettati sulla strada maestra

può nascere un fiore di loto profumato e meraviglioso,

così pure nel mucchio spregevole del volgo cieco, fra la gentaglia,

risplende per saggezza il discepolo del buddha pienamente risvegliato.

(Dhammapada, 58-59)


La conoscenza è, dunque, superiore alla pratica;

superiore alla conoscenza è la meditazione;

ma ancora superiore è il distacco dal risultato,

perché ad esso fa subito seguito la pace.

(Bhagavad Gita XII, 12)


Come l'erba kusha, se afferrata male, taglia le mani,

così  la vita ascetica, se intrapresa malamente, fa andare all'inferno.

(Samyutta Nikaya)


Vuol essere libero.

Non si cura cura di questo mondo né di quell'altro

e conosce ciò che passa e ciò che rimane.

Eppure - che strano! - ha ancora paura della libertà.

(Ashtavakra Gita III, 8)


Come una solida roccia non è scossa dalla tempesta,

così il saggio non è scosso dalla lode o dal biasimo.

(Dhammapada, 81)


Tutto è cambiamento nel mondo dei sensi,

ma il Brahman è immutabile:

medita su di esso, assorbiti in esso,

svegliati da questo sogno di separazione!

(Shvetashvatara Upanishad)


Un seguace laico della via

non dovrebbe partecipare a cinque tipi di commercio.

Quali?

Commercio di armi,

commercio di esseri umani,

commercio di carne,

commercio di alcolici e droghe

e commercio di veleni.

(Anguttara Nikaya V, 177)


«Mi dici di star fermo, ma io non cammino - gridò un tale -,

mentre tu che cammini dici che stai fermo.

Com'è possibile che tu stia fermo ma io no?».

Il Buddha si voltò:

«I miei piedi si muovono ma la mia mente è ferma -  disse -.

I tuoi piedi sono fermi ma la tua mente è sempre in movimento

e alimenta un fuoco di rabbia, di odio e di desiderio febbrile.

Perciò io sto fermo, e tu no».
(Majjhima Nikaya)


Ormai sei come una foglia ingiallita.

I messaggeri di Yama [Yama, il dio vedico della morte]

ti sono già appresso.

Sei sul piede di partenza,

ma ancora non hai provveduto al viatico.

Fa' di te stesso un'isola!

Datti da fare in fretta!

Sii saggio!

Con le contaminazioni spazzate via,

senza appigli residui,

raggiungerai il regno divino degli eletti.

(Dhammapada 235-236)


Quando la rabbia insorge,

colui che non perde il controllo,

come se guidasse un cocchio lanciato in corsa,

lui io chiamo un auriga.

Tutti gli altri non sono altro che reggi-briglie.

(Dhammapada, 222)


«Tutte le cose apparenti con una forma,

che si trovano su questa terra o nel cielo che sovrasta la terra,

sono tutte transitorie e tutte in continua decadenza»

così intendendo procedono coloro che hanno rettamente compreso.

(Theragatha 264)


Di natura la mia mente è vuota.

Anche nel sonno, io veglio.

Penso alle cose senza pensare.

Tutte le mie impressioni del mondo si sono dissolte.

I miei desideri si sono squagliati.

Così a che pro preoccuparsi per i soldi o per i sensi furtivi,

per l'amico, per la conoscenza o per i libri sacri?
(Ashtavakra Gita 14:1-2)


I desideri soddisfatti,

come l'acqua salata,

fanno venire più sete.

(Milarepa, Abbeverandomi al flusso della montagna)


Una testa canuta non fa un anziano.

Chi è avanti negli anni, è detto un vecchio sciocco se in lui non si trovano

verità, freni morali, rettitudine, gentilezza, autocontrollo;

è un anziano colui che è dalle impurità purgato, illuminato.

(Dhammapada, 260-261)


Il destino che fa diminuire la prosperità aumenta l'ignoranza;

il destino che diminuisce la perdita, espande la conoscenza.

(Tirukkural XXXVIII, 372)


Lo sciocco non troverà mai la libertà esercitandosi nella concentrazione,

ma il saggio non la mancherà mai:

solo venendo a sapere come stanno le cose, è libero e costante.

Lo sciocco, poiché desidera diventare dio, non lo troverà mai;

il saggio è già dio, senza aver mai desiderato d'esserlo.

(Ashtavakra Gita 18:36-37)


Taglia le cinque,

lascia andare le cinque,

e sviluppa le cinque

riguardo a ogni cosa.

 

Di un monaco andato oltre i cinque attaccamenti

si dice che abbia attraversato l'inondazione.

 

Le cinque contaminazioni che incatenano a questa vita sono:

credenza nella consistenza del soggetto,

tentennamento,

dedizione ai riti e alle cerimonie,

desiderio dei sensi

e odio;

 

le cinque contaminazioni che illudono sull'altra vita sono

attaccamento alla forma,

attaccamento al senza forma,

presunzione,

inquietudine

e ignoranza;

 

le cinque virtù da sviluppare sono

fiducia,

consapevolezza,

energia,

concentrazione

e saggezza.

(Dhammapada, 370)

In mezzo alle distrazioni, non è distratto;

in meditazione, non medita;

insensato, non è sciocco;

sapendo tutto, non sa niente.
(Ashtavakra Gita XVIII, 97)


Va esente da rabbia,

osserva i voti,

è di alti principi,

non è prepotente

né orgoglioso,

è ben addestrato

e vive nell'ultimo corpo:

questo è ciò che io definisco

un brahmana.

(Dhammapada, 400)


Dopo aver udito ciò, un altro dei presenti, il bramino Jatukanni, domandò:

«Come il sole, che domina il mondo con la luce e il calore,

anche tu, maestro, sembri dominare il desiderio e il piacere.

Io sono poco intelligente.

Come faccio a trovare e a comprendere

il modo di rinunciare a questo mondo

in cui si nasce per invecchiare e morire?».

Il Buddha rispose: «Abbandona la sete di sensazioni.

Osserva come, lasciando andare il mondo,

si trovi una profonda tranquillità.

Non c'è bisogno d'aggrapparsi né di rigettare nulla.

Vivi nel presente senza aggrapparti,

e allora potrai andare in pace di luogo in luogo.

C'è uno stato di bramosia che entra nell'individuo e lo domina.

Ma quando questa se ne va,

è come se dal corpo se ne andasse un veleno;

allora la morte non ti spaventerà più».

(Sutta Nipata, 11)


Come l'olio nei semi di sesamo,

come il burro nella panna,

come l'acqua nelle sorgenti,

come il fuoco nell'acciarino,

così la tua vera natura divina

dimora nella profondità della coscienza.

Realizzala attraverso la verità e la meditazione.

(Shvetashvatara Upanishad)


Incatenato al corpo,

il praticante insiste a sforzarsi o a star seduto fermo.

Ma io non suppongo più che il corpo sia mio

né che non sia mio.

E sono felice.

 (Ashtavakra Gita XIII, 4)


Pur essendoci il frutto delle buone azioni anteriori,

la cattiva condotta porta via la felicità.

Pur se la lampada è ben nutrita d'olio,

il vento turbinoso ne spegne la fiamma.

(Tirukkural, 177,178)


Le ostilità in questo mondo non si placano con l'ostilità;

le ostilità si placano con la non-ostilità:

questa è una legge eterna.

(Dhammapada, I, 4)


Come la moglie infedele ride dentro di sé

del marito tutto affezionato al figlio non suo,

così ride la morte di chi custodisce il proprio corpo,

così ride la terra di chi custodisce i propri tesori.

 (Mahabharata, 89:668)


Il Buddha paragonò la gente a quattro tipi di vasi di coccio.

 

Il primo tipo ha dei buchi sul fondo:

per quanta acqua ci si metta, viene sempre fuori;

quando una persona di questo tipo viene a conoscenza del Dhamma,

gli entra da un orecchio ed esce dall'altro.

 

Il secondo tipo di vaso è crepato:

se ci si versa dentro il Dhamma, ne vien fuori lentamente,

finché non si svuota del tutto.

 

Il terzo tipo è pieno fino all'orlo d'acqua stagnante: convinzioni e opinioni.

Non vi si può versar dentro nulla di nuovo, perché sanno già tutto.

 

L'unico recipiente utile è quello del quarto tipo,

senza buchi né crepe e completamente vuoto.

(Ayya Khema)


È una bella cosa avere amici nel momento del bisogno;

è una bella cosa essere contenti di ciò che si ha;

è una bella cosa il merito quando la vita è alla fine;

è una bella cosa lasciar andare ogni dolore.

È una bella cosa in questo mondo assistere la propria madre;

anche assistere il proprio padre è una bella cosa;

è una bella cosa assistere gli asceti;

è una bella cosa anche assistere i brahmana.

È una bella cosa l'integrità coltivata fino alla vecchiaia;

è una bella cosa la saldezza nella fede;

è una bella cosa il raggiungimento della saggezza;

è una bella cosa non fare il male.

(Dhammapada, 331-333)


La mente diventa chiara e serena

quando si coltivano le qualità del cuore:

amicizia per il leggiadro,

compassione per il sofferente,

felicità per il puro

e imparzialità per l'impuro.

(Patañjali, I, 33)


Monaci, ci sono queste tre radici del male.

Quali?

L'avidità è una radice del male,

l'odio è una radice del male,

l'illusione è una radice del male.

Queste tre sono le radici del male.

 (Itivuttaka)


L'ignoranza è la mancanza di discriminazione fra il permanente e l'impermanente,

tra il puro e e l'impuro, tra la felicità e la sofferenza,

tra ciò che è in tuo potere e ciò che non lo è.

(Patañjali, «Yogasûtra» II, 5)


La libertà è quel trionfante stato di coscienza che sta oltre l'influenza del desiderio.

La mente cessa di aver sete di ogni cosa che veda o senta;

persino di ciò che promettono le scritture.

(Patañjali, Yoga Sutra I, 15)


Un tale chiese al Buddha:

«Vorrei sapere qualcosa sullo stato di pace di cui parli, quello stato di solitudine e di quieto distacco.

Come fa una persona a diventare calma e indipendente senza desiderare di aggrapparsi a nulla?».

«Una persona arriva a questo - rispose il Buddha - sradicando l'illusione "io sono".

Stando sveglio e attento, comincia a lasciar andare gli appigli mentre si presentano.

Ma qualunque risultato riesca a raggiungere, deve guardarsi dall'orgoglio interiore.

Deve evitare di ritenersi migliore degli altri, o peggiore o uguale,

dato che i paragoni danno risalto all'io.

Dovrebbe cercare la pace dentro

e non dipendere da essa in nessun altro posto.

Perché quando una persona è calma dentro, l'io non si trova più.

Nelle profondità dell'oceano non ci sono onde; è calmo e immoto.

È lo stesso per la persona pacificata;

è tranquilla, senza alcun desiderio da afferrare.

Ha lasciato andare i fondamenti dell'io

e non ricrea più l'orgoglio né il desiderio».

(Sutta Nipata)


Andando avanti insieme, in compagnia, il saggio si deve mescolare con gli stolti;

ma vedendo che ciò è sbagliato li lascia perdere,

come uno splendido airone che abbandona il terreno paludoso.

(Udana, VIII, 7)


Ma un uomo senza desideri è un leone:

quando i sensi lo vedono, sono loro a svignarsela!

Scappano via come elefanti, più silenziosamente che possono,

perché, se non riuscissero a sfuggirgli, lo dovrebbero servire come schiavi.

(Ashtavakra Gita,  XVIII, 46)


Lascia andare il passato, lascia andare il futuro, lascia andare il presente

e attraversa il flusso fino alla riva più remota dell'esistenza.

Con il cuore totalmente liberato, non tornerai più a nascere né a morire.

 (Dhammapada, 348)


Dalla passione nasce il dolore, dalla passione nasce la paura;

chi è libero da passioni non conosce dolore:

di che cosa mai dovrebbe aver paura?

(Dhammapada, 216)


Non hai forse sentito?

Tu sei consapevolezza pura e la tua bellezza è infinita!

Allora perché ti lasci  ingannare dalla lussuria?

(Ashtavakra Gita III, 4)


Coloro che erroneamente scambiano l'inessenziale per essenziale

e l'essenziale per inessenziale,

coltivando vedute erronee,

non perverranno mai all'essenziale.

(Dhammapada, 11)


Non dare spazio alla distrazione o alla consuetudine col piacere dei sensi,

perché la persona attenta, assorta nel jhana*, consegue la felicità completa.

(Dhammapada, 27)

 

* Nota: Jhâna, in pâli, significa stabilità nella concentrazione, ed è la parola che, derivando dal sanscrito dhyâna, divenne poi in cinese chan, in coreano seon e in giapponese zen. Il termine tibetano equivalente è samten.


Abbattete la foresta del desiderio, non gli alberi veri!

Dalla foresta del desiderio promanano pericolo e paura.

Quando avrete tagliato la foresta e il sottobosco,

mantenetevi disboscati, o monaci.

(Dhammapada, 283)

 

Antefatto: Una volta che il Buddha disse «Abbattete la foresta» alcuni novizi lo presero alla lettera e cominciarono ad abbattere gli alberi, perciò aggiunse: «Non gli alberi veri!». La foresta è una metafora per le passioni grosse, il sottobosco per quelle sottili. «Mantenersi disboscati» vuol dire restare liberi da passioni. Nel testo pali c'è, inoltre, un calembour: «Disboscati» si dice «nibbanâ»; il gioco di parole con «nibbâna», il termine che indica l'estinzione della sofferenza, non è certo casuale.


Tenendo conto del tuo dharma, non dovresti tentennare.

Per un guerriero non c'è nulla di più onorevole di una guerra contro l'ingiustizia.

Il guerriero che affronta una tale battaglia dovrebbe esserne fiero, Arjuna,

perché essa si presenta come un cancello aperto per il cielo.

Ma se non parteciperai a questa battaglia contro l'ingiustizia,

ti macchierai di peccato, violando il tuo dharma e il tuo onore.

(Bhagavad Gita II, 31-33)


Tutti gli esseri temono il castigo: tutti hanno paura della morte e tutti amano la vita;

mettendoti nei panni degli altri, come puoi uccidere o far uccidere?

(Dhammapada, 129-130)


Come i fiumi perdono nomi e forme particolari quando giungono al mare,

tanto che la gente parla solo del mare [e non più dei fiumi],

così tutte queste sedici forme scompaiono quando realizziamo la nostra vera natura;

allora per noi non c'è più nome né forma e giungiamo all'immortalità.

(Prashna Upanishad)


Se nel tuo cuore è nato e sbocciato il desiderio per ciò che non può essere espresso

e la tua mente non è irretita dalle passioni dei sensi,

allora di te diranno che sei «entrato nella corrente che risale» [1].

(Dhammapada, 218)

 

[1] Nota: in pali «sotâpanna». Così vien detto chi consegue il primo grado di risveglio (sotâpatti), caratterizzato dalla scomparsa di tre appigli: credenza nell'io, dubbio e attaccamento a regole e riti. La «risalita» allude al fatto che un sotâpanna, in virtù dell'estinzione dei suddetti vincoli, non è più soggetto a rinascita negli inferi, secondo la dottrina buddista, ma destinato a conseguire il pieno risveglio, dopo essere rinato tra gli dèi superi e tra gli esseri umani sette volte al massimo (sattakkhattu-parama).


Non bisogna desistere dall'impegno pensando che tanto c'è il destino;

chi, senza sforzo, riesce a ottenere olio dai semi di sesamo?

(Pañcatantra)


La morte vuol dire l'ottenimento del cielo;

la vittoria vuol dire la conquista della terra.

Pertanto, alzati deciditi a combattere!

Dopo esserti reso equanime nel dolore e nel piacere,

nel profitto e nella perdita, nella vittoria e nella sconfitta,

impegnati in questa grande battaglia e sarai senza macchia.

(Bhagavad Gita II, 37-38)


Come una persona si comporta, tale diventa nella vita.

Coloro che fanno il bene diventato buoni;

coloro che fanno il male diventano cattivi.

Le buone azioni rendono puri;

le cattive azioni rendono impuri.

Perciò si dice che noi siamo là dov'è il nostro desiderio.

Com'è il nostro desiderio, tale è la nostra volontà.

Com'è la nostra volontà, tali sono le nostri azioni.

Come ci comportiamo, tali diventiamo.

(Bihadaranyaka Upanishad)


Non uccidere è la prima e la principale tra le virtù.

Non mentire viene subito dopo.

(Tirukkural 323)


Prima questa mente andava errando come voleva,

dovunque le garbasse, in qualunque modo le facesse comodo.

Oggi la farò rigare dritto,

come un elefantiere con l'uncino tiene in carreggiata l'elefante.

(Dhammapada, 326)


Con l'integrità si guadagna autorevolezza,

mentre la corruzione non porta altro che biasimo.

La buona condotta è il seme gettato nel campo della virtù;

il raccolto della cattiva condotta è una pena infinita.

(Tirukkural XIV, 137-138)


Finché si ha un corpo, non si può rinunciare del tutto all'azione.

La vera rinuncia è l'abbandono di ogni desiderio personale di ricompensa.

Coloro che sono attaccati alla remunerazione

raccoglieranno le conseguenze delle loro azioni:

alcune piacevoli, alcune miste.

Ma coloro che rinunciano a ogni aspettativa di premio

vanno al di là della portata del karma.

(Bhagavad Gita XVIII, 11-12)


I saggi vedono nel mese lunare un'epifania di Prajapati.

La luna calante rappresenta la materia, il nutrimento (rayi),

mentre la luna crescente rappresenta l'energia (prana).

Alcuni saggi celebrano i sacrifici alla luce con la luna crescente,

altri alle tenebre con quella calante.

(Prashna Upanishad)


Monaco, svuota questa barca: una volta vuota scorrerà veloce;

sradica la passione e l'avversione e perverrai alla fine del dolore.

(Dhammapada, 369)


Astenersi da ogni male, fare il bene e purificare la propria mente: questo è l'insegnamento di tutti i buddha.

Sopportare pazientemente è la vera austerità, l'estinzione della sete di sensazioni il supremo obiettivo.

Non è un vero praticante chi fa violenza ad altri esseri, né chi offende il prossimo.

Non biasimare, non ferire, vivere secondo i precetti, essere moderati nel cibo,

vivere e dormire da soli, essere intenti nella consapevolezza, questo è l'insegnamento di tutti i buddha.

(Dhammapada, 183-185)


Monaco, non abbassare mai la guardia a motivo dei tuoi precetti e pratiche,

né per la grande erudizione, né  per aver raggiunto la concentrazione,

né perché pensi di gustare la beatitudine della solitudine sconosciuta alle persone comuni:

non fidarti finché l'annientamento degli appigli non è del tutto compiuto.

 (Dhammapada, 271-272)


Pieni di stupore, cantiamo: «Io vedo il Signore».

Così il suo nome è Idamdra, «Colui che vede».

Il nome Indra sta per Idamdra.

Agli dèi piace sedersi dietro un velo;

in verità a loro piace sedersi dietro un velo.

(Aitareya Upanishad)


Camminando piano insieme allo sciocco, il saggio perde solo tempo.

Quando si rende conto di essere in cattiva compagnia, subito la abbandona,

come l'airone lascia il terreno paludoso.

(Udana, VIII, 7)


Dal  potere divino viene fuori tutto questo magico spettacolo di nome e forma, di te e me,

che getta l'incantesimo del dolore e del piacere;

solo quando penetreremo attraverso questo velo magico,

potremo vedere l'Uno che appare come molti.

(Shvetashvatara Upanishad)


Innumerevoli dolori, lamenti e malanni in questo mondo sono tali per via dell'affezione:

se non vi fosse l'affezione, essi non sarebbero.

Perciò felici e liberi da dolore sono tutti coloro che non si affezionano a nulla.

Si cerchi dunque il non dolore, il non soffrire:

non affezionatevi a nulla in questo mondo.

(Udana VIII, 8)


Si coltivi un cuore sconfinato, sopra, sotto e per traverso;

senza ostacoli, senza inimicizia, senza rivalità.

In piedi, camminando, seduti o giacendo, finché si è svegli,

si dedichi la mente a questa pratica.

Questo dicono che sia il Brahman.

Evitando di aderire a false opinioni e dotato di profonda visione,

domata la brama di piacere dei sensi, una tal creatura

non tornerà a nascere in un grembo materno.

(Sutta Nipata, I, 8, Metta-sutta)


In quello stato libero da attaccamenti si muovono a volontà,

ridendo, giocando e stando allegri.

Essi sanno che la loro vera natura non è questo corpo,

ma che sono legati ad esso solo per un po' di tempo,

come un bue è legato al carro.

(Chandogya Upanishad)


La mente del saggio è come uno specchio,

che non afferra né respinge;

riceve e lascia andare:

ecco perché il saggio abbraccia il mondo senza farsi male.

(Zhuangzi)


Laschi sono gli appetiti di una persona e vanno via lisci come l'olio.

Gli esseri, adescati dal piacere, lo ricercano compulsivamente

e perciò sono soggetti a nascita e decadenza.

(Dhammapada, 341)


Tronfio della propria importanza, ostinato, trasportato dall'orgoglio per la propria ricchezza,

ostentatamente presenzia alle cerimonie religiose senza alcun riguardo per il loro scopo.

Egoista, violento, arrogante, libidinoso, rancoroso, invidioso di tutti,

offende la mia presenza nel suo corpo e in quello degli altri.

(Bhagavad Gita 16:17-18)


«Da dove nascono liti e baruffe, dispute, rivalità e dispiaceri

insieme a invidia, arroganza, supponenza e maldicenza?

Da dove vengono questi mali? Ti prego, dimmelo».

«Da ciò cui ci si aggrappa nascono liti e baruffe, dispute, rivalità e dispiaceri

insieme a invidia, arroganza, supponenza e maldicenza.

Collegate all'arroganza sono le liti e le contese.

All'origine delle baruffe c'è la disunione».

(Suttanipata IV,11)


Senza amore nel cuore, la vita è come un albero senza germogli in un deserto.

A che serve un corpo perfetto fuori se dentro è defedato dalla mancanza d'amore?

Quando l'amore è incastonato nel cuore allora sì che si vive davvero.

Senza amore il corpo è solo uno scheletro ricoperto di pelle.

(Tirukkural VIII, 78-80)


Ananda disse: "L'amore per ciò che è amabile, l'unione con ciò che è amabile,

l'intimità con ciò che è amabile: tutto ciò è solo metà della vita spirituale".

Rispose il Buddha: "Non dire così, Ananda. È tutta la vita spirituale, non solo la metà.

Una persona graziata da ciò che è amabile svilupperà un armonioso modo d'essere,

un pensiero che non s'aggrappa più a ciò che non è vero,

un'intenzione rivolta a ciò che è importante e concreto,

una contemplazione distaccata e libera.

Perciò l'unione con ciò che è amabile è l'intera vita spirituale".

(Samyutta Nikaya)


Simile alla terra, non si turba.

Simile a un pilastro*, a un lago libero dal fango,

per la persona imperturbabile nascita e morte non esistono.

(Dhammapada, 95)

 

* Nota: in pali, indakhila, ovvero colonna di Indra. Mitico pilastro che si credeva piantato all'ingresso della città celeste governata dal dio Indra. Indakhila erano detti anche certi pilastri ornamentali eretti dentro e/o fuori le mura d'una città. Fatti generalmente di mattoni o di legno robusto, avevano forma ottagonale. Il pilastro veniva interrato per metà: di qui la metafora "saldo come un indakhila".


Può forse un lucchetto tener chiuso dentro l'amore,

quando le piccole lacrime di un cuore innamorato vengono fuori e lo confessano?

Chi non ama appartiene solo a se stesso,

ma chi ama appartiene all'altro fino al midollo.

(Tirukkural VIII, 71-72)


La libertà dalla sete di sensazioni è felicità nel mondo, che supera tutti i desideri dei sensi.

Ma la distruzione del senso d'importanza personale dell'«io sono», questa sì che è felicità completa.

(Udana, 10)


Tu sei saggio: lavori, ti diverti e mediti.

Tuttavia la tua mente brama ciò che sta al di là di tutto,

dove tutti i desideri svaniscono.

Codesto conflitto è la radice del dispiacere.

Ma chi lo capisce?

Solo tu sei benedetto:

con la comprensione di questo insegnamento

troverai la libertà.

(Ashtavakra Gita XVI, 2-3)


Il commentario al Dhammapada narra di un bambino che si fece monaco a soli sette anni.

Un giorno, mentre come novizio accompagnava il maestro nella questua del cibo,

osservò il lavoro dei contadini che irrigavano i campi,

dei fabbricanti d'archi e dei carpentieri, e pensò tra sé:

«Se si possono piegare in questo modo le cose inanimate,

perché non potrei nello stesso modo piegare la mia mente?».

Fu così che si ritirò in un luogo adatto per meditare

e conseguì il perfetto risveglio mentre era ancora bambino.

Il Buddha, commentando l'accaduto, proferì le seguenti parole:

 

Gli irrigatori deviano le acque,

gli arcieri piegano gli archi,

i carpentieri piegano il legno;

i saggi piegano se stessi.

    (Dhammapada, 80)


Attento tra i distratti, sveglio tra gli addormentati,

il saggio sopravanza gli stolti come un cavallo di razza i ronzini.

(Dhammapada, 29)


Dio non partecipa alle buone e alle cattive azioni  di una persona:

il giudizio è obnubilato quando la saggezza è oscurata dall'ignoranza;

ma l'ignoranza viene distrutta dalla conoscenza della propria vera natura.

(Bhagavad Gita V, 15-16)


Proprio come una pietra, un albero, una paglia,

il grano, una stuoia, un panno, una tazza e così via,

una volta combusti, ritornano alla terra da cui sono venuti,

così anche il corpo ed i relativi organi di senso,

bruciando nel fuoco della comprensione,

si trasformano in conoscenza e si assorbono nel Brahman,

come l'oscurità nella luce del sole.

(Shankaracharya)


Dal proprio sé è compiuto il male,

dal proprio sé si nasce, dal proprio sé si è fatti crescere:

il sé sbriciola lo stolto come un diamante sgretola anche una pietra dura.

(Dhammapada, 161)


Non tormentarti mai la mente coi sì e i no.

Sta' calmo. Tu sei la consapevolezza in sé.

Vivi nella felicità della tua stessa natura, che è la felicità medesima.

(Ashtavakra Gita 15:19)


Colui che aspira a conoscere la realtà

deve liberarsi da ogni attaccamento alle persone, ai soldi e ai beni.

Quando la mente si libera di ogni desiderio egoista,

allora si emancipa dalla dualità di piacere e dolore e domina i sensi.

A quel punto, egli non è più capace di malevolenza né di ilarità,

poiché i suoi sensi riposano nel sé.

Entrando nello stato di unità egli raggiunge l'obiettivo dell'evoluzione.

In verità egli raggiunge l'obiettivo dell'evoluzione.

(Paramahamsa Upanishad)


A una a una, a poco a poco, di momento in momento,

il saggio estirpi le proprie impurità,

come l'orefice le rimuove dall'argento.

(Dhammapada, 239)


Se hai paura del dolore, se vuoi evitarlo,

non far niente di male, apertamente o in segreto.

Perché se lo farai, anche se ti alzerai e ti metterai a correre

non potrai sfuggire al dolore che ne consegue.

(Therigatha, 246-249)


A causa della tua fede,

ti rivelerò il più profondo dei segreti:

ottenendo sia il jñana sia il vijñana sarai libero da ogni male.

Questa conoscenza regia, questo regio segreto, è il più grande depuratore.

Retta e imperitura, è una gioia praticarla e può essere direttamente sperimentata.

(Bhagavad Gita IX, 1-2)


Gli ultimi giorni del destino possono giungere come uno tsunami,

tuttavia gli uomini perfettamente buoni restano impassibili, come la riva.

 (Tirukkural XCIX, 988)


Due da uno!

Questa è la radice della sofferenza.

Percepisci soltanto che sei uno senza due,

pura consapevolezza,

gioia pura e che tutto il mondo è falso.

Non c'è altro rimedio!

(Ashtavakra Gita 2:16)


Lo yakkha Sûciloma chiese:

«Attaccamento, avversione e disgusto, delizia ed orrore, da dove nascono?

I dubbi che opprimono la mente - come monelli che tormentano un corvo - da dove sorgono?».

Il Buddha rispose: «Attaccamento e avversione nascono da questo corpo; disgusto, delizia ed orrore pure;

i dubbi che opprimono la mente, come monelli che tormentano un corvo,

nascono dal desiderio, dall'io, come germogli d'un albero di fico dei caprai;

da lontano e distante sono connessi ai piaceri dei sensi, come la liana è diffusa nella giungla.

(Sutta Nipâta, II, 5)


Il Buddha disse: «Non dico che si raggiunge "la purificazione" tramite la ragione, la tradizione, la conoscenza, la virtù o il rito

né che la si raggiunge senza la ragione, la tradizione, la conoscenza, la virtù o il rito.

Soltanto prendendo questi fattori come mezzi e non aggrappandosi ad essi come se fossero il fine si raggiunge la meta

e di conseguenza non si bramano più le sensazioni».

(Sutta Nipâta, 839)


Come la pioggia penetra in una casa dal tetto sconnesso,

così il desiderio penetra in un cuore indisciplinato.

(Dhammapada 13)


I contenuti di un discorso degno rinsaldano i legami con gli amici

e l'eloquenza cattura anche l'ascolto dei nemici.

(Tirukkural LXV, 643)


L'avversità e la prosperità non cessano mai di esistere:

il cuore dei grandi uomini rimane risolutamente distaccato da entrambe.

(Tirukkural XII, 115)


Il dono del Dhamma supera ogni altro dono;

il sapore del Dhamma supera ogni altro sapore;

il diletto nel Dhamma supera ogni altro piacere;

la fine della sete di sensazioni supera ogni sofferenza e dolore.

(Dhammapada, 354)


Nessuna delizia terrena è paragonabile alla gioia che riempirà il tuo cuore

quando avrai completamente abbandonato ogni desiderio e speranza.

(Maharamayana)


Che cos'è, o monaci, la retta visione?

È, o monaci, la conoscenza della sofferenza,

la conoscenza dell'origine della sofferenza,

la conoscenza della cessazione della sofferenza

e la conoscenza del modo pratico per far cessare la sofferenza.

Questa è chiamata retta visione.

(Mahasatipatthana Sutta)


Come un uomo del Gandhara, rapito e lasciato con gli occhi bendati in un luogo solitario,

si volta a destra e a manca e in ogni direzione e grida: «Sono stato lasciato qui e non riesco a vedere!»

finché qualcuno non lo libera dalla benda e non gli dice: «Il Gandhara è da quella parte: segui quella via»

ed egli, così edotto e in grado di vedere da solo, si fa indicare la strada di villaggio in villaggio e raggiunge infine la sua patria,

nello stesso modo, figlio mio, uno che trova un maestro illuminato perviene alla saggezza spirituale.

(Chandogya Upanishad)


Una persona non è competente nel Dhamma perché parla molto: anche se ne ha appreso poco,

ma ne realizza di prima mano la verità senza distrarsi, allora è davvero competente nel Dhamma.

(Dhammapada, 259)


E qual è, o monaci, la retta azione?

Astenersi dal prendere la vita, astenersi dal prendere il non dato,

astenersi dalla sessualità illecita: questa è detta la retta azione.

(Mahasatipatthana Sutta)


Il merito derivante dalla carità non si misura secondo la quantità dei doni elargiti,

ma secondo i meriti di colui che li riceve.

(Tirukkural IX, 87)


Di tempo in tempo appare in questo mondo un uomo che ha visto la verità,

completamente sveglio, benedetto dalla verità, traboccante di felicità,

un maestro di saggezza e bontà: un buddha.

Egli vede e conosce di prima mano e a fondo questo universo e,

avendolo compreso, rende la sua comprensione accessibile ad altri.

Egli annuncia la verità, buona nella sua origine, buona nel suo sviluppo e buona nel suo compimento.

Egli fa conoscere una nuova vita, in tutta la sua pienezza.

(Tevigga Sutta, DN XIII)


Sia in pace il cielo, sia in pace la terra, sia in pace l'ampio spazio che sta tra l'uno e l'altra.

Siano in pace con noi le acque correnti, le pacifiche piante ed erbe!

Siano in pace con noi i segni del futuro, sia in pace ciò che è e che sarà.

Che tutti ci si siano propizi!

(Atharva Veda XIX, 9)


E qual è, o monaci, il retto sforzo?

Qui, o monaci, un monaco sveglia la volontà, fa uno sforzo, suscita l'energia,

esercita la mente e si sforza di prevenire l'insorgere di cattivi e insalutari stati mentali;

sveglia la volontà e si sforza di superare i cattivi stati mentali che siano già insorti;

sveglia la volontà e si sforza di produrre stati mentali salutari non ancora insorti;

sveglia la volontà, fa uno sforzo, suscita l'energia,

esercita la mente e si sforza di mantenere gli insorti stati mentali salutari e non li lascia scomparire,

ma li porta a crescita maggiore, alla piena perfezione del loro sviluppo.

Questo sforzo è chiamato retto.

(Mahasatipatthana Sutta)


E qual è, o monaci, la retta attenzione cosciente?

Qui, o monaci, il monaco sta col corpo contemplandolo come un corpo, zelante,

chiaramente consapevole e attento, dopo aver messo da parte la brama e la preoccupazione per il mondo;

sta con la sensazione contemplandola come una sensazione, zelante, chiaramente consapevole

e attento, dopo aver messo da parte la brama e la preoccupazione per il mondo;

sta con la mente contemplandola come una mente, zelante, chiaramente consapevole e attento,

dopo aver messo da parte la brama e la preoccupazione per il mondo;

e sta con gli oggetti mentali contemplandoli come oggetti mentali, zelante, chiaramente consapevole e attento,

dopo aver messo da parte la brama e la preoccupazione per il mondo.

Questa è detta retta attenzione cosciente.

(Mahasatipatthana Sutta)


Non ha alcun desiderio, ha gettato le catene colui che cammina nell'aria.

È libero, gettato come una foglia al vento di vita in vita.

È andato al di là del mondo, al di là della gioia e del dolore.

La sua mente è sempre fresca.

Vive come se non avesse alcun corpo.

(Ashtavakra Gita XVIII, 21-22)


E che cos'è, o monaci, la retta concentrazione?

Qui, un monaco, distaccato dai desideri dei sensi, distaccato dagli stati mentali malsani,

entra e rimane nel primo jhana  [assorbimento meditativo *],

in cui vi sono pensiero e riflessione, originato dal distacco, pieno di diletto e gioia.

Con il venir meno del pensiero e della riflessione, incrementando la tranquillità l'unità interiore del cuore,

entra e rimane nel secondo jhana, che è senza pensiero e riflessione, originato dalla concentrazione, pieno di diletto e di gioia.

E con lo svanire del diletto, rimanendo imperturbabile, cosciente e vividamente vigile, avverte in sè la gioia di cui i Nobili dicono:

«Felice è colui che sta con l'equanimità e la consapevolezza» ed entra nel terzo jhana.

E, avendo lasciato andare piacere e dolore e con la scomparsa delle precedenti contentezza e tristezza,

entra e rimane nel quarto jhana, che sta oltre il piacere e il dolore ed è caratterizzato da pure equanimità e consapevolezza.

Questa è detta Retta Concentrazione. E questa, o monaci, è detto il modo di praticare che conduce alla cessazione della sofferenza.

(Mahasatipatthana Sutta)

 

* Nota del traduttore: Jhana (in sanscrito dhyana, samten in tibetano). In Cina fu traslitterato come chán divenendo poi seon in Corea, thien in Vietnam, e, infine, zen in Giappone.


Non lasciare che passi un solo giorno senza fare un po' di bene:

in questo modo porrai un macigno a impedire il tuo cammino verso la rinascita.

(Tirukkural IV, 38-39)


La vendetta non è sempre la scelta migliore, ma nemmeno il perdono lo è;

impara a conoscerli entrambi, figlio mio, in modo che non vi sia alcun problema.

(Mahabharata)


Mondati dei loro peccati e conflitti, all'opera per il bene di tutti gli esseri, i santi sapienti raggiungono il nirvâna nel Brahman.

Liberi da rabbia e da desiderî egoistici, con il cuore unificato, coloro che seguono la via dello yoga si realizzano

e si stabiliscono per sempre in quello stato supremo.

(Bhagavad Gita V, 25-26)


Tre uomini, in tre occasioni differenti,

andarono nella giungla e videro un camaleonte:

«Il camaleonte è rosso», disse il primo.

«No, il camaleonte è verde», disse il secondo.

«Non diciamo sciocchezze! Il camaleonte è marrone», disse il terzo.

I teologi sono come questi tre uomini.

(Parabola indù)


Nelle mani di un uomo buono la ricchezza è come una pianta medicinale il cui benefico potere è a disposizione di tutti.

(Tirukkural, 217)


Per rendere omaggio agli dei, ai buoni, ai saggi e al maestro spirituale

le devozioni del corpo sono queste: purezza, onestà, continenza e nonviolenza;

le devozioni della parola sono queste: parole pacate, sincere, gentili, utili e di studio delle scritture;

le devozioni della mente sono queste: calma, gentilezza, silenzio, autocontrollo e purezza.

(Bhagavad Gita 17:14-16)


Il Brahman crea il gioco della vita frantumandosi in parti,

che subiscono la trasformazione e l'estinzione.

Tuttavia, mentre interpreta tutti i ruoli richiesti dal gioco,

in quanto Brahman rimane ugualmente e sempre fuori dal gioco e intatto.

(Abhinavagupta)


Devi aver paura dell'odio che hai dentro e difenderti da esso:

nei momenti disastrosi taglierà più a fondo della lama del vasaio.

(Tirukkural 89: 883)


Coloro che conoscono profondamente il dharma non trascurano la carità, anche in un periodo non prospero.

La persona caritatevole  si considera povera soltanto quando non può rendere il suo abituale servizio all'umanità.

(Tirukkural XXII, 218-219)


Quando una persona difetta di discernimento ed ha il cuore inquieto, i sensi lo tirano qua e là come cavalli imbizzariti,

ma obbediscono alle redini come cavalli addestrati quando la persona ha discernimento e ha chetato il cuore.

Coloro che difettano di discernimento, con poco o punto controllo sui propri pensieri, ben lungi dalla purezza,

non raggiungono il puro stato incondizionato, ma vagano di morte in morte;

ma coloro che possiedono discriminazione, mente tranquilla e cuore puro

giungono alla fine del viaggio per non cadere mai più nelle fauci della morte.

Con un intelletto acuto come auriga e una mente addestrata come redini,

centrano l'obiettivo supremo della vita congiungendosi al Brahman.

(Katha Upanishad)


Verità eccelsa, ordine inflessibile, consacrazione, ardente preghiera e sacro rito difendono la Terra;

possa la suprema reggiora di ciò che è stato e ciò che sarà stendere a noi dinanzi un vasto e illimitato dominio.

(Rig Veda)


Kali è la nuda realtà, la realtà femminile.

L'amante della verità dal cuore semplice la chiama «madre mia, madre mia»,

perché lei è l'amore inesauribile che non trascura mai i suoi figli,

non importa quanto distratti o ribelli possano essere.

(Ramprasad)


Venuto dalla divina oscurità al manifesto, alla divina oscurità io ritorno.

Come un cavallo, libero, scuote la criniera, così ho scrollato via da me tutti gli appigli.

Liberandomi dai vincoli di nascita e morte,

come luna che sfugge dalla bocca di Rahu [*], ho conquistato il puro regno di Brahman.

Brahman è la mia casa, non la perderò. In verità io non mi perderò più.

(Chandogya Upanishad)


Quando siamo saldamente radicati nella nonviolenza,

tutti gli esseri attorno a noi smettono di percepire ostilità.

Quando siamo saldamente radicati nella veracità, l'azione coglie il risultato desiderato.

Quando siamo saldamente radicati nel non-possesso, la ricchezza ci giunge spontaneamente.

Quando siamo saldamente radicati nella castità, si genera una sottile potenza.

Quando siamo saldamente radicati nel non attaccamento,

si comprendono la natura e lo scopo dell'esistenza.

(Yogasûtra di Patañjali 2, 35-39)


Il desiderio di liberazione interferisce con la pienezza della tua vera natura;

l'assenza di tale desiderio alimenta il legame!

Perciò è da preferirsi la consapevolezza costante.

L'unica causa di schiavitù e liberazione è il movimento nella coscienza.

La consapevolezza di ciò pone termine a questo movimento.

Il sentimento dell'ego cessa nel momento stesso in cui lo si osserva,

perché non ha più supporto.

Allora da chi è limitato da chi, o chi è liberato da chi?

(Yoga Vasishta)


Gli uomini gretti non sono mai superiori, anche se esaltati;

le anime elevate non sono mai inferiori, anche se abbattute.

(Tirukkural XCVIII, 973)


L'illusione della gente, di trovare la felicità in questa vacua esistenza,

somiglia a quella dei bambini che credono di poppare il latte mentre si succhiano il pollice.

(Tirukkural)


Se si ritorna gentilezza in cambio dell'offesa subita e si dimenticano entrambe,

l'offensore verrà punito dalla sua stessa vergogna.

(Tirukkural 314)


Di che profitto è un'apparenza esteriore di santità,

se la mente all'interno soffre per la conoscenza della propria iniquità?

Chi non ha raggiunto la padronanza della mente e tuttavia porta l'abito dei santi

è come una vacca che pascola indossando una pelle di tigre.

Chi commette peccati celandosi sotto l'abito sacerdotale

è come l'uccellatore che si nasconde nei cespugli per intrappolare gli ignari volatili.

(Tirukkural XXVIII, 272-274)


L'ego e lo spirito abitano come amici intimi nel medesimo corpo,

come due uccelli dorati appollaiati sullo stesso albero.

L'ego mangia i frutti dolci e amari dell'albero, mentre lo spirito osserva con distacco.

Perciò finché ti identificherai con l'ego, proverai gioia e dolore.

Ma se ti renderai conto di essere lo spirito, la scaturigine stessa della vita,

sarai libero dalla sofferenza.

Andrai oltre la dualità e vivrai in uno stato di unità.

(Mundaka Upanishad, III, 1)


Tenendo conto del tuo dharma, non devi tentennare.

Per un guerriero, non c'è niente di meglio che combattere il male.

Il guerriero che affronta una guerra siffatta dovrebbe essere contento, Arjuna,

perché essa si presenta come un cancello aperto per il cielo.

Ma se non partecipi a questa battaglia contro il male,

subirai l'onta, violando il tuo dharma e il tuo onore.

(Bhagavad Gita II, 31-33)


Il brahmâna Drona vide il Buddha seduto sotto un albero

e fu tanto colpito dall'aura consapevole e serena che emanava,

nonché dallo splendore del suo aspetto, che gli chiese:


 "Sei per caso un dio?"
 "No, brâhmana, non sono un dio"
 "Allora sei un angelo?"
 "No davvero, brâhmana"
 "Allora sei uno spirito?"
 "No, non sono uno spirito"
 "E allora, che cosa sei?"

 "Io sono sveglio"

(Anguttara Nikaya)


Ascoltate, o figli della beatitudine immortale: siete nati per essere uniti al Signore.

Seguite il percorso degli illuminati e congiungetevi al Signore della vita.

Accendete il fuoco di kundalini nella profondità della meditazione.

Mettete la mente e il respiro sotto controllo.

Bevete in profondità il divino amore e raggiungerete la condizione di unità.

Dedicatevi al Signore della vita, che è l'origine dell'universo:

Egli rimuoverà le cause di tutta la vostra sofferenza e vi libererà dal vincolo del karma.

(Shvetashvatara Upanishad)


Dal male viene solo altro male; perciò la malvagità va temuta anche più del fuoco.

Non fare il male, nemmeno ai propri nemici, si dice che sia la saggezza suprema.

(Tirukkural XXI, 202-203)


Se ti aggrappi agli attaccamenti, rifiutandoti di lasciarli andare,

i dispiaceri non lasceranno andare la loro presa su di te.

(Tirukkural XXV, 347)


Come la terra s'inaridisce sotto un cielo senza pioggia,

così il popolo langue sotto un governante insensibile.

Anche i beni posseduti sono meno piacevoli della povertà per le persone oppresse da un governante ingiusto.

Se chi governa agisce in modo contrario alla giustizia, anche le stagioni si invertono e le nubi cariche di pioggia non si fanno vedere.

Se il protettore del popolo non si cura di proteggere, i preti si dimenticheranno dei Veda e le mammelle delle vacche si prosciugheranno.

(Tirukkural LVI, 557-560)


Che cos'è la condotta virtuosa? Non distruggere mai la vita, poiché l'uccisione conduce ad ogni altro peccato.

Di tutte le virtù enumerate dagli antichi saggi, le principali sono condividere il cibo e proteggere tutte le creature viventi.

(Tirukkural XXXIII, 321-322)


Quando la coscienza è unificata, comunque, ogni ansia viene abbandonata.

Non c'è ragione di preoccuparsi, sia che le cose vadano bene oppure male.

Dedicati alla disciplina dello yoga, perché lo yoga è intelligenza in atto.

(Bhagavad Gita II, 50)


Realizzando ciò su cui tutte le parole rimbalzano e che i pensieri non possono mai raggiungere,

si conosce la beatitudine del Brahman e non si ha più paura di nulla.

(Taittiriya Upanishad)


Virtù è vivere in modo da non cadere in questi quattro: invidia, rabbia, brama e discorsi sciapi.

Non dire a te stesso che domani sarai abbastanza saggio da esercitarti nella virtù: fallo adesso,

poiché la virtù sarà la tua compagna immortale quando morrai.

(Tirukkural IV, 35-36)


Come un limpido cristallo di rocca assume l'uno o l'altro colore per effetto di ciò che vi si sovrappone,

così la mente purificata è trasparente a qualunque cosa incontri: vedente, processo del vedere o cosa veduta.

(Patañjali, Yogasûtra, I, 41)


Tutto lo scopo del mandare avanti una casa e di guadagnare ricchezze è dare ospitalità.

Lesinare il cibo quando in casa c'è un ospite è disdicevole,

anche se si trattasse del nettare dell'immortalità.

(Tirukkural IX, 81-82)


Con chi dovrei combattere, dato che sono io il mio nemico?

Chi salverà chi, dato che sono io il mio salvatore?

Io sono il mio solo testimone, per le mie azioni e omissioni.

(Dharmarakshita)


Ci sono tre tipi di karma:

i Sanchit Karma, ovvero i karma (nel senso di azioni, parole e pensieri)

accumulati nel corso di innumerevoli rinascite;

i Prarabdha Karma, ovvero i karma le cui conseguenze sono già in atto;

e i Kriyaman Karma, ovvero i karma le cui conseguenze devono ancora essere create.

Questi tre tipi di karma si spiegano con la metafora delle varie fasi della crescita del riso:

il riso raccolto e immagazzinato nel granaio può essere paragonato ai Sanchit Karma:

da questa provvista la parte che viene scelta e preparata per essere cotta e mangiata

è come i Prarabdha Karma, ovvero i karma che hanno originato la vita presente.

Nello stesso tempo, i nuovi chicchi che vengono seminati nelle risaie,

che daranno un nuovo raccolto in avvenire e a loro volta saranno aggiunti al granaio,

sono come i Kriyaman Karma, cioè gli atti compiuti di giorno in giorno,

che piano piano s'aggiungono ai Sanchit Karma finché «non maturano»

per dare frutto come Prarabdha Karma in una vita futura.

(Shikshapatri)


Questi piaceri non durano che fino a domani e bruciano tutte le energie vitali.

Quanto è momentanea tutta la vita sulla terra!

Di conseguenza tieni pure per te i tuoi cavalli e i tuoi carri, le tue danze e la musica.

I mortali non potranno mai essere resi felici dalla ricchezza.

(Katha Upanishad)


Il dardo è dritto, ma crudele; il liuto è storto, ma dolce.

Tu, perciò, giudica gli uomini dalle loro azioni, non dalle apparenze.

(Tirukkural XXVIII, 279)


L'illusione nasce dalla dualità di attrazione e repulsione, Arjuna;

ogni creatura è illusa da queste due forze fin dalla nascita.

(Bhagavad Gita 7:27)


Io sono l'obiettivo della vita, il signore e sostegno di tutti, il testimone interiore, la casa di tutti;

io sono l'unico rifugio, l'unico vero amico; io sono l'inizio, la durata e la fine della creazione;

io sono il grembo e il seme eterno; io sono il calore: do e trattengo la pioggia;

io sono l'immortalità e io sono la morte; io sono cio che è e ciò che non è.

(Bhagavad Gita IX, 18-19)


Le leggi della vita sono cinque: nonviolenza, veridicità, integrità, castità, nonattaccamento.

Queste sono leggi universali. indipendenti dal tempo, dal luogo, dalla nascita

o dalle circostanze e insieme costituiscono "la grande legge della vita".

(Patañjali, Yoga Sûtra II, 30-31)


Questa vasta terra fertile e spazzata dal vento è testimone della verità

che la miseria non tocca gli uomini che si conservano compassionevoli.

(Tirukkural XXV, 245)


Tra i molti beni dell'uomo, una buona padronanza del linguaggio non ha uguali.

La prosperità e la rovina derivano dal potere della lingua;

di conseguenza, guardatevi dal parlare sconsideratamente.

(Tirukkural LXV, 641-642)


L'ignorante si dà da fare per il profitto, Arjuna;

il saggio si dà da fare per il bene del mondo, senza interesse personale.

Se ti astieni dall'agire confonderai gli ignoranti, identificati con ciò che fanno.

Perciò fa' il tuo lavoro con attenzione, guidato dalla compassione.

(Bhagavad Gita III, 25-26)


Senza amore nel cuore, la vita è come un albero spoglio in un deserto sterile.

(Tirukkural VIII, 78)


Alcuni realizzano la propria vera natura dentro se stessi con la pratica della meditazione,

altri con la via della saggezza e altri ancora col distacco dal risultato.

Altri possono anche non conoscere queste vie,

ma ascoltando e seguendo le istruzioni di un insegnante risvegliato,

vanno anch'essi oltre la morte.

(Bhagavad Gita XIII, 24-25)


Come un carro stracarico scricchiola mentre procede,

così il corpo geme sotto il suo stesso peso quando si sta per morire.

Quando il corpo s'indebolisce a causa della vecchiaia o della malattia,

lo spirito si separa da esso come un mango, un fico o un frutto di banyan si stacca dal gambo

e ritorna per la via da cui era venuto per cominciare un'altra vita.

(Brihadaranyaka Upanishad)


Ignaro dell'arte d'usare poche e impeccabili parole, l'uomo s'innamora della ridondanza di sillabe.

(Tirukkural LXV, 649)


Come forestieri che in un paese straniero passano sopra un tesoro sepolto, così noi, giorno dopo giorno,

entriamo nel mondo del Brahman profondamente addormentati senza mai trovarlo, attratti da ciò che è falso.

(Chandogya Upanishad)


Quando un ospite spirituale entra in casa come una fiamma luminosa, dev'essere ricevuto bene, con acqua per lavargli i piedi.

Son ben lungi dall'essere saggi coloro che non sono ospitali con un ospite siffatto.

Perderanno tutte le loro speranze, il merito religioso che hanno acquisito, i figli e il bestiame.

(Katha Upanishad)


Mentre girava per il bazaar e guardava gli oggetti in vendita in un negozio,

un pellegrino disse alla propria mente:

«O mente, di te si dicono meraviglie. Mostrami uno dei tuoi miracoli!».

Di lì a poco un uomo che vendeva miele intinse un dito nel miele e lo strisciò sul muro.

Immediatamente dozzine di mosche cominciarono a ronzare vicino al muro per mangiare il miele.

In pochi minuti se ne radunò un numero impressionante.

Una lucertola vide le mosche e s'avventurò allo scoperto per mangiarle.

La vide un gatto, che le balzò addosso e se la pappò in un boccone.

Un cane, vedendo il gatto, lo inseguì e lo uccise.

Ma era il gatto del negoziante, e questi, preso dalla rabbia, percosse il cane con un bastone.

Il cane apparteneva a un cliente, che si infuriò e cominciò a litigare col negoziante finché non vennero alle mani.

I negozianti vicini corsero a dar man forte al negoziante mentre altri passanti si schierarono col cliente.

Ne venne fuori una rissa che coinvolse tutto il bazar.

Mentre accorrevano le guardie, richiamate dal clamore e dal parapiglia,

la mente disse al pellegrino:

«Ecco fatto!»

(Parabola indù)


Io mi adoro! Quanto sono meraviglioso! Io non posso morire mai.

Il mondo intero può perire, a partire da Brahma fino al filo d'erba, ma io sono sempre qui.

 (Ashtavakra Gita II, 11)


Lo stato indiviso non può essere raggiunto con le parole, né coi pensieri, né con gli occhi.

Come può essere raggiunto se non tramite uno che si sia già stabilito in questo stato?

(Katha Upanishad)


Brahma disse: «Bene, ora vi dirò qualcosa di più.

Uno che abbia poco comprendonio non riesce ad acquisire conoscenza nemmeno con mille spiegazioni.

Uno, tuttavia, che sia dotato di intelligenza, riesce a raggiungere la felicità anche solo con un quarto delle spiegazioni».

(Mahabharata)


Superiore a tutti i sacrifici esteriori è il sacrificio fatto con consapevolezza, o distruttore dei nemici!

Tutte le azioni, o Partha diventano perfette una volta compiute dal saggio.

(Bhagavad Gita IV, 33)


Venuto dalla divina oscurità al manifesto, alla divina oscurità io ritorno.

Come un cavallo, libero, scuote la criniera, così ho scrollato via da me tutti gli appigli.

Liberandomi dai vincoli di nascita e morte, come luna che sfugge dalla bocca di Rahu[*],

ho conquistato il puro regno di Brahman:

Brahman è la mia casa, non la perderò. In verità io non mi perderò più.

    (Chandogya Upanishad)

 

[*] Nota: Rahu è il punto d'intersezione tra l'eclittica e l'orbita lunare ascendente, conosciuto in astronomia col nome di Caput Draconis. Nella mitologia indiana è la testa del naga Vasuki, che, per vendicarsi del tradimento subito da parte del del Sole e della Luna, periodicamente li inghiotte, dando luogo alle eclissi. "Come luna che sfugge dalla bocca di Rahu" significa, pertanto, "come luna che sfugge all'eclisse".


La mente disunita è ben lontana dall'essere saggia;

come può meditare? Come può stare in pace?

E se non conoscete la pace, come potete conoscere la gioia?

Quando lasciate che la mente segua il richiamo dei sensi, questi vi portano via il giudizio,

come in mare le tempeste mandano fuori rotta le barche.

(Bhagavad Gita II, 66-67)


Grande in verità è la potenza che si acquista col digiuno, resistendo alla fame.

Ma ancora più grande è la potenza di coloro che alleviano la fame degli altri.

(Tirukkural XXIII, 22)


Se non si riesce a realizzare il Brahman in questa vita, prima che l'involucro fisico sia abbandonato,

bisognerà assumere un altro corpo nel mondo delle creature incarnate.

(Katha Upanishad)


È debole per l'età, eppure avvampa di desiderio,

sebbene sappia senza dubbio

che la libidine è nemica della consapevolezza.

Strano davvero!

(Ashtavakra Gita III, 7)


La saggezza parla bene, esprimendo ogni significato chiaramente,

e ascolta il senso più sottile nell'altrui discorso.

Gli uomini accorti onorano il saggio e mantengono costante l'amicizia con lui,

non aprendosi e chiudendosi come i petali del loto.

(Tirukkural LXIII, 424-425)


Così come i fiumi confluiscono nell'oceano senza farlo traboccare,

nello stesso modo le correnti del mondo sensoriale

confluiscono nell'oceano della pace, che è il saggio.

Ma colui che desidera di desiderare ne è escluso.

(Bhagavad Gita II, 70)


Quell'adorabile che abita nel cuore governa il respiro vitale. A lui tutti i sensi rendono omaggio.

Quando colui che abita nel corpo spezza i legami della carne e si libera, che cosa rimane?

(Katha Upanishad)


Ogni volta che il Dharma declina e il vero scopo della vita viene dimenticato, io mi manifesto sulla terra:

in ogni epoca io rinasco per proteggere il bene, distruggere il male e ristabilire il Dharma.

(Bhagavad Gita IV, 7-8)


Il Sole è il respiro (prâna) dell'universo, e sorge per dar luce ai nostri occhi. La Terra espira (apâna) il fuoco infero.

Lo Spazio tra cielo e terra è la pienezza dell'inspiro (samâna), e l'aria che si muove è l'espiro (vyâna) durante l'azione.

Il Fuoco dell'emissione di voce è udâna.

Quando questo fuoco viene esalato, i sensi si ritirano nella mente e la persona è pronta a rinascere.

«Il contenuto della coscienza al momento della morte, qualunque esso sia,

è ciò che ci unisce al prâna, all'udâna e al sé,

per rinascere nel piano che ci siamo meritati con le nostre azioni».

(Prashna Upanishad)

 

Nota: Nel Mahabharata (Santi Parva, sez. 184) sono descritti i cinque respiri (spiriti) grazie ai quali una creatura vive e si muove.  Il movimento è consentito dal respiro chiamato prâna. L'azione è consentita dal respiro chiamato vyâna. Apâna è l'inspiro che va verso il basso. Samâna è il respiro nel fondo del cuore. Tramite l'esalazione detta udâna l'essere vivente può emettere suoni e parlare


È meglio tacere che parlare;

dire la verità viene al secondo posto;

al terzo, dire ciò che è giusto;

al quarto dire cose gradite.

(Subhâshita-ratna-bhândâgaram)


Gli ultimi giorni del destino possono giungere improvvisi come un sollevamento oceanico,

tuttavia coloro che sono realmente saggi li fronteggiano restando immobili, come la costa.

(Tirukkural XCIX, 988)


La comprensione è migliore della pratica meccanica.

Migliore della comprensione è la meditazione.

Ma ancora meglio è mollare l'ansia per il risultato,

perché a questo fa immediatamente seguito la pace.

(Bhagavad Gita XII, 12)


Colui che veste l'abito arancione del monaco mentre è ancora alla mercè dei sensi

non potrà sfuggire a un'enorme sofferenza.

La persona risvegliata conosce questa verità della vita.

(Paramahamsa Upanishad)


Come l'acqua cambia a seconda del terreno su cui scorre, così si assimila il carattere di coloro che si frequentano.

La mente d'una persona si rivela conoscendone i pensieri, il carattere si scopre conoscendo coloro che frequenta.

(Tirukkural XLVI, 452-453)


Un giorno soltanto, benché sembri un'unità di tempo irrisoria,

per quelli che ne comprendono a fondo la forma,

è come una sega che inesorabilmente abbatte l'albero della vita.

(Tirukkural XXXIV, 334)


Dei quattro tipi di esseri, dal dio Brahma al filo d'erba,

solo l'uomo saggio è forte abbastanza

da rinunciare al desiderio e all'avversione.

Come è raro!

(Astavakra Gita IV, 5)


Virtù è vivere in modo da non cadere in nessuno di questi quattro:

invidia, rabbia, avidità e male parole.

Non ingannarti raccontandoti che sarai saggio domani.

Siilo oggi, in modo che la virtù ti sia immortale compagna quando morrai.

 (Tirukkural IV, 35-36)


In ogni tempo e per tutte le creature il seme delle incessanti rinascite è il desiderio.

Se proprio devi desiderare, desidera la libertà dalla rinascita,

la quale giungerà solo desiderando l'assenza di desiderio.

(Tirukkural XXXVII, 361-362)


Di tutte le benedizioni che possono toccare all'uomo, nessuna è più grande del generare figli dotati d'intelligenza.

Coloro che allevano bambini di buon carattere rinasceranno a loro volta sette volte senza che li tocchi alcun male.

Si dice che i figli sono la vera ricchezza dell'uomo e che questa ricchezza è determinata dalle sue azioni.

(Tirukkural VII, 61-63)


Come zanna d'elefante, la parola dei saggi, una volta detta, non torna indietro;

quella degli stolti, invece, va e viene, come il collo della tartaruga.

(Subhâshita-ratna-bhândâgaram)


Proprio come una cisterna serve poco quando tutto il paese è sommerso dall'acqua,

così le scritture servono poco alla persona realizzata.

(Bhagavad Gita II, 46)


Adempi a tutti i tuoi doveri: l'azione è migliore dell'inerzia;

anche per mantenere in vita il corpo, Arjuna, sei obbligato ad agire.

L'azione egoistica imprigiona il mondo;

agisci disinteressatamente, senza alcun pensiero di profitto personale.

(Bhagavad Gita III, 8-9)


Molte sono le persone che piamente si bagnano nelle acque lustrali,

celando nel loro cuore scuro la bugia di una condotta impura.

Né la tonsura del capo né lunghi cernecchi sono necessari se una persona si astiene dalla cattiva condotta.

(Tirukkural XXVIII, 278-280)


Anche se una persona è priva d'istruzione, l'ascolto dei saggi gli sarà di sostegno nell'avversità.

Le parole proferite dalle labbra degli uomini integri sono come un sicuro punto d'appoggio su un terreno sdrucciolevole.

(Tirukkural XLII, 414-415)


Ascolta i principi dello yoga. Mettendoli in pratica potrai spezzare i legami del karma.

Su questo sentiero nulla va sprecato e il fallimento non esiste.

Perfino un piccolo sforzo verso il risveglio spirituale ti proteggerà dalla più grande paura.

(Bhagavad Gîtâ II, 39-40)


La giustizia è degna del suo nome quando si comporta in modo imparziale verso i nemici, gli stranieri e gli amici.

(Tirukkural XII, 111)


Si dice che queste due vie, la luce e l'oscurità, siano eterne e che conducano alcuni alla liberazione e altri alla rinascita.

Una volta conosciute queste due vie, Arjuna, non puoi più ingannarti; raggiungi questa conoscenza con la perseveranza nello yoga.

Vi è merito nello studio delle scritture, nel volontariato, nell'austerità e nella pratica della carità,

ma la meditazione ti trasporta al di là di tutto questo.

(Bhagavad Gîtâ VIII, 26-28)


Una cornacchia può cacare in testa a un maestoso elefante,

ma la cornacchia resta cornacchia e l'elefante resta un maestoso elefante.

(Subhashita-ratna-bhandagaram)


Invero la conoscenza è meglio della pratica meccanica (del rito religioso);

meglio della conoscenza è la meditazione;

ma meglio ancora è l'abbandono dell'attaccamento ai risultati (delle proprie azioni),

perché a questo fa seguito la pace immediata.

(Bhagavad Gîtâ XII, 12)


Quanti legami di cuore una persona via via stringe,

altrettante spine di dolore via via le si ficcano nell'anima.

(Subhashita-ratna-bhandagaram)


È per soddisfare le esigenze dei bisognosi che la persona meritevole si sforza costantemente di acquisire ricchezza.

(Tirukkural XXII, 213)


Il cuore percepisce il mondo esterno, composto di terra, d'acqua, di fuoco, d'aria e di spazio.

È vittima delle simpatie e delle antipatie, del piacere e del dolore, dell'illusione e del dubbio.

Conosce tutte le sottigliezze del linguaggio, gode del ballo, della musica e di tutte le arti;

si diletta dei sensi, rievoca il passato, legge le scritture ed è in grado di agire.

Questo è il cuore, la persona interna.

(Atma Upanishad)


Come il carro non può camminare con una sola ruota,

così il destino non può compiersi se l'uomo non agisce a sua volta.

(Subhâshitâvali)


Lo sforzo dell'uomo è il campo, il frutto delle azioni il seme;

dall'unione del campo e del seme matura la messe.

(Mahâbhârata)


Quando si raggiunge la concentrazione,

la mente è come la fiamma di una lampada

collocata in un luogo senza vento:

non vacilla.

(Bhagavad Gîtâ VI, 19)


Al caro prezzo delle tue buone azioni tu hai comprato la nave del tuo corpo;

affrettati ad attraversare l'oceano del dolore, prima che la nave s'infranga.

(Sûktavâli)


Il retto discorso non è offensivo; è veritiero, gradevole e benefico.

(Bhagavad Gîtâ)


Ogni buona sorte, le mogli, gli amici, le case, i terreni,

tutti questi beni e ricchezze sono un sogno,

un atto di prestidigitazione, uno spettacolo ambulante.

Pochi giorni e vanno via.

(Ashtavakra Gita X, 2)


Proprio come una pietra, un albero, una paglia, il grano, una stuoia, un panno, una tazza e così via,

una volta combusti, ritornano alla terra da cui sono venuti,

così anche il corpo ed i relativi organi di senso, bruciando nel fuoco della comprensione,

si trasformano in conoscenza e si assorbono nel Brahman, come l'oscurità nella luce del sole.

(Shankaracharya)


L'occhio non può vederlo, la mente non può afferrarlo;

il Brahman non ha casta né razza, né occhi, né orecchi, né mani, né piedi;

i saggi dicono che è infinito nel grande e nel piccolo;

sempiterno e immutevole, è la scaturigine della vita.

 (Mundaka Upanishad)


Chi ha un cuore incline alla compassione non precipiterà mai nei piani di esistenza oscuri e infelici.

(Tirukkural XXV,  243)


Proprio come la roccia rimane roccia, che sia scolpita o meno,

la coscienza resta coscienza che il mondo compaia oppure no.

«Comparsa del mondo», poi, non è che un'espressione vuota;

la sua sostanza non è altro che coscienza.

Infatti, persino queste manifestazioni e modificazioni non sono altro che il Brahman,

la coscienza cosmica, sebbene non nel senso della manifestazione o delle modificazioni.

Anche la distinzione in modificazioni o in qualunque altro senso è insignificante nel Brahman.

Quando tali espressioni vengono usate con riferimento al Brahman,

il loro significato è abbastanza diverso, come l'«acqua» in un miraggio.

(Dallo Yoga Vasishtha)


Meglio di un dono fatto con cuore gioioso sono le dolci parole pronunciate con un allegro sorriso.

 (Tirukkural, 92)


Se un forte, ma disattento, combatte contro un debole, ma attento,

il forte ha la peggio in conseguenza della sua disattenzione.

(Mahâbhârata)


Dharma protetto, protegge;

Dharma distrutto, distrugge.

(Mahâbhârata)

 

Dharma, letteralmente è il modo in cui stanno le cose, cioè la «realtà». In senso traslato, come in questa strofa, indica l'ordine sociale e la pratica della giustizia.


Anche se ingiustamente offesi,

è meglio sopportare pazientemente il male ricevuto e astenersi da ingiusta rappresaglia.

Si conquistino con la tolleranza coloro che per arroganza ci hanno fatto torto.

(Tirukkural XVI, 158-159)


Andando insieme a uno stolto ci si affligge a lungo durante il cammino;

la compagnia degli stolti arreca sempre pena, come lo stare con un nemico.

La compagnia con chi è sveglio, invece, arreca gioia, come una riunione coi parenti.

(Dhammapada, 207)


Un cane non è considerato un buon cane perché abbaia bene;

nello stesso modo un uomo non va considerato un buon uomo perché parla bene.

(Sutta Nipata)


Di' la verità; non ti incollerire;

dà, anche se poco, quando richiesto:

a queste condizioni salirai ben presto vicino agli dèi.

(Dhammapada, 224)


Ciò che è nato, divenuto, composto e come tale non è permanente,

è un aggregato di vecchiaia e di morte, un nido di malattie destinato al disfacimento;

in ciò che è mantenuto dal cibo, legato al perpetuo divenire, non c'è certo da trovare diletto.

(Itivuttaka, 43)


«Monaci, nel mondo si trovano tre tipi di persone:

quelli che sono come nuvole che non portano pioggia,

quelli che sono come nuvole che portano pioggia qua e là

e quelli che sono come nuvole che portano pioggia dappertutto.

La nuvola che non porta pioggia è l'avaro che non dà niente a nessuno, nemmeno ai monaci e ai bisognosi.

La nuvola che porta pioggia qua e là è colui che è generoso con alcuni, monaci e bisognosi, e con altri no.

La nuvola che porta pioggia dappertutto è quella che è generosa con tutti».

(Itivuttaka, 75)


«Ciò che un maestro amorevole che ha a cuore il benessere dei discepoli,

per compassione doveva fare, io l'ho già fatto per voi.

Ci sono queste radici di alberi, queste stanze vuote:

meditate, monaci, non procrastinate, altrimenti più tardi potreste pentirvene.

Queste sono le mie istruzioni per voi».

(Majjhimanikaya 8, 152)


Kutadanta accusò il Buddha:

"M'hanno detto che insegni la legge e la via della vita,

eppure disprezzi la religione.

I tuoi seguaci abbandonano i riti e snobbano i sacrifici.

Ma la riverenza per gli dei si può mostrare solo coi sacrifici.

La vera natura della religione è adorare e sacrificare".

Il Buddha rispose: "Più grande del massacro di manzi è il sacrificio dell'io.

Colui che offre in sacrificio i propri desideri morbosi

comprende l'inutilità di codesto macello d'animali sull'altare.

Il sangue non purifica, ma lorda.

La rinuncia alle azioni distruttive, invece, rende il cuore integro.

Seguire la via della rettitudine è meglio che adorare gli dei".

(Kutadanta Sutta)


E che cos'è, monaci, il retto pensiero?

È il pensiero della rinuncia, il pensiero del non-odio, il pensiero della nonviolenza.

Questo, monaci, è il retto pensiero.

(Digha Nikaya)


Ora, qual è, o monaci la nobile verità dell'origine della sofferenza?

È che la sete di sensazioni produce la nascita, connaturata di voluttà e libidine,

sempre in cerca, ora qui, ora là, di nuovi appagamenti.

Ossia brama di esistenza e brama di non esistenza.

Ma da dove nasce codesta brama di sensazioni, dove mette radici?

Dovunque nel mondo ci siano cose attraenti e gradevoli,

è lì che la brama di sensazioni nasce e mette radici.

L'occhio, l'orecchio, il naso, la lingua, il corpo e la mente

nel mondo sono gradevoli fonti di piacere:

lì la brama di sensazioni nasce e mette radici.

Le visioni, i suoni, gli odori, i gusti, i contatti e gli oggetti mentali

sono gradevoli fonti di piacere:

lì la brama di sensazioni nasce e mette radici.

(Mahasatipatthana Sutta)


Questo mondo sta bruciando.

Afflitto dal contatto, chiama la malattia "un sé".

Ciò per cui uno si considera, per questo diventa un altro.

Diventare un altro vuol dire entrare nella morsa del divenire.

E tuttavia in quel divenire c'è del piacere.

Ma dove c'è il piacere, c'è la paura.

E ciò che si teme è fonte di dolore.

Con l'abbandono del divenire si vive nello stato del Brahman.

(Udana, III, 10)


Che io non provi risentimento,

che io sia libero dalla sofferenza mentale,

che io sia libero dalla sofferenza fisica,

che io riesca a proteggere la mia felicità.

Che tutti gli esseri non provino risentimento,

che tutti gli esseri siano liberi dalla sofferenza mentale,

che tutti gli esseri siano liberi dalla sofferenza fisica,

che tutti gli esseri riescano a proteggere la loro felicità.

(Brahmavihara)


Un cuore che non si agita quando è toccato dalle emozioni,

senza dispiaceri, inalterabile e sicuro,

questa è la suprema benedizione.

(Mangala Sutta)


Colui che non ha nascosti, rancorosi pensieri,

che è andato oltre il voler essere «qualcuno»,

il «diventare» questo o quello,

quel tale è libero dalla paura, beato;

e neppure gli dèi possono scuotere una tale serenità.

(Udana Sutta)


Colui che gode nel compulsivo agire e nel cianciare,

per un tale praticante non si avvera il conseguimento del pieno risveglio.

Quindi sii poco indaffarato, per niente pigro, bensì modesto:

in una persona siffatta può manifestarsi il conseguimento del pieno risveglio.

(Itivuttaka, 79)


Il piacere e il diletto che sorgono in dipendenza degli occhi:

questa è la gratificazione insita negli occhi.

Che gli occhi siano impermanenti, soggetti a sofferenza e suscettibili di cambiamento:

questo è il pericolo insito negli occhi.

L'abbandono del desiderio e la rimozione della concupiscenza dagli occhi:

questa è la liberazione degli occhi.

(Samyutta Nikaya)


È meglio vivere un giorno solo comprendendo come tutte le cose nascano e passino via,

piuttosto che cent'anni senza mai comprenderlo.

(Dhammapada, 113)


Colui che domina la rabbia una volta che è insorta

- come con le erbe si fa un antidoto al veleno del serpente una volta che s'è diffuso nel corpo -

un tal praticante abbandona questa sponda e anche l'altra,

come un serpente abbandona la vecchia pelle consunta.

(Sutta Nipata I, 1)


Questo mondo è instabile e la sua vera natura è la decadenza:

le cose vengono all'essere per cessare.

Felice è la loro meraviglia e la pace.

(Samyutta Nikaya, Nidana Vagga)


Lo yakkha Sûciloma chiese:

«Attaccamento, avversione e disgusto, delizia ed orrore, da dove nascono?

I dubbi che opprimono la mente - come monelli che tormentano un corvo - da dove sorgono?».

Il Buddha rispose:

«Attaccamento e avversione nascono da questo corpo;

disgusto, delizia ed orrore pure;

i dubbi che opprimono la mente, come monelli che tormentano un corvo,

nascono dal desiderio, dall'io, come germogli d'un albero di fico dei caprai;

da lontano e distante sono connessi ai piaceri dei sensi,

come la liana è diffusa nella giungla.

(Suttanipata, II, 5)


Seduto in silenzio, senza contaminazioni, assorto nel jhana,

terminato il suo compito, finito lo spurgo, raggiunto l'ultimo obiettivo:

questi è colui che io chiamo un brahmana.   

(Dhammapada, 386)


Il praticante vive contemplando gli oggetti mentali come oggetti mentali, rispetto alle quattro nobili verità.

In che modo? Qui, il praticante sa com'è in realtà: «Questa è sofferenza»;

sa com'è in realtà: «Questa è l'origine della sofferenza»;

sa com'è in realtà: «Questa è la cessazione della sofferenza»;

sa com'è in realtà: «Questo è il modo di praticare che conduce alla cessazione della sofferenza».

E qual è la nobile verità della sofferenza?

La nascita è sofferenza, invecchiare è sofferenza, la morte è sofferenza,

il dispiacere, il lamento, il dolore, la tristezza e l'afflizione sono sofferenza.

Essere uniti a ciò che non si ama è sofferenza,

essere separati da ciò che si ama è sofferenza;

non ottenere ciò che si desidera è sofferenza.

In breve, i cinque complessi dell'aggrappamento sono sofferenza.

(Mahasatipatthana Sutta)


Smettendo di dire falsità, il saggio s'astiene dalla menzogna:

dice la verità, è credibile e degno di fiducia, non uno che inganna il mondo.

 (Majjhima-nikaya)


«L'abbattere esseri viventi, uccidere, tagliare, legare, rubare, mentire, frodare e ingannare,

leggere cose senza valore, andar dietro alla donna d'altri:

questo è essere contaminati, non certo il mangiar carne!»

(Suttanipâta, II, 4)


Lasciando stare i sette anni, o monaci,

chiunque si eserciti nei quattro fondamenti della consapevolezza

per sei, cinque, quattro, tre, due anni, un anno, o un mese,

può anche attendersi uno di questi due frutti:

la più elevata comprensione in questa vita o il raggiungimento dello stato di non ritorno.

Lasciando stare il mese, o monaci,

chiunque si eserciti nei quattro fondamenti della consapevolezza per una settimana

può attendersi uno di questi due frutti:

o la più alta comprensione in questa vita o lo stato di non-ritorno.

(Satipatthana-sutta)


Quando tutte le miriadi di corsi d'acqua che attraversano le diverse regioni,

ognuna col suo caratteristico colore e sapore, entrano nel grande oceano,

si fondono e prendono un solo sapore e un solo nome.

Nello stesso modo la stupidità e la saggezza diventano una sola cosa nella mente risvegliata.

Quando si comincia la pratica della via, sembra che vi sia distinzione,

che questa sia stupidità e che quella sia saggezza.

Ma più tardi, quando si penetra più in profondità,

si scopre che non c'è differenza tra stupidità e saggezza.

(Visuddhi Magga)


Un uomo ricchissimo morì senza eredi,

di conseguenza il re ordinò che tutti i suoi beni fossero trasferiti al tesoro reale,

dopo di ché andò a trovare il Buddha per raccontargli l'accaduto,

non senza sottolineare che quel riccastro, sebbene stesse a due passi dal Buddha,

non s'era mai sognato di offrire un po' di cibo al maestro o ai monaci.

Queste, si dice, furono le parole di commento del Buddha:

Le ricchezze rovinano l'uomo di debole discernimento, ma non quelli che cercano l'altra sponda.

Con la brama di ricchezza l'uomo di debole discernimento insieme con gli altri rovina anche se stesso.

(Dhammapada, 355)


Capendo solo in termini di ciò che è nominabile, gli uomini si basano sui nomi.

Per via di nomi non completamente compresi, entrano nel dominio della morte.

Quando c'è chi comprende ciò che viene nominato, questi non fantastica su ciò che vien detto:

raggiunta la liberazione della mente, consegue la sublime dimora della pace.

(Itivuttaka, 63)


Con la generosità, la bontà, la continenza e l'autocontrollo

uomini e donne possono mettere da parte un un tesoro ben nascosto,

un tesoro che non può essere dato ad altri e che i ladri non potranno mai rubare.

La persona saggia faccia il bene: questo è il tesoro che non potrà mai perdere.

(Khuddhaka Patha)


Monaci, come un asino che vada dietro a una mandria di bovini pensando:

«Anch'io sono una mucca! Anch'io sono una mucca!»,

anche se il suo colore non è quello di una mucca,

la sua voce non è quella di una mucca,

il suo zoccolo non è quello di una mucca,

ma tuttavia continua a seguire la mandria credendo d'essere una mucca,

così è la persona che vada dietro alla comunità dei praticanti pensando:

«Anch'io sono un praticante»,

senza aspirare a un principio morale superiore,

senza tenere sotto controllo la mente,

senza coltivare la saggezza introspettiva

e tuttavia credendo di essere un praticante.

(Anguttara Nikaya III, 81)


Attaccamento e avversione nascono da questo corpo;

disgusto, delizia ed orrore pure;

i dubbi che opprimono la mente,

come monelli che tormentano un corvo,

nascono dal desiderio.

(Suttanipata)


Non aggrapparti al passato e non rincorrere il futuro,

perché il passato non c'è più e il futuro non è ancora arrivato.

Vedendo con chiarezza le cose così come sono, in questo momento, qui e ora,

chi pratica la vipassana vive la vita nella calma e nella libertà.

Bisogna stare attenti oggi; attendere domani potrebbe essere troppo tardi.

La morte può arrivare e coglierci di sorpresa, chi può dirlo?

Colui che sa come vivere con attenzione giorno e notte

è colui che conosce il modo migliore per essere indipendente.

(Bhaddekaratta-sutta)


Non per una filosofia, né per una tradizione o per una conoscenza

i saggi reputano qualcuno realizzato,

ma coloro che vanno liberi da lamentazioni e da desiderï,

dopo essersi distaccati, costoro dichiaro che sono realizzati.

(Sutta Nipata, V, 8)


La consapevolezza del respiro che va e che viene,

la contemplazione delle sensazioni del corpo,

il mantenimento dell'attenzione cosciente al momento presente,

è una nobile occupazione e una via sublime

che conduce all'indipendenza della mente e alla saggezza.

(Samyutta Nikaya)


Il Buddha disse: «Quando una persona ha compreso pienamente il mondo, dall'alto al basso,

quando non c'è niente nel mondo che gli metta ansie né timori,

allora è diventata qualcuno che va esente da confusione, paure e tremori e dalla smania del desiderio.

È andata oltre l'invecchiare e oltre la nascita e la morte».

(Sutta Nipata)


Coloro per i quali il Dhamma è chiaro non sono attratti da altre dottrine:

perfettamente illuminati da perfetta conoscenza,

vanno via lisci anche su terreno accidentato.

(Samyutta Nikaya, I, 7)


Alzatevi dai giacigli, sedetevi in meditazione, a che vi serve stare addormentati?

Per coloro che soffrono, feriti dal dardo del dolore, che sonno può esserci?

Alzatevi, sedetevi, praticate con energia! Altrimenti come potrete ottenere la pace?

Non permettete che il re della morte, sapendovi distratti, vi istupidisca in suo potere.

(Suttanipata, 332)


Parenti, amici, e compagni fanno festa a un uomo che,

assente da lungo tempo, torna a casa sano e salvo da un lungo viaggio.

Nello stesso modo, chi ha fatto del bene in questo mondo, allorché va all'altro,

trova le buone azioni ad accoglierlo, come i parenti accolgono il loro caro che ritorna.

(Dhammapada, 219-220)


Questo mondo è cieco: pochi sono coloro che ci vedono;

pochi, come gli uccelli che si liberano dalla rete, sono coloro che si alzano in volo.

(Dhammapada, 174)


Ci sono quattro cose, o gran re,

che non dovrebbero essere disprezzate o sottovalutate

a causa della loro giovinezza.

Quali sono queste quattro?

Un nobile guerriero,

un serpente,

un fuoco

e un monaco.

Queste sono le quattro cose

che non dovrebbero essere disprezzate o sottovalutate

a causa della loro giovinezza.

(Samyutta Nikaya, 3, 1)


«Spezzato il circolo vizioso, conquistata la libertà dal desiderio,

la fiumana, prosciugata, non fluisce più; la ruota, infranta, più non rivolve.

Questa, solo questa, è la fine del dolore »

(Buddha Sakyamuni, in Udana, VII, 2)


Non fatevi suggestionare da mirabolanti racconti,

né dalla tradizione, né dal sentito dire.

Non fatevi convincere dall'autorità dei testi religiosi,

né dalla mera logica o dalle supposizioni,

né dal piacere della speculazione intellettuale,

né dalla plausibilità, né dall'idea "questo è il mio maestro".

Invece, Kalama, dopo averle attentamente esaminate,

accettate soltanto quelle cose che avete sperimentato e trovato giovevoli

e lasciate perdere, invece, le cose che presentano caratteristiche insane.

(Anguttara Nikaya, III, 65)


Non per la moralità, né per l'ascesi, né per la vasta erudizione,

né per aver sviluppato la concentrazione mentale,

né per la vita eremitica, dovreste pensare:

"Adesso godo della beatitudine della vita religiosa sconosciuta ai mondani";

non dovreste, o monaci, accontentarvi di questo,

senza raggiungere l'estinzione delle contaminazioni.

(Dhammapada 271-272)


Vivere nella foresta, lontani dalla gente, non è vero ascetismo.

Il vero ascetismo consiste nell'essere immuni dal potere del piacere e del dispiacere.

Inoltre è essere esenti dall'atteggiamento mentale

che si dev'essere speciali perché si sta percorrendo la via.

Coloro che si recano nelle lontane foreste spesso ritengono d'essere superiori agli altri.

Pensano che, perché vivono una vita eremitica, stanno facendo un'esperienza speciale

che coloro che vivono una vita ordinaria non potranno mai fare.

Ma questo è orgoglio, non aiuto al prossimo.

Vero asceta è colui che è disponibile per gli altri

e li aiuta con parole che vengono dal cuore e con l'esempio personale.

(Prajñaparamita)


Col cuore libero, senza dover nulla a nessuno,

godi quel che ti viene spontaneamente dato.

(Therigatha)


«Solo qui c'è purezza dottrinaria»; così dicono.

«Non ci sono dottrine altrettanto pure»; così affermano.

Insistendo nel dire che la dottrina con cui s'identificano è la migliore,

si confermano sempre più nelle loro convinzioni.

(Suttanipata, IV, 8)


Una volta Mâra, il maligno, tentò il Buddha suggerendogli di diventare un re.

Ma il Buddha rispose che la condizione di re non era affatto un bene ed enumerò le dodici cause di felicità.

 

«È un bene avere amici nel momento del bisogno;

è un bene essere contenti di ciò che si ha;

è un bene il merito quando la vita è alla fine;

è un bene lasciar andare ogni dolore.

È un bene in questo mondo assistere la propria madre;

anche assistere il proprio padre è un bene in questo mondo;

è un bene assistere gli asceti;

è un bene anche assistere i brahmana.

È un bene l'integrità coltivata fino alla vecchiaia;

è un bene è la saldezza nella fede;

è un bene il raggiungimento della saggezza;

è un bene non fare il male».

(Dhammapada, 331-333)


Vaga lontano, in solitudine, incorporeo, si giace nella caverna del cuore, il pensiero.

Coloro che lo controllano si liberano dai legami della morte.

(Dhammapada, 37)


Del praticante che controlla la lingua,

che parla saggiamente, che non s'è montato la testa,

che spiega la lettura e il suo significato,

dolci in effetti sono le parole.

(Dhammapada, 363)


La vera pace sorgerà spontaneamente quando il tuo cuore andrà esente da attaccamenti,

quando saprai che gli oggetti del mondo non potranno mai darti ciò che realmente vuoi.

(Theragatha)


Nella persona che vive distrattamente la sete di sensazioni cresce, continuamente, come una liana:

così corre ora qui e ora là, come una scimmia in cerca di frutta nella foresta.

Se questa sete di sensazioni, grossolana e appiccicosa, si impadronisce della vita,

i dispiaceri crescono, come erba selvatica dopo la pioggia.

Ma se, in questa stessa vita, riesci a vincere questa sete grossolana, difficile da sfuggire,

tutti i dispiaceri ti scivoleranno via di dosso, come gocce d'acqua da una foglia di loto.

(Dhammapada, 334-336)


Da te stesso, facendo il male, ti contamini; da te stesso evitando il male, ti purifichi.

La purità e l'impurità dipendono da te: nessuno può purificare un altro.

(Dhammapada, 165)


Chi si applica alla distrazione e non si applica all'attenzione,

abbandonato l'utile per il diletto, invidia quelli che si esercitano.

(Dhammapada, 209)


È necessario coltivare una disciplina del cuore,

perché un cuore indisciplinato trova sempre scuse

per agire egoisticamente e avventatamente.

Quando il cuore è indisciplinato, anche il corpo è indisciplinato,

e lo stesso vale per la parola e l'azione.

(Anguttara Nikaya)


Non perderti nel passato, non rincorrere il futuro;

il passato non c'è più e il futuro non è ancora arrivato.

Osservando profondamente la vita così com'è, in questo stesso momento,

dimora nella stabilità e nella libertà.

Devi stare attento oggi: attendere fino a domani è troppo tardi.

La morte giunge inattesa, com'è possibile patteggiare con lei?

(Bhaddekaratta Sutta)


Il saggio dovrebbe purificarsi impegnandosi a progredire spiritualmente

almeno nel corso di uno dei tre periodi della vita.

(Dhammapada, 157)


Come un uomo che voglia domare un toro lo legherà a un albero,

così la mente dev'essere saldamente legata

con la consapevolezza all'oggetto della meditazione.

(Visuddhi Magga)


Non dar spazio alla distrazione o alla consuetudine col piacere dei sensi,

perché è la persona attenta, assorta nel jhana [*], quella che raggiunge la vita facile.

(Dhammapada, 27)

 

[*] Nota: Jhana (in sanscrito dhyana, samten in tibetano), in Cina fu traslitterato come chán divenendo poi seon in Corea, thien in Vietnam, e, infine, zen in Giappone.


Coloro che hanno perso la consapevolezza del corpo, hanno perso il nibbâna.

Coloro che non hanno perso la consapevolezza del corpo, non hanno perso il nibbâna.

Coloro che non si sono avvalsi della consapevolezza del corpo, non si sono avvalsi del nibbâna.

Coloro che si sono avvalsi della consapevolezza del corpo, si sono avvalsi del nibbâna.

 (Anguttara Nikaya I, 46)


Monaci, vi dico che l'intenzionalità è kamma.

Con l'intenzione creiamo il kamma,

tramite il corpo, la parola e la mente.

(Anguttara Nikaya III, 415)


Possiamo anche percorrere il mondo intero coi pensieri,

senza trovare in alcun posto alcun essere che ci sia prezioso quanto noi stessi:

poiché ogni persona è in questo modo preziosa a se stessa,

chi rispetta se stesso non faccia del male agli altri esseri.

(Samyutta Nikaya)


Coloro che si immaginano il reale nell'irreale e vedono l'irreale nel reale,

costoro non pervengono al reale, ma restano campo d'azione di false immaginazioni.

(Dhammapada, 11)


Monaci, se si coltiva e si sviluppa la consapevolezza del respiro,

si compiono e si perfezionano i quattro fondamenti della consapevolezza.

Se si coltivano e si sviluppano i quattro fondamenti della consapevolezza,

si compiono e si perfezionano i sette fattori del risveglio (bojjhanga).

Se si coltivano e perfezionano i sette fattori di risveglio,

si compiono e si perfezionano la conoscenza (vijja) e la liberazione (vimutti).

(Majjhima Nikaya, 118)


Tremante, esitante, difficile da custodire, difficile da tenere sotto controllo è il cuore.

Il saggio lo raddrizza, come un arciere fa col legno del dardo.

(Dhammapada, 33)


Chi si abbevera in profondità alla legge della realtà vive felice, con cuore placato.

L'uomo saggio trova sempre diletto nella legge della realtà fatta conoscere dal Buddha.

(Dhammapada, 79)


La febbre della passione non esiste per colui che ha completato il viaggio,

che è privo di dispiaceri e completamente libero, avendo rotto ogni legame.

(Dhammapada, 90)


Se uno entra in un fiume in piena, che scorre velocemente,

e viene trascinato via dalla corrente,

come può aiutare gli altri ad attraversare?

(Sutta Nipāta II, 321)


Monaci, prima del mio risveglio, quand'ero ancora soltanto un Bodhisattva non risvegliato,

anch'io, essendo io stesso soggetto alla nascita, cercavo ciò che era parimenti soggetto alla nascita;

essendo io stesso soggetto all'invecchiamento, alla malattia, alla morte, al dispiacere e alle contaminazioni,

cercavo ciò che parimenti era soggetto all'invecchiamento, alla malattia, alla morte, al dispiacere e alle contaminazioni.

 

Allora pensai: "Perché, essendo io stesso soggetto alla nascita, cerco ciò che è parimenti soggetto alla nascita?

Perché, essendo io stesso soggetto all'invecchiamento, alla malattia, alla morte, al dispiacere e alla contaminazione,

cerco ciò che è parimenti soggetto all'invecchiamento, alla malattia, alla morte, al dispiacere e alla contaminazione?

 

"Supponiamo che, essendo io stesso soggetto alla nascita e avendo compreso il pericolo insito in ciò che è soggetto alla nascita,

cerchi la sicurezza suprema del non nato libero da legami, il Nibbana?

 

"Supponiamo che, essendo io stesso soggetto all'invecchiamento, alla malattia, alla morte, al dispiacere e alla contaminazione

e avendo compreso il pericolo in ciò che è soggetto a invecchiamento, malattia, morte, dispiacere e contaminazioni,

io cerchi ciò che non invecchia, che non si ammala, che non muore, che non prova dispiacere e non si contamina,

la suprema sicurezza libera da legami, il Nibbana".

(Ariyapariyesana Sutta)


Meditate su ciò che sta oltre le parole e i simboli.

Abbandona le pretese dell'io.

Con un tale abbandono vivrai serenamente.

(Sutta Nipata)


Alzati, svegliati, Kâtiyâna, siediti a gambe incrociate.

Non esser preda della sonnolenza: sta' sveglio e serbati vigile.

Rampollo di una stirpe distratta, non permettere che il Re della Morte

con un un semplice trucco ti sopraffaccia nell'autoindulgenza.

(Theragatha, 411)


O voi, portate  a compimento le parole del  Buddha:

non lasciate che questo momento, atteso da eoni, vi sfugga!

Lasciatisi sfuggire l'attimo, gli uomini si dolgono nella miseria.

(Theragâthâ, 403)


Sebbene possa dire molte cose ragionevoli, se il disattento non mette in pratica le parole che dice,

è come un vaccaro che conta le vacche altrui: non partecipa minimamente alla santa vita.

(Dhammapada, 19)


L'oceano possente non ha che un sapore, quello del sale.

Nello stesso modo, la vera via ha non che un sapore, quello della libertà.

(Majjhima Nikaya)


Qualunque tesoro vi sia là oppure qua o nel mondo a venire;

qualunque gioiello prezioso vi sia nelle dimore celesti, non ve n'è uno che sia pari al Perfetto.

Un tale prezioso gioiello di santità è il Risvegliato.

Dall'asseverazione di questa verità possa derivare perfetta beatitudine.

(Ratana Sutta)


Non associarsi con gli insensati,

ma associarsi coi saggi e onorare coloro che sono degni di onore:

questa è la suprema fortuna.

 (Mangala Sutta


«Dov'è il mio io, la mia identità?

C'è una qualità peculiare che mi rende diverso da ogni altro e da ogni altra cosa.

E io desidero che questo sé, questa personalità, continui ad esistere.

Perciò dove sta questa mia identità?".

«Già, dove?» chiese il Buddha. «L'io cui ti aggrappi è in costante mutamento.

Anni fa eri un bambino, poi fosti un giovanotto, ora sei un uomo.

Qual è il tuo vero io, che sei così ansioso di preservare?

Quello di ieri, quello di oggi o quello di domani?».

«Mi rendo conto di aver sbagliato a capire» rispose piano Kutadanta

«e anche se trovo difficile sopportare la luce,

ora si fa strada in me la verità che non c'è alcun sé separato e durevole".

(Majjhima Nikaya V, Kutadanta-sutta)


Gli esseri sono padroni delle loro azioni, eredi delle loro azioni;

sono originati dalle loro azioni, sono legati alle loro azioni, hanno come rifugio le loro azioni.

È l'azione che distingue gli esseri come inferiori o superiori.

(Culakammavibhanga Sutta)


Ciò che la gente pensa possa accadere è sempre diverso da ciò che poi accade.

Da ciò deriva un grande scontento; così va il mondo.

(Salla Sutta)


Come zucche buttate via in autunno sono queste ossa brunastre.

Che piacere può derivare dal guardarle?

(Dhammapada, 149)


Per coloro che sono pronti, il portale dello stato imperituro è aperto.

Voi che avete orecchi, rinunciate alle circostanze che vi legano ed entrate!

(Majjhima Nikaya)


Per prima cosa stabilizzi se stesso nell'integrità,

e soltanto dopo ammaestri qualcun altro:

in questo modo il saggio non verrà criticato.

Renda se stesso degno di insegnare ad altri:

se avrà domato se stesso, potrà domare gli altri.

Ma il se stesso è ben difficile da domare!

(Dhammapada, 158-159)


Questa nostra mente è luminosa, brillante e scintillante,

ma è tinteggiata dagli attaccamenti che la visitano;

questo è ciò che gli ignoranti in realtà non comprendono e pertanto non coltivano la mente.

Questa nostra mente è luminosa, brillante e scintillante ed è libera dagli attaccamenti che la visitano;

questo è ciò che i nobili seguaci della via comprendono e pertanto coltivano la mente.

(Anguttara Nikaya)


Messi da parte tutti gli ostacoli, lascia che il tuo cuore pieno d'amore effonda un quarto del mondo

e così pure il secondo quarto, e poi il terzo e infine il quarto.

E così tutto il vasto mondo supero, infero, intorno e dappertutto, nella sua totalità

continua a pervadere con pensiero pregno d'amore,

ridondante, sublime, smisuratamente, libero dal malevolenza e da rancore.

(Digha Nikaya)


Proprio come un fiore che appare bello e colorato ma non ha profumo,

così sono le parole inutili della persona che parla ma non fa.

(Dhammapada, 51)


Proprio come la parola "carro" è solo un nome che definisce in che modo un asse,

delle ruote, stanghe e tavole sono assemblati insieme con certe relazioni tra loro,

ma in queste medesime parti, se prese separatamente, non è ravvisabile alcun carro in senso assoluto;

come la parola "casa" è solo un nome che definisce in che modo il legno

e altri materiali sono stati montati con certe relazioni tra loro in uno spazio determinato,

ma in questi stessi materiali, se presi separatamente, non è ravvisabile alcuna casa in senso assoluto;

come la parola "pugno" è solo un nome per definire la momentanea relativa posizione tra il pollice e le altre dita della mano

e come la parola "albero" è solo un nome che definisce l'insieme di tronco, rami, frasche, foglie ecc.,

ma in senso assoluto non esistono alcun pugno né alcun albero;

esattamente nello stesso modo le parole "essere vivente" e "persona" non sono che nomi

per definire il modo in cui il corpo, le sensazioni, le percezioni e la coscienza sono assemblati e in relazione tra loro,

ma in questi stessi elementi dell'essere, se presi separatamente, non è ravvisabile in senso assoluto alcun essere o persona.

In senso assoluto esistono solo nomi e forme e il mistero che essi esprimono.

Idee come "io" e "io sono" non sono affatto assoluti.

(Visuddhi Magga)


Come l'ape raccoglie il nettare dei fiori senza rovinarne il colore né il profumo e vola via,

così il saggio vada attraverso il villaggio.

(Dhammapada, 49)

 

Nota: Anche se il verso si riferisce, letteralmente, alla questua del monaco per il cibo, è trasparente anche l'allegoria, da tutti applicabile, del retto modo di vivere. I «fiori», infatti, rappresentano i piaceri dei sensi, il «villaggio» è la vita e la metafora del «coglier fiori», che si trova nei due versi immediatamente precedenti (47 e 48) , allude al loro godimento.


La negligenza produce un mucchio di pattume.

Come nella casa, così anche nella mente:

la polvere che si accumula in un giorno o due e' poca,

ma se si sta senza rassettare per anni

la sporcizia crescerà fino a formare uno spesso strato.

(Commentario al Sutta Nipata)


«Grande maestro - disse Upasiva -,

quando si è esenti da attaccamenti e da brame,

quando ogni cosa è stata lasciata andare e ci si affida soltanto al vuoto,

si resta permanentemente in quello stato?».

«Quando si è esenti dalla brama di piacere dei sensi e si è coscienti della vacuità - rispose il Budhha -,

si è liberi in modo supremo e ciò non cambierà.

Come una fiamma investita da un colpo di vento in un attimo si spegne,

così, la persona tutt'ad un tratto è libera e nessuna parola può più essere detta.

Quando l'io, il me e il mio vengono lasciati andare

e tutti i fenomeni sono visti come vuoti,

allora anche tutti i modi di descrivere questo stato ugualmente spariscono».

(Sutta Nipata, V, 6)


Tranciare giudizi affrettati non fa di te un giudice.

È saggio colui che discerne il giudizio giusto da quello sbagliato.

(Dhammapada, 256)


Non inseguire il passato, non aspettare il futuro.

Il passato è andato e il futuro deve ancora venire.

Qualunque cosa si presenti, osservala nel qui ed ora.

Non farti tirar dentro, non vacillare: in questo modo sviluppa il cuore.

(Baddhekaratta Sutta)


Quando un liuto suona, non c'è alcun deposito di suoni dai quali il suono venga tratto.

Quando la musica cessa, il suono non va in nessun altro posto.

La musica viene in esistenza a causa della struttura del liuto

e dell'abilità dell'esecutore e quando il suono cessa smette di esistere.

Nello stesso modo, tutte le componenti dell'essere, materiali e immateriali,

vengono all'essere, giocano il loro ruolo e passano via.

Ciò che che chiamiamo una «persona»

è l'unione temporanea di diverse componenti e delle loro azioni e reazioni vicendevoli.

È impossibile trovarvi alcunché di permanente.

Eppure c'è un paradosso, perché c'è una strada ma nessuno che la percorra,

c'è l'azione, ma non c'è nessuno che la compia.

L'aria si muove, ma non c'è vento.

L'idea di un'entità permanente è un un errore.

L'esistenza è chiarezza e vacuità.

(Visuddhi Magga)


Il corpo in cui è possibile vedere la verità si disferà, come un ventaglio di palma, e non ci sarà più alcun futuro.

Ma ciò che è verità, ciò che è l'esistenza stessa, c'è sempre, anche se profondo e arduo da comprendere.

Come il grande oceano, non può essere misurata.

(Digha Nikaya)


Un bramino di nome Sangarava faceva il bagno ogni mattina e sera nel Gange,

per lavarsi dai peccati commessi durante la notte o durante il giorno.

Il Buddha gli disse: «Se il bagno purificasse davvero,

allora tutte le rane, le tartarughe e i coccodrilli sarebbero liberi da ogni peccato!

Il Dhamma è come un lago che ha per sponde la rettitudine, puro e incontaminato,

nel quale si bagnano i saggi che, puri nelle membra, raggiungono l'altra riva».

(Samyutta Nikaya VII, 12)


La via del guadagno materiale va in una direzione, quella della cessazione del dolore in un'altra.

Rendendosene conto, il praticante seguace del Buddha non si compiaccia della posizione raggiunta,

ma coltivi, piuttosto, l'equanimità.

(Dhammapada, 75)


La fame è il peggior malanno, le fabbricazioni mentali la peggiore sventura:

per colui che conosce questa verità così com'è, la liberazione è la felicità suprema.

(Dhammapada, 203)


I conflitti non cessano mai con l'ostilità in questo mondo;

cessano solo con la non-ostilità.

Questa è la legge eterna.

Gli altri non sanno che "in questo conflitto quelli che muoiono siamo noi stessi";

ma chi se ne rende conto mette fine, per questa ragione, ai propri conflitti.

(Dhammapada, 5-6)


Monaco, svuota questa barca: una volta vuota scorrerà veloce;

sradica la passione e l'avversione e perverrai alla fine del dolore.

(Dhammapada, 369)


In questo corpo lungo poche braccia, con le sue percezioni e pensieri,

c'è il mondo, l'origine del mondo, la fine del mondo

e la via che porta alla fine del mondo.

(Anguttara Nikaya, IV, 451)


Supponi che un uomo sia stato colpito da una freccia e, quando arriva il chirurgo, gli dica:

«Non estrarmi questa freccia finché non saprò chi l'ha scagliata,

da che albero proviene, chi l'ha fatta e da che genere di arco è stata scoccata».

Certamente l'uomo morirebbe prima di conoscere le risposte.

Nello stesso modo, se dici di non poterti far monaco

finché non ho risposto a tutte le domande del mondo,

è molto probabile che tu muoia insoddisfatto.

(Cûla-Malunkyovada Sutta, MN 63)


La persona intenta a raccogliere fiori, con la mente distratta,

la morte la spazza via,

come fa l'alluvione con un villaggio addormentato.

(Dhammapada, 47)


La perdita dell'attenzione cosciente

è il motivo per cui le genti si arrabattano per conseguimenti inutili,

non si preoccupano dei loro veri interessi

e non si allarmano in presenza di cose

che davvero minacciano il loro benessere.

(Anguttara Nikâya)


Se continui a pensare «quella persona mi ha offeso»

facendone una delle tue rimostranze preferite, la tua rabbia non si placherà mai.

Se riuscirai a deporre ciò che rende ostile il pensiero, la tua rabbia diminuirà.

L'ostilità non porrà mai fine all'ostilità, ma la farà rimbalzare senza posa.

Soltanto deponendola metterai fine a uno stato tanto pernicioso.

(Suññata Vagga)


Abbandonato il pettegolezzo, si astiene dal pettegolezzo;

parla al momento giusto, parla dei fatti, parla di ciò che è buono, parla del Dhamma e della disciplina;

al momento giusto proferisce parole che vale la pena di ricordare, ragionevoli, moderate e benefiche.

(Majjhima-Nikâya)


La brama è un'imperfezione che contamina la mente;

l'avversione è un'imperfezione che contamina la mente;

l'illusione è un'imperfezione che contamina la mente.

(Majjhima Nikâya)


Come una goccia d'acqua scivola su una foglia di loto,

così il saggio non si attacca a nulla di quanto vede, ode o pensa.

(Suttanipata, IV, 6)


Se in un individuo le 36 correnti che fluiscono verso il piacere sono incontenibili,

le onde - ossia le risoluzioni prese in base alle passioni - trascinano via questa persona sconsiderata.

Le correnti fluiscono in ogni direzione, ma la liana germogliata rimane sul posto.

Perciò, se vedi che la liana germoglia, tagliane la radice con discernimento.

(Dhammapada, 339-340)

 

Nota: Le trentasei correnti sono date dalle 3 forme di desiderio, focalizzato sul presente, sul passato e sul futuro, per ciascuna delle 6 sfere di senso, interne ed esterne: 3 x 6 x 2 = 36. Le sfere di senso comprendono la vista, l'udito, l'odorato, il gusto, il tatto e il pensiero, insieme ai rispettivi oggetti.


Se frequenti un mediocre maestro, di poca intelligenza, che non ha raggiunto la meta,

andrai verso la morte senza aver compreso il Dhamma nel corso di questa esistenza,

coi tuoi dubbi irrisolti.

(Sutta Nipâta, II, 8)


Alziamoci e siamo riconoscenti,

perché, anche se oggi non abbiamo imparato molto,

almeno abbiamo imparato un poco;

e se non abbiamo imparato nemmeno un poco,

almeno non ci siamo ammalati;

e se ci siamo ammalati, almeno non siamo morti;

perciò, siamo riconoscenti.

(Kuddhaka-Pâtha)


Il bracconiere ha piazzato la trappola, ma il cervo non c'è cascato.

Mangiata l'esca, se n'è andato, lasciando il cacciatore con un palmo di naso.

(Majjhima Nikâya, LXXXII)


«E qual è, dunque, la nobile verità della sofferenza?

La nascita è sofferenza;

la morte è sofferenza;

il dispiacere, il lamento, il dolore, l'angoscia e la disperazione sono sofferenza;

essere uniti a ciò che si detesta, essere separati da ciò che si ama,

non ottenere ciò che si desidera è sofferenza;

in breve, tutt'e cinque le componenti [*] del nostro essere sono sofferenza».

(Samyutta Nikâya)

 

[*] Nota: I cinque kkhanda: corpo, sensazioni, discernimenti, formazioni mentali e coscienze.


Impara dall'acqua: i torrentelli di montagna, tra fessure e orridi,

scorrono rumorosamente, ma i grandi fiumi fluiscono silenziosi.  

(Sutta Nipata, 720)


Non sottovalutare il bene fatto, pensando: «Non me ne verrà mai alcun merito».

L'acqua, cadendo a goccia a goccia, riempie anche una giara.

Il saggio si riempie di benefici anche se li accumula a poco a poco. 

 (Dhammapada, 122)


Ho detto in molti modi che i piaceri dei sensi ostacolano colui che vi indulge;

ho spiegato come i piaceri dei sensi non diano che una minima gratificazione,

seguita da molta sofferenza e molta disperazione,

e quanto sia grande il pericolo che comportano.

Essi sono come uno scheletro;

come un pezzo di carne avariata che avvelena chi la mangia;

come una torcia di paglia che brucia chi la regge,

come una fossa di carboni ardenti,

come un sogno,

come beni presi a prestito,

come un albero carico di frutti,

come l'ascia di un macellaio,

come spade e lance,

come la testa di un serpente che affascina e morde.

Ho spiegato come i piaceri sensoriali diano una minima gratificazione

ma molta sofferenza e molta disperazione,

e quanto sia grande il pericolo che comportano.

(Majjhima Nikâya, 22)


Così gli elementi costitutivi sono impermanenti,

instabili, provvisorï, transitorï, soggetti a distruzione e invecchiamento, vuoti.

Gli elementi costitutivi sono come un pugno vuoto, sono vani, sono il discorso di uno stolto.

In essi non c'è alcun potere per nessuno, neppure per chi ha poteri psichici.

Così, sapendo che cosa sono realmente, ci si disilluda di tutte le cose composte.

(Anagatavamsa 135-137)


«Se faccio un inspiro lungo sono cosciente di fare un inspiro lungo.

Se faccio un espiro lungo sono cosciente di fare un espiro lungo.

Se faccio un inspiro breve sono cosciente di fare un inspiro breve.

Se faccio un espiro breve sono cosciente di fare un espiro breve

 Inspirando sono sensibile a tutto il corpo,

espirando sono sensibile a tutto il corpo.

Inspirando tranquillizzo le formazioni corporee,

espirando tranquillizzo le formazioni corporee».

Così ci si esercita.

(Ânâpânasati Sutta)


Un dio disse: «Chi ha figli gode dei propri figli, chi ha bestiame gode del proprio bestiame.

Le proprietà sono invero la gioia dell'uomo, senza possessi non c'è gioia nel mondo».

Il Buddha rispose: «Chi ha figli si preoccupa per i figli, chi ha bestiame si preoccupa per il bestiame.

Le proprietà invero sono per l'uomo fonte d'ansia e senza possessi non c'è più ansia al mondo».

(Sutta Nipâta)


Guardati dalla collera nel parlare, sta' attento a ciò che dici;

lasciando perdere le parole dettate dalla collera, metti in pratica la retta parola.

(Dhammapada 232)


Colui che non va in collera, che rispetta i voti monastici, integerrimo ed esente da brame,

autocontrollato e portatore del suo ultimo corpo: lui io chiamo un bramino.

(Dhammapada, 400)


La fine del mondo non si raggiunge viaggiando,

tuttavia non c'è fine al dispiacere a meno di non raggiungerla.

Il saggio, che vive con buon cuore la vita, comincia a conoscere il mondo.

Egli arriverà alla fine del mondo e allora ne avrà abbastanza, di questo e d'ogni altro mondo.

(Anguttara Nikâya)


Come un mercante che avendo molti beni e poca scorta evita le strade pericolose,

e come chi ama la vita evita il veleno,

così vanno evitate le cattive azioni.

(Dhammapada, 123)


O monaci, un monaco che voglia ammonirne un altro dovrebbe farlo

solo dopo essersi accertato  di possedere cinque requisiti ed averli resi stabili in sé.

Quali sono i cinque requisiti che bisogna possedere?

1) «Parlo al momento giusto, oppure no?»

2) «Parlo dei fatti, oppure no?»

3) «Parlo con tatto o con severità?»

4) «Proferisco parole vantaggiose oppure no?»

5) «Parlo con gentilezza o con animo maldisposto?».

O monaci, questi cinque requisiti vanno soppesati e stabiliti in sé

dal monaco che voglia ammonirne un altro.

(Anguttara Nikâya)


Vivi senza invidia né avarizia, riempi il cuore di benevolenza.

Sii consapevole e focalizzato, interiormente stabile e concentrato.

(Anguttara Nikâya II, 29)


Molti che indossano l'abito arancione del monaco sono di pessimo carattere e incontrollati.

Questi indegni rinascono, a causa dei loro atti dissennati, all'inferno.

Sarebbe meglio per loro ingoiare una sfera di ferro arroventato

piuttosto che sostentarsi con le offerte della gente senza avere principi né regola.

(Dhammapada, 307-308)


Un bramino di nome Sangarava faceva ogni mattina e sera un bagno nel fiume

per lavare via i peccati che poteva aver commesso durante il giorno.

Il Buddha gli disse: «Se bagnarsi nel fiume potesse davvero mondare dai peccati,

allora tutte le rane, le tartarughe e i coccodrilli sarebbero senza peccato!

Le vere acque purificatrici sono quelle della rettitudine, e la grazia è la riva alla quale afferrarsi.

Immergiti nelle acque della rettitudine e impara a nuotare».

(Samyutta Nikâya)


O, monaci, un nemico desidera per il proprio nemico: «Che sia brutto».

Perché? Nessuno è contento della bellezza del proprio nemico.

Ora, quando una persona è preda dell'ira, arrabbiata, infuriata,

può essere ben lavata e profumata, con la barba fatta e i capelli ben pettinati,

ed essere anche ben vestita, eppure è brutta, proprio perché preda della rabbia.

Questa è la prima cosa che fa godere il nemico che capita alla persona che s'arrabbia, uomo o donna che sia.

(Anguttara Nikâya, Sattaka Nipâta, 60)


E poi un nemico desidera questo per il proprio nemico: «Che dorma male».

Perché? Nessuno è contento di sapere che il suo nemico dorme bene.

Ora, quando una persona è preda della rabbia, è adirata, infuriata,

può anche giacere su un letto morbido, confortevole e ben fornito di lenzuola,

coperte e piumini, di morbidi cuscini per la testa e per i piedi,

eppure dorme male proprio perché in preda all'ira.

Questa è la seconda cosa che fa godere il nemico che capita alla persona che s'arrabbia, uomo o donna che sia.

(Anguttara Nikâya, Sattaka Nipâta, 60)


E poi un nemico desidera questo per il proprio nemico: «Che stia male».

Perché? Nessuno è contento di sapere che il suo nemico sta bene.

Ora, quando una persona è preda della rabbia, adirata, infuriata, scambia bene per male e male per bene e,

perdendo la ragione, fa solo del male a sé stesso proprio perché preda dell'ira.

Questa è la terza cosa che fa godere il nemico che capita alla persona che s'arrabbia, uomo o donna che sia.

(Anguttara Nikâya, Sattaka Nipâta, 60)


E poi un nemico desidera questo per il proprio nemico: «Che vada in malora».

Perché? Nessuno è contento di sapere che il suo nemico prospera.

Ora, quando una persona è preda della rabbia, adirata, infuriata,

anche se ha dei beni guadagnati onestamente e legalmente, col lavoro, coll'intelligenza e col sudore della fronte,

tuttavia li mette a repentaglio col comportamento dettato dalla rabbia.

Questa è la quarta cosa che fa godere il nemico che capita alla persona che s'arrabbia, uomo o donna che sia.

(Anguttara Nikâya, Sattaka Nipâta, 60)


E poi un nemico desidera questo per il proprio nemico: «Che possa fallire!».

Perché? Nessuno è contento di sapere che il proprio nemico ha successo.

Ora, quando una persona è preda della rabbia, adirata, infuriata,

rischia di perdere la posizione acquisita con tanta fatica proprio a causa del suo comportamento dettato dalla rabbia.

Questa è la quinta cosa che fa godere il nemico che capita alla persona che s'arrabbia, uomo o donna che sia.

(Anguttara Nikâya, Sattaka Nipâta, 60)


O monaci, anche se avete una pura e chiara comprensione,

ma vi ci aggrappate, la vezzeggiate, la tesaurizzate, ne dipendete e siete fissati a essa,

allora non capite che l'insegnamento è come come una zattera

che vi fa passare attraverso le acque perigliose fino alla riva più lontana,

ma che poi va lasciata andare senza aggrapparvisi.

(Majjhima Nikaya, XXII)


A tutti voi, qui radunati auguro buona fortuna:

«Sradicate la sete di sensazioni, come quando, andando in cerca di radici medicinali, estirpate l'erba selvatica dalla radice.

Non permettete che la morte vi schianti ripetutamente, come la corrente del fiume le canne!».

(Dhammapada, 337)


Un dio disse: «Chi ha figli gode dei propri figli, chi ha bestiame gode del proprio bestiame.

Le proprietà sono invero la gioia dell'uomo, senza possessi non c'è gioia nel mondo».

Il Buddha rispose: «Chi ha figli si preoccupa per i figli, chi ha bestiame si preoccupa per il bestiame.

Le proprietà invero sono per l'uomo fonte d'ansia e senza possessi non c'è più ansia al mondo».

(Sutta Nipâta)


Il meditante che non fugge in avanti e non si volta indietro,

trascendendo tutte queste complicazioni,

un tale praticante se la sfanga da questa riva e da quell'altra,

come un serpente che lascia la sua vecchia pelle consunta.

(Sutta Nipâta, I, 8)


Vinci le incertezze e liberati dall'attaccamento al dolore.

Se ti diletti nel Dhamma diventerai una guida per coloro che ne hanno bisogno,

rivelando il sentiero a molti.

(Sutta Nipâta)


Sviluppa una mente equanime.

Riceverai sempre lodi e biasimi,

ma non permettere a nessuno dei due

di turbare l'equilibrio della tua mente:

persegui la calma, l'assenza di orgoglio.

(Sutta Nipâta)


Un laico che abbia scelto di praticare il Dhamma non deve indulgere nel consumo di bevande e sostanze inebrianti.

Non deve farne consumo né istigare altri a farne, perché si rende conto che la cosa porta alla dipendenza e alla follia.

Con la mente ebbra, gli stolti commettono azioni distruttive e inducono altri dissennati a fare lo stesso.

L'ebbrezza va evitata, perché è occasione di demerito, istupidisce la mente ed è il diletto della gente insensata.

(Sutta Nipâta)


Non è per nascita che si è paria, non è per nascita che si è santi.

Solo per le proprie azioni si diventa paria, solo per le proprie azioni si diventa santi.

(Sutta Nipâta, 136)


Vi dico, o monaci, che ci sono due tipi di retta visione:

la comprensione che è bene fare doni e offerte

e che tanto le buone quanto le cattive azioni

daranno frutti e saranno seguite da risultati;

questa, o monaci, è una convinzione che, sebbene ancora conforme alle contaminazioni,

è meritoria, apporta prosperità terrena e buoni risultati futuri.

(Majjhima Nikâya, 117)


Una volta, due vecchissimi brahmani, entrambi di 120 anni, andarono a trovare il Buddha.

Gli si sedettero di fronte e dissero: «Siamo brahmani, vecchi e fragili.

Non abbiamo fatto nulla di particolarmente bello, buono o meritevole nella vita,

perciò ora non c'è nulla che ci aiuti a ridurre la paura della morte.

Per favore, mostraci la via per la felicità».

Il Buddha rispose: «È vero, brahmani, siete invero vecchi, fragili e pieni di paura.

Questo mondo è sommerso dalla vecchiaia, dalla malattia e dalla morte.

Ma se riuscirete a praticare un po' di introspezione nelle vostre azioni,

un po' di controllo sulle vostre parole e un po' di osservazione dei vostri pensieri,

ciò sarà per voi un rifugio e un riparo. La vostra vita è quasi alla fine.

Nessuno è immune dalla vecchiaia dalla malattia e dalla morte.

Ricordandovi della morte e tenendola ben presente,

mettete in pratica buone azioni, che apportino felicità agli altri.

Chi fa buone azioni e sta attento, diverrà armonioso nel corpo, nella parola e nella mente.

E si renderà conto che, in verità, la morte non va temuta ma che, invero, apporta felicità".

(Anguttara Nikaya)


È bello vedere i Nobili. È sempre bello stare in loro compagnia.

Se non si vedessero continuamente gli sciocchi, si starebbe sempre contenti.

(Dhammapada 206)


Chiese Vacchagotta: «O Gôtama, esiste l'Âtman?».

A questa domanda il Buddha rimase in silenzio.

«Allora, Gôtama, l'Âtman non esiste?».

Per la seconda volta il Buddha rimase in silenzio.

Allora Vacchagotta se ne andò.

Appena si fu allontanato, Ananda chiese al Buddha come mai non avesse risposto.

«Ananda, se alla domanda "esiste l'Âtman" avessi risposto che esiste,

questo avrebbe voluto dire che sono d'accordo con gli eternalisti;

se alla successiva domanda "allora l'Âtman non esiste" avessi risposto che non esiste,

avrebbe voluto dire che sono d'accordo coi nichilisti.

E ancora, se alla domanda "esiste l'Âtman" avessi risposto che esiste,

sarebbe forse stato coerente con la nozione che tutti gli elementi sono insostanziali?». «No, signore».

«E se alla domanda "allora l'Âtman non esiste" io avessi risposto che non esiste,

allora, Ananda, nel già confuso Vacchagotta sarebbe aumentata la confusione.

Egli avrebbe pensato: "Prima avevo un Âtman e adesso non ce l'ho piu!"»

(Samyutta Nikâya, XIV, 10)


Lo sciocco pensa di aver vinto una battaglia quando fa il prepotente con parole dure,

ma solo l'essere in grado di portare pazienza rende vittoriosi.

(Samyutta Nikâya I, 189)


Colui che è incline alla cupidigia, nei suoi discorsi censura gli altri,

essendo egli stesso inaffidabile, avido, sgarbato, egoista e dedito alla maldicenza.

(Sutta Nipâta, III, 10)


Non disprezzare i tuoi conseguimenti e non invidiare quelli degli altri.

Il praticante che invidia i conseguimenti altrui non raggiunge la concentrazione.

(Dhammapada, XXV)


Meglio un giorno solo vissuto con energia e costanza

piuttosto che cent'anni vissuti nell'apatia e nella fiacca.

(Dhammapada, 112)


Miei cari, ogni amore reca con sé il dispiacere, il lamento, il dolore, il dolore e la disperazione.

(Majjima Nikâka, LXXVII)


Non parlare con asprezza a nessuno, perché potrebbero renderti pan per focaccia.

Le contumelie fanno male e in cambio potresti prendere le busse.

(Dhammapada, 133)


Monaci, tutto brucia. L'occhio brucia, l'orecchio brucia, il naso brucia, la lingua brucia, il corpo brucia, la mente brucia.

Bruciano le forme visibili, bruciano i suoni, bruciano gli odori, bruciano i sapori, bruciano gli oggetti tangibili.

Brucia la coscienza e le impressioni;

così qualunque sensazione, piacevole, dolorosa, o, anche, né piacevole né dolorosa,

si produca in seguito all'impressione sensoriale, anch'essa brucia.

E in che senso brucia? Brucia del fuoco dell'avidita, del fuoco dell'avversione, del fuoco dell'illusione.

Vi dico che brucia a causa della nascita, della vecchiaia e della morte.

Brucia per il dispiacere, per i lamenti, per i dolori, per l'angoscia, per la disperazione.

(Âdittapariyâya-sutta)


Non c'è assorbimento meditativo per chi è privo di discernimento;

non c'è discernimento per chi è privo di assorbimento meditativo;

ma chi è dotato di assorbimento meditativo e discernimento è vicino alla liberazione.

(Dhammapada, 372)


Monaci, chi si è dato alla vita religiosa non deve praticare questi due estremi.

Quali? La dedizione all'indulgenza nel piacere dei sensi,

che è volgare, comune, per gente ordinaria, indegna e non profittevole;

e c'è la dedizione all'auto-mortificazione, che è dolorosa, indegna e non profittevole.

(Dhammacakkapavattana-sutta)


La sofferenza esiste, ma non c'è alcuno che soffra;

l'azione esiste, ma non c'è alcuno che agisca.

 (Visuddhi Magga)


Ananda disse: «L'amore per ciò che è amabile, l'unione con ciò che è amabile,

l'intimità con ciò che è amabile: tutto ciò è solo metà della vita spirituale».

Rispose il Buddha: «Non dire così, Ananda. È tutta la vita spirituale, non solo la metà.

Una persona graziata da ciò che è amabile svilupperà un armonioso modo d'essere,

un pensiero che non s'aggrappa più a ciò che non è vero,

un'intenzione rivolta a ciò che è importante e concreto,

una contemplazione distaccata e libera.

Perciò l'unione con ciò che è amabile è l'intera vita spirituale».

(Samyutta Nikaya)


Come un leone che ai rumori non trema,

come il vento che non viene ghermito dalle reti,

come il loto che l'acqua non rende viscido,

procedi solitario, come un rinoceronte!

(Sutta Nipâta, III, 35)


Come chi è salito su una nave robusta, provvista di remi e di timone,

con essa può traghettare molte altre persone, sapendo come usarla ed essendo esperto e attento,

così anche colui che conosce il Dhamma ed è bene allenato,

che ha imparato molto e non tentenna, lo fa comprendere ad altri,

dotati di attenzione e determinazione, avendolo compreso lui stesso.

(Sutta Nipâta II, 8)


Si dovrebbero fare solo discorsi che non nuocciono a se stessi né agli altri;

siffatti discorsi sono effettivamente buoni.

Si dovrebbero fare solo discorsi piacevoli, accettabili dagli altri;

piacevole è ciò che si dice senza incrementare la sofferenza degli altri.

(Theragâthâ, 21)


Colui che pratica il buon cuore dorme bene,

si sveglia bene e non fa brutti sogni;

è caro agli esseri umani e a quelli non umani;

nessun pericolo lo minaccia;

la sua mente si concentra alla svelta,

la sua espressione è felice e serena;

muore senza alcuna confusione mentale:

il buon cuore lo protegge.

(Anguttara Nikaya)


Dal proprio sé è compiuto il male, dal proprio sé si nasce, dal proprio sé si è fatti crescere:

il sé frantuma lo stolto come un diamante sgretola anche una pietra dura.

(Dhammapada, 161)


Sono buoni i muli domati, i purosangue di razza e gli elefanti maestosi,

ma chi ha domato se stesso è ancor meglio di loro.

Sulla terra non calpestata [del nibbana] non si va a cavallo:

ci va solo chi ha domato se stesso per mezzo del se stesso ben domato.

(Dhammapada, 322-323)


Quando la rabbia insorge, colui che non perde il controllo,

come se guidasse un cocchio lanciato in corsa, lui io chiamo un auriga.

Tutti gli altri non sono altro che reggi-briglie.

(Dhammapada, 222)


Come l'ape, senza nuocere al fiore, al suo colore o alla sua fragranza,

preleva il nettare e vola via,

così il saggio passi per il villaggio.

(Dhammapada, 4)


Sakka, re degli dèi, chiese al Buddha:

«Ma i diversi maestri religiosi non hanno il medesimo obiettivo,

non aspirano alla stessa meta e non insegnano la stessa cosa?».

«No, Sakka», rispose il Buddha, «niente affatto. E come mai?

Questo mondo è composto di miriadi di differenti punti di vista

e alcuni aderiscono a questo e altri a quello,

e vi si aggrappano fino al punto di affermare:

"Solo questo è vero, tutto il resto è falso".

Si comportano col credo e le convinzioni

come con un territorio di loro proprietà.

Perciò i maestri religiosi non hanno tutti lo stesso fine,

né insegnano la stessa disciplina, né aspirano alla stessa meta».

(Sakka-pañña-sutta, Digha-nikaya, XXI)


Quando è il momento di prendere un'iniziativa, non la prende;

giovane e forte, ma addormentato, con le risoluzioni del cuore esaurite,

una tal persona pigra e letargica smarrisce la via al discernimento.

(Dhammapada, 280)


Colui che contempla il divenire come divenire

va oltre il divenire ed è libero dalla brama di sensazioni.

In ciò che realmente è, comprende il divenire.

Libero dal desiderio di nascere e di morire,

trova il vero significato della fine del divenire.

(Itivuttaka)


Ci sono anche quelli che non si rendono conto che un giorno tutti dovremo morire;

ma quelli che se ne rendono conto cessano le contese.

 (Dhammapada, 6)


Il dono del Dhamma supera tutti gli altri doni;

il sapore del Dhamma supera tutti gli altri sapori;

il piacere nel Dhamma supera tutti gli altri piaceri;

chi ha distrutto la sete di sensazioni supera tutto il dolore.

(Dhammapada, 354)

 

Dhamma (skrt. Dharma), letteralmente è il modo in cui stanno le cose, cioè la «realtà». In senso traslato, come in questa strofa, indica l'insegnamento del Buddha e la pratica del nobile ottuplice sentiero.


Ciò che andrebbe fatto non viene fatto, ciò che non andrebbe fatto viene fatto,

così aumenta il bagaglio karmico degli arroganti e dei disattenti.

(Dhammapada, 293)


Ciò che il grande Buddha ha lodato come puro, cioè lo stato definito immediato, non esiste niente che lo eguagli.

Questo prezioso gioiello è nel Dhamma. Che in virtù di questa verità vi sia pace!

(Sutta Nipâta, 226)

 

Dhamma (skrt. Dharma), letteralmente è il modo in cui stanno le cose, cioè la «realtà». In senso traslato, come in questa strofa, indica l'insegnamento del Buddha e la pratica del Nobile Ottuplice Sentiero.


Non congiungerti mai con disinvoltura a chi ti è caro oppure odioso;

è doloroso non poter vedere chi ti è caro o dover vedere chi non lo è.

Perciò non renderti caro nessuno, dato che è terribile star lontani da chi ti è caro;

nessun  vincolo sussiste per coloro cui nessuno è caro oppure odioso.

(Dhammapada, 210-211)


Colui che ha nettamente tagliato la sua sete di sensazioni, avendone prosciugato il flusso impetuoso e rapido,

un tal monaco lascia andare l'aldiquà e l'aldilà, come un serpente abbandona la sua pelle consunta.

(Sutta Nipâta)


Un tale chiese al Buddha: «Vorrei sapere qualcosa sullo stato di pace di cui parli, quello stato di solitudine e di quieto distacco.

Come fa una persona a diventare calma e indipendente senza desiderare di aggrapparsi a nulla?».

«Una persona arriva a questo - rispose il Buddha - sradicando l'illusione "io sono".

Stando sveglio e attento, comincia a lasciar andare gli appigli mentre si presentano.

Ma qualunque risultato riesca a raggiungere, deve guardarsi dal senso d'importanza personale.

Deve evitare di reputarsi migliore degli altri, o peggiore o uguale, dato che i paragoni danno risalto all'io.

Dovrebbe cercare la pace dentro di sé e non dipendere da essa in alcun altro luogo.

Perché quando una persona è calma dentro, l'io non si trova più.

Nelle profondità dell'oceano non ci sono onde; è calmo e immoto.

È lo stesso per la persona pacificata; è tranquilla, senza alcun desiderio da afferrare.

Ha lasciato andare i fondamenti dell'io e non ricrea più il senso d'importanza personale né il desiderio».

(Sutta Nipâta)


In questo mondo cieco non si fermano i sapienti là

dove una pietra preziosa e un pezzo di vetro sono stimati uguali.

(Mahâbhârata)


Non con il bastone, a mo' di pastori, gli dèi proteggono;

ma a coloro che vogliono proteggere elargiscono intelligenza.

Non con la spada, a mo' di nemici, gli dèi puniscono;

ma a coloro che vogliono punire tolgono l'intelletto.

(Tirukkural)


Un essere superiore non rende male per male.

Non fa mai del male ai buoni né ai cattivi e neanche ai criminali condannati a morte.

Un'anima nobile è sempre pietosa, anche con coloro che godono nel far male agli altri

o che realmente stanno commettendo atti crudeli, perché chi è senza colpa?

(Ramayana)


Non accontentarti del vecchio, non eccitarti per il nuovo.

Non addolorarti per ciò che hai perso e non farti guidare dal desiderio.

(Sutta-nipâta)


Il Buddha disse: «Ora, brahmano, io non accetto doni guadagnati salmodiando i testi;

non è questo il modo di agire della gente di chiara conoscenza.

I risvegliati rifiutano ciò che è stato guadagnato salmodiando i testi

e finché la verità esisterà, questa sarà sempre l'etica dei Buddha.

(Sutta Nipâta, 480)


Abbi cura degli dèi come essi hanno cura di te;

reciprocamente sostentandovi raggiungerete il bene supremo.

Gli dèi, sostentati dall'azione disinteressata, soddisfano gli umani desideri;

ma chiunque goda delle cose donate dagli dèi senza contraccambiarli è un ladro.

(Bhagavad Gîtâ III; 11-12)


Le parole svalutative sono dolorose anche se dette per celia;

quindi chi conosce la natura umana è cortese anche coi nemici.

(Tirukkural C, 995)


Se, nel tuo percorso, non incontri chi ti sia pari o sia migliore,

allora continua per la tua strada da solo, con fermezza;

non c'è amicizia con gli stolti.

(Dhammapada, 61)


Come l'acqua cambia a seconda del terreno su cui passa,

così l'uomo assimila il carattere dei suoi compagni.

Conoscendone i pensieri, si scopre il cuore di un uomo;

conoscendone i compagni, si rivela il suo carattere.

(Tirukkural XLVI, 452-453)


Tu stesso dovresti esaminarti e rimproverarti;

come un monaco che custodisca se stesso, che protegga se stesso,

attentamente cosciente, vivi in pace.

(Dhammapada, 379)


Cercare di trovare il Buddha o il risveglio

è come cercare di afferrare lo spazio;

lo spazio non ha nome né forma,

non è cosa che si possa prendere o lasciare

e certamente non si può afferrare.

Oltre questa mente non vedrai mai un Buddha.

Il Buddha è un prodotto della tua mente;

perché cerchi un Buddha al di là di questa mente?

 (Bodhidharma)


Tu stesso sei il tuo sostegno, tu stesso sei la tua guida;

di conseguenza dovresti sorvegliare te stesso

come un mercante di cavalli un prezioso stallone.

(Dhammapada, 380)


Per chi ha l'abitudine di onorare e rispettare sempre gli anziani,

quattro benefici aumentano:

longevità, bellezza, beatitudine e forza.

(Dhammapada, 109)


Il saggio che tira dritto da solo, ben attento,

non turbato da biasimo e lode,

come un leone che non sobbalza ai rumori,

come vento non trattenuto da una rete,

come un loto non zuppo per l'acqua,

guida per gli altri e da nessuno guidato,

è ciò che i saggi riconoscono come un muni (*).

(Sutta Nipâta, 212)

 

(*) Mauna (pron. muna) è, in sanscrito, il voto di silenzio. È anche il nome del 15mo giorno della fase lunare calante del mese di Phalguna (febbraio-marzo) in cui, tradizionalmente, una certa abluzione rituale veniva eseguita in silenzio. Muni è il nome dato ancor oggi agli asceti induisti che osservano il voto di silenzio. «Votato al silenzio» è perciò la traduzione letterale di muni. Ma ai tempi del Buddha la parola era già entrata nel linguaggio corrente come sinonimo di «saggio realizzato». Nei racconti popolari si fa spesso riferimento ai rishi («quelli che hanno udito» i Veda mentre erano assorti in profonda meditazione) e ai muni, nel senso di saggi realizzati. Il Buddha, in ogni caso, spesso rimaneva in silenzio di fronte alle domande che implicavano questioni metafisiche. Un silenzio che non significava assenso né diniego, ma che esprimeva l'impossibilità di dare una risposta verbale soddisfacente.


Sta' attento a ciò che dici, custodisci bene la mente e non commettere cattive azioni;

purifica queste tre linee di condotta e porta così a compimento la via mostrata dagli antichi saggi.

(Dhammapada, 281)


La persona saggia dovrebbe essere sincera,

priva di arroganza, aliena dalla frode, dalla diffamazione e dall'odio.

La persona saggia dovrebbe andare oltre i mali dell'ingordigia e dell'avarizia.

Non accontentarti di ciò che è vecchio, non emozionarti per ciò che è nuovo;

non addolorarti per ciò che hai perso e non farti controllare dal desiderio.

(Sutta-Nipâta)


Chi è disposto a divulgare le colpe degli amici,

che danni micidiali può arrecare agli sconosciuti?

(Tirukkural, 188)


Proprio come un'erba dal bordo affilato e tagliente,

se male afferrata, ferisce la mano che la prende,

così la vita contemplativa, se male afferrata, trascina all'inferno.

(Dhammapada, 22)


Alcuni realizzano la loro vera natura con la pratica della meditazione,

alcuni con l'amore per la saggezza e alcuni col volontariato disinteressato;

altri possono anche non conoscere queste vie,

ma ascoltando e seguendo le istruzioni di un maestro risvegliato,

vanno anch'essi oltre la morte.

(Bhagavad Gîtâ XIII, 24-25)


La persona che si reputa uguale, inferiore o superiore agli altri, proprio per questa ragione si lascia coinvolgere nelle discussioni;

ma pensieri come uguale, inferiore e superiore non trovano posto in chi non è motivato da questi paragoni.

Perché il saggio dovrebbe discutere con un altro? Per dire, ad esempio: «Questa è una verità» e «questa è una bugia»?

Se non si dà spazio a pensieri come uguale, inferiore, o superiore, con chi ci si può mettere a discutere?

Il saggio - libero dalla dipendenza dagli altri, dalla dipendenza dalle parole e non più attaccato alla conoscenza -

non rischia di soffocare la verità mettendosi a discutere con l'altra gente.

(Sutta Nipâta)


Riconosci che ciò che appare è falso. Soltanto l'Immanifesto dura.

Quando capirai la verità di quest'insegnamento, non dovrai ricadere nell'irrealtà.

Il Brahman è infinito, dentro e fuori dal corpo, come lo specchio e l'immagine nello specchio.

Proprio come l'aria è dappertutto, attorno al vaso e dentro il vaso,

così l'Imperituro riempie la totalità delle cose e tutte le attraversa.

(Ashtavakra Gîtâ I, 18-20)


Non unirti a cattive compagnie, non far comunella coi peggiori;

associati ad amici ammirevoli, mettiti insieme  ai migliori.

(Dhammapada, 78)


Che tutti gli esseri vivano in pace e felici!

Che tutti gli esseri siano liberi dall'ignoranza, dall'avidità, da ogni avversione!

Che tutti gli esseri siano liberi dalla sofferenza, da ogni conflitto, da ogni dispiacere!

Che tutti gli esseri siano colmi di amore incondizionato, di compassione, di gioia compartecipe e di equanimità!

Che tutti gli esseri pervengano al pieno risveglio.

(Visuddhi-magga)


Coloro che vedono tutte le creature in se stessi e se stessi in tutte le creature non conoscono paura.

Coloro che vedono tutte le creature in se stessi e se stessi in tutte le creature non conoscono dolore.

Come può la molteplicità della vita ingannare coloro che ne ravvisano l'unità?

(Isha Upanishad)


Quando la nascita del bambino fu imminente, secondo il costume,

la regina si apprestò a tornare alla casa dei suoi genitori, nel regno adiacente.

La mattina presto il re inviò alla regina soldati per la scorta, insieme con i cortigiani e i servi

ed ella fu portata nel palanchino reale, in processione verso la casa paterna.

Mentre transitava per il magnifico boschetto di Lumbini, con i suoi alberi maestosi e fiori profumati,

la regina decise di fare due passi per i sentieri ombrosi e di riposare un poco.

Allorché giunse presso a un gigantesco albero di sal (shorea robusta), cominciò improvvisamente il travaglio.

Gli accompagnatori allestirono in fretta per lei una tenda e si ritirarono.

Mentre la regina stava in piedi tenendosi a un ramo,

nacque il futuro Buddha, conosciuto come il Bodhisatta (Bodhisattva).

La sua nascita fu accolta da musica celestiale e da altri eventi meravigliosi.

Gli dèi celesti salutarono il bambino, cantando: «Grande essere, tu sei il Re del Mondo».

Così il bambino dorato entrò in questo mondo il giorno della luna piena di maggio (Visakha o Vesak).

Gli fu dato il nome di Siddhattha (o Siddhartha), che significa «Tutti i desideri sono soddisfatti».

Il suo cognome era Gôtama (Gautama), ed era membro del clan dei Sakya.

(Bhikkhu Dharmapali)


Non appena nacque, il Bodhisattva stette saldamente in piedi;

poi fece sette passi a nord e, mentre lo riparavano con un parasole bianco,

ispezionò ogni punto cardinale e proferì le parole del Capp del Gregge:

«Sono l'eccelso nel mondo; sono il migliore del mondo; sono il primo al mondo.

Questa è la mia ultima nascita; per me non ci sarà riproduzione dell'esistenza».

(Majjhima Nikâya, 123)


L'ottavo figlio di Devaki nacque alla mezzanotte di una notte buia e tempestosa nel mese di Sravan.

Il bambino era scuro come le nuvole che coprivano il cielo notturno.

Perciò fu chiamato Krishna, che significa «lo scuro» oppore «il nero».

(Srimad Bhagavatam)


Sono svegli, sempre vividamente svegli i discepoli di Gôtama,

con l'attenzione cosciente rivolta costantemente, giorno e notte, al corpo.

(Dhammapada, 299)


Come con l'acqua si spegne senza indugio una casa che va a fuoco,

nello stesso modo colui che è sveglio, accorto, abile e saggio,

soffia via qualunque dolore si presenti,

come il vento un fiocco di cotone.

(Sutta Nipâta, 591)


L'illusione risulta dalla dualità di attrazione e repulsione, Arjuna;

ogni creatura è da queste ingannata fin dalla nascita.

 (Bhagavad Gîtâ, VII, 27)


Il praticante che si diletta nell'attenzione, che vede il pericolo della disattenzione,

avanza come un incendio, che brucia gli ostacoli grandi e piccoli.

(Dhammapada, 31)


Così come un cristallo riflette gli oggetti che gli sono prossimi,

così il volto riflette i moti del cuore.

C'è forse qualcosa di più espressivo del volto?

Se il cuore è felice o irato è il volto a manifestarlo per primo.

(Tirukkural LXXI, 706-707)


Ciò che è nato, manifesto, fatto, condizionato e, come tale, non è permanente,

è un composto di vecchiaia e di morte, un nido di malattie, destinato al disfacimento.

In ciò che è sostenuto dal cibo, vincolato al perpetuo divenire,

non c'è certo da trovare diletto.

(Itivuttaka, 43)


Io sono il calore;

io elargisco la pioggia e la trattengo.

Io sono l'immortalità e la morte.

Io sono ciò che è e ciò che non è.

(Bhagavad Gita IX, 19)


Quanto è breve questa vita!

Entro cent'anni sarai morto,

ma anche se vivessi di più,

morirai comunque di vecchiaia.

(Sutta Nipâta IV, 6)


Quanto piacere ti dà l'acquisto di beni terreni!

Ma per trovare la felicità dovrai rinunciare a tutto quanto.

(Ashtavakra Gîtâ, XVIII, 2)


Un giovane monaco che aveva preso l'abitudine di divertirsi tirando sassi con la fionda,

un giorno colpì accidentalmente un realizzato, uccidendolo all'istante.

La conseguenza di quest'azione malaccorta fu che rinacque come spirito tormentato.

Riferendosi alla sua abilità di tiratore, il Buddha osservò che la conoscenza senza retta intenzione produce rovina:

 

Lo stolto acquista conoscenza e fama solo per rovinarsi, perché queste cose distruggono la sua buona sorte e gli spaccano la testa [*].

(Dhammapada, 72)

 

[*] La "testa" qui equivale alla presunta saggezza.


Dove c'è separazione si vede un altro, si odora un altro, si gusta un altro, si parla a un altro,

si ode un altro, si tocca un altro, si pensa a un altro, si conosce un altro.

Ma là dove c'è unità, l'uno senza un due, quello è il mondo di Brahman.

È questo lo scopo ultimo della vita, il tesoro più prezioso, la somma gioia.

Coloro che non cercano di arrivare a questa meta eccelsa

non vivono che una minima parte di questa gioia.

(Brihadaranyaka Upanishad)


Per compassione distruggo l'oscurità della loro ignoranza;

dal loro interno do luce alla lampada della saggezza

e dissipo tutta l'oscurità dalle loro vite.

(Bhagavad Gîtâ X, 11)


«Monaci, osservate senza intermissione la decadenza inerente a questo corpo;

stabilite bene di fronte a voi la concentrazione sull'inspirazione ed espirazione,

e permanete nell'osservazione dell'impermanenza (aniccâ, anityâ) di tutte le cose composte.

Coloro che perdurano nell'osservazione del degrado insito nel proprio corpo,

abbandonano ogni tendenza passionale verso ciò che appare attraente.

Per colui la cui concentrazione sull'inspirazione ed espirazione è ben fondata all'interno,

la tendenza a pensare cose esteriori associate a ogni forma di turbamento mentale non esiste più.

Colui che mantiene la messa a fuoco sull'impermanenza e il degrado di tutte le cose composte

abbandona l'ignoranza e dà spazio alla conoscenza».

(Itivuttaka, 85)


L'ostilità in questo mondo non si placa con l'ostilità;

l'ostilità si placa con la non-ostilità.

Questa è una legge eterna.

(Dhammapada, 4)


L'ostilità annidata nel cuore causerà molto dolore e, da ultimo, finirà per uccidere.

Quando l'ostilità si presenta, la discordia distrugge l'unità

e gli uomini precipitano inevitabilmente verso la morte sempre pronta ad accoglierli.

(Tirukkural, 885-886)


Dovresti aver paura dell'ostilità che hai dentro di te e difenderti da essa:

nei momenti catastrofici taglierà più a fondo della lama del vasaio.

(Tirukkural, LXXXIX, 883)


E che cos'è, o monaci, il retto pensiero?

È il pensiero della rinuncia,

il pensiero non ostile,

il pensiero non violento:

questo, o monaci, è il retto pensiero.

(Mahasatipatthana Sutta)


(Patañjali, Yogasûtra  II, 35-39)


Colui che cerca la propria felicità causando dolore ad altri,

essendo lui stesso impigliato nel groviglio dell'ostilità,

non si può liberare dall'ostilità.

(Dhammapada, 291)


Precipitevolissimevolmente periscono gli uomini che si autocelebrano,

che si sopravvalutano e sono incapaci di vivere in pace cogli altri.

Fa' salire un po' di questi gradassi

e perfino una piuma di pavone potrà rompere l'asse del carro.

(Tirukkural LXVIII, 474-475)


Come una tartaruga che ritrae tutti e cinque gli arti nel guscio,

coloro che trattengono i cinque sensi nel corso di una vita troveranno un rifugio sicuro per sette vite.

(Tirukkural XIII, 126)


«Tutte le realtà percepite sono precedute dalla mente, fanno capo alla mente, sono prodotte dalla mente.

Se qualcuno parla o agisce con mente guasta, la sofferenza lo segue, come la ruota [del carro] tiene il passo del traino».

(Dhammapada, 1)


Qualunque cosa un nemico possa fare al proprio nemico, o un rivale al proprio rivale,

la vostra stessa mente mal diretta può farvi ancora più male.

Qualunque cosa una madre, un padre o un parente stretto possa fare per voi,

la vostra stessa mente ben diretta può farvi ancora più bene.

(Buddha Sakyamuni, Dhammapada, 42-43)


Il Brahman è indivisibile e puro;

realizza il Brahman e va' oltre tutto il cambiamento.

È immanente e trascendente;

realizzandolo, i saggi raggiungono la libertà e dichiarano che non ci sono menti separate.

Essi non hanno realizzato altro che ciò che sono da sempre.

(Amritabindu Upanishad)


E che cosè, o monaci, il retto pensiero?

È il pensiero della rinuncia,

il pensiero non-ostile,

il pensiero della noviolenza.

Questo, o monaci è detto retto pensiero.

(Mahasatipatthana Sutta)


«E che cos'è, o monaci, la retta visione?

È, o monaci, la conoscenza della sofferenza,

la conoscenza dell'origine della sofferenza,

la conoscenza della cessazione della sofferenza

e la conoscenza della via pratica che porta alla cessazione della sofferenza.

Questa è detta "retta visione"».

(Mahasatipatthana Sutta)


Due da uno! Questa è la radice della sofferenza.

Percepisci soltanto che io sono uno senza due,

consapevolezza pura, gioia pura e che tutto il mondo è falso.

Non c'è altro rimedio!

(Ashtavakra Gita II, 16)


In questo corpo alto quattro cubiti, con le sue percezioni e pensieri,

c'è il mondo, l'origine del mondo, la fine del mondo

e la via che porta alla fine del mondo.

(Anguttara Nikaya, IV, 451)


L'ego e lo spirito abitano come amici intimi nel medesimo corpo, come due uccelli dorati appollaiati sullo stesso albero.

L'ego mangia i frutti dolci e amari dell'albero, mentre lo spirito osserva con distacco.

Perciò finché ti identificherai con l'ego, proverai gioia e dolore.

Ma se ti renderai conto di essere lo spirito, la scaturigine stessa della vita, sarai libero dalla sofferenza.

Andrai oltre la dualità e vivrai in uno stato di unità.

(Mundaka Upanishad, III, 1)


Chiunque con desiderio, avversione, timore, o paura trasgredisca il Dhamma,

tutta la sua gloria sbiadisce, come la luna nella fase calante.

 

Chiunque con desiderio, avversione, timore, o paura non trasgredisce mai il Dhamma,

tutta la sua gloria cresce, come la luna nella fase crescente.

(Dîgha Nikâya III, 246)


Avendo assaporato un gusto dolce e delizioso e avendo parimenti sperimentato un gusto amaro,

non renderti avido del dolce e non creare disgusto per l'amaro.

Se toccato da un piacevole contatto, non farti incantare; e non tremare se toccato dal dolore.

Considera allo stesso modo il piacere e il dolore, non inseguire nulla, non respingere nulla.

(Samyutta Nikâya)


Quando tutti i desideri che nascono nel cuore sono lasciati andare, il mortale diventa immortale.

Quando tutti i nodi che strangolano il cuore sono allentati,

il mortale diventa immortale, qui stesso, in questa vita.

(Brihadaranyaka Upanishad)


Ospitale e amichevole, liberale e disinteressato,

una guida, un maestro, un capo:

possa io trovare una tal persona da onorare.

(Dîgha Nikâya, III, 273)


La sofferenza ci castiga e ci fa ricordare.

Siamo come bambini che cercano di prendere in mano il fuoco

ed è improbabile che lo rifacciamo, una volta viste le conseguenze.

Con le cose materiali è facile;

ma quando si tratta di afferrare i fuochi dell'ingordigia, dell'avversione e dell'illusione,

la maggior parte di noi non è neppure cosciente che si tratta di fuochi.

Al contrario, maldestramente li crediamo piacevoli e desiderabili,

così non veniamo mai castigati.

Non impariamo mai la lezione.

(Buddhadhasa Bhikkhu)


Quando la gente parla male di te, dovresti rispondere senza perdere la consapevolezza ed evitando di ribattere con asprezza.

Lascia andare il risentimento e accetta che l'ostilità dell'altro funga da stimolo per la tua comprensione.

Sii sempre gentile, di ampie vedute, tratta amichevolmente le persone ostili

e diffondi nel tuo mondo pensieri amichevoli, a lungo raggio e in ogni direzione.

Dovresti cercare di restare in questo stato.

(Dal Commentario al Dhammapada)


L'amico che è d'aiuto, l'amico nella felicità e nel dolore, l'amico che dà un buon consiglio, l'amico che simpatizza con te:

sono questi quattro i tipi di amici che il saggio apprezza e che serba devotamente nel cuore come fa una madre col proprio bambino.

(Dîgha Nikâya III, 265)


L'ammasso di una grande ricchezza è graduale, come la riunione del pubblico a teatro;

la sua dispersione è rapida, come la dipartita di quello stesso pubblico.

(Tirukkural XXXIV, 332)


Il regalo del Dhamma supera tutti i regali;

il sapore del Dhamma supera tutti i sapori;

il diletto nel Dhamma supera tutti i diletti;

l'estinzione della sete supera tutta la sofferenza e lo sforzo.

(Dhammapada, 24)


Gli uomini bassi non sono mai alti, neanche se in posizione elevata;

le anime alte non sono mai basse, neanche se oppresse.

(Tirukkural XCVIII, 973)


Senza macchia, puro, come la luna limpido e calmo,

con le delizie e i dispiaceri completamente andati:

questi è colui che io chiamo un brahmana.

(Dhammapada 128)


Quando la mente è attratta da qualcosa che percepisce,

è limitata.

Dove non c'è io, sei libero.

Dove c'è io, sei limitato.

Considera questo. È facile.

Non abbracciare niente.

Non mandar via niente.

(Ashtavakra Gîtâ VIII, 3-4)


Come se i massicci contrafforti, le catene montuose che premono contro il cielo,

si avvicinassero da ogni lato, schiacciando le quattro direzioni,

così la vecchiaia e la morte vengono arrotando gli esseri viventi:

guerrieri, sacerdoti, asceti, lavoratori, fuoricasta e becchini.

Non risparmiano nessuno. Schiacciano tutto.

Qui le truppe con gli elefanti non possono non tenere il campo,

né lo possono i carri da guerra né la fanteria;

non possono nulla l'astuzia né la ricchezza.

Così il saggio, tenendo presente il proprio bene,

saldamente rafforza la  fede nel Buddha, nel Dhamma e nel Sangha.

Colui che pratica il Dhamma col pensiero, la parola e l'azione

riceve lodi qui sulla terra e dopo la morte si rallegra in cielo.

(Samyutta Nikâya III, 25)


Come un uomo che per paura di annegare muoia di sete mentre galleggia in acqua dolce;

come un medico che non riesca a curare la sua stessa malattia;

come un musicista sordo che diletti gli altri senza potersi ascoltare;

come un mendicante all'angolo della via che dica belle cose senza avere alcuna reale virtù interiore:

così sono coloro che parlano e non praticano.

(Avatamsaka Sutra)


Non c'è sciocco più insensato di colui che espone ardentemente ad altri una sapienza che non riesce a seguire egli stesso.

(Tirukkural, 834)


Ciò che non è vostro, lasciatelo;

quando lo avrete lasciato andare, ne ricaverete benessere e felicità.

(Samyutta Nikaya)


Facciamo l'esempio di un tale che, trafitto da una freccia,

ne riceva una seconda, sentendo quindi il dolore di entrambe le ferite.

Ecco, la stessa cosa accade quando un ignorante, che non conosce l'insegnamento,

viene a contatto con una sensazione spiacevole e come reazione si preoccupa,

si agita, piange, grida, si batte sul petto, perde il senso della realtà.

Quindi egli fa esperienza di due dolori: quello fisico e quello mentale.

Afflitto dalla sensazione spiacevole, reagisce con avversione e, con questo atteggiamento,

comincia a creare in sé un condizionamento di avversione.

(Samyutta Nikaya XXXVI, 6)


Tutti tremano davanti a un'arma, tutti temono la morte.

Provando per gli altri gli stessi sentimenti che provi per te stesso,

non uccidere e non far uccidere.

(Dhammapada, 129)


Non c'è che un sospiro sul limitare a separare questa vita da quella futura.

Non sapendo neanche se sarò qui domattina,

perché ingannare la morte con schemi di vita per un infinito futuro?

(Milarepa)


Come la ruggine prodotta dal ferro corrode la sostanza che l'ha generata,

così le cattive azioni riducono in stato miserevole coloro che le commettono.

(Dhammapada, 240)


Le persone consapevoli si mantengono in movimento, non si dilettano nello stare in casa.

Come cigni che abbandonano il lago essi lasciano casa e dimora.

(Dhammapada, 91)


Anche se indebolito dall'età è tuttavia colmo di libidine,

anche se sa, senza alcun dubbio,

che la sessualità è antagonista della consapevolezza.

Ciò è davvero strano!

(Ashtavakra Gîtâ III, 7)


Se, rinunciando a una piccola felicità, se ne può realizzare una più grande,

il saggio rinunci pure alla piccola a favore della grande.

(Dhammapada, 290)


Ora, che cos'è la retta attenzione?

Il discepolo è attentamente cosciente del suo andare e venire;

attentamente cosciente del guardare avanti e indietro,

attentamente cosciente mentre si china o distende qualsiasi parte del corpo;

attentamente cosciente nel mangiare, nel bere, nel masticare e nell'assaporare;

attentamente cosciente nello scaricare escrementi ed urina;

attentamente cosciente nel camminare, nel levarsi in piedi,

nello star seduto, nell'addormentarsi e nel risvegliarsi;

attentamente cosciente nel parlare e nel restare in silenzio.

(Digha Nikâya, 22)


Essi sono due uccelli, stretti compagni, appollaiati sullo stesso albero.

Dei due, uno si mangia la frutta dolce; l'altro osserva senza mangiare.

(Shvetashvatara Upanishad)


Proprio come un uomo che sieda coperto da capo a piedi di bianco tessuto,

senza che un solo centimetro del corpo ne risulti scoperto,

così il praticante sieda con pura e vivida attenzione cosciente estesa a tutto il corpo,

senza che un solo centimetro ne risulti scoperto.

(Majjhima Nikaya, XLI)


Per la gente con la mente instabile, che non conosce la legge della realtà, la cui serenità è turbata,

il discernimento non giunge a maturazione.

(Dhammapada, 38)


Quando una persona giunge a reagire alle gioie e ai dolori degli altri come se fossero i propri,

allora è segno che ha conseguito lo stato supremo di unione spirituale.

(Bhagavad Gîtâ VI, 32)


Questa nostra mente è luminosa, brillante e scintillante, ma è tinteggiata dagli attaccamenti che la visitano;

questo è ciò che gli ignoranti in realtà non comprendono e pertanto non coltivano la mente.

Questa nostra mente è luminosa, brillante e scintillante ed è libera dagli attaccamenti che la visitano;

questo è ciò che i nobili seguaci della via comprendono e pertanto coltivano la mente.

(Anguttara Nikâya)


Come stelle, come un lumino tremolante, come un abbaglio, come gocce di rugiada,

come una bolla, come un sogno, un lampo improvviso o una nuvola:

così andrebbero viste tutte le cose condizionate.

(Sutra di Diamante)


L'amico che ti soccorre, l'amico nella buona come nella cattiva sorte,

l'amico che dà i buoni consigli e l'amico che prova i tuoi sentimenti:

sono questi coloro che il saggio considera amici e che tratta con dedizione,

come una madre il suo proprio figlioletto.

(Digha Nikâya, XXXI)


Investiga bene, non mostrarti favorevole a nessuno,

conserva l'imparzialità, consulta la legge, quindi dà il giudizio:

questo è il modo per amministrare la giustizia.

(Tirukkural LV, 541)


Tranciare giudizi affrettati non fa di te un giudice;

è saggio colui che discerne il giudizio giusto da quello sbagliato.

(Dhammapada, 256)


Non far male agli altri, nemmeno quando si è ricevuto del male, è il principio morale dei puri di cuore;

odiando gli altri, siano pure nemici che ti hanno fatto del male senza alcuna ragione, ti assicuri un dolore interminabile.

(Tirukkural XXXII, 312-313)


Bevendo il Dhamma, rinfrescati dal Dhamma, si dorme bene, con chiara consapevolezza e calma.

La persona saggia si diletta sempre nel Dhamma rivelato dai nobili,

(Dhammapada, 79)


Con benevolenza per il cosmo intero si coltivi un cuore illimitato:

sopra, sotto e tutt'attorno senza ostacoli, odio o ostilità.

(Sutta Nipâta I, 8)


Come la pioggia da un picco montano cola per i pendii da ogni lato,

così coloro che vedono solo l'apparente molteplicità della vita rincorrono le cose da ogni lato.

(Katha Upanishad)


Come il vaccaro con un bastone mena le vacche al pascolo,

così la vecchiaia e la morte menano la vita degli esseri viventi.

(Dhammapada, 135)


Voglio narrarti la storia del giovane vedovo che aveva un figlio di cinque anni.

Lo amava più della sua stessa vita. Un giorno dovette lasciarlo a casa e uscire per affari.

Arrivarono i banditi che saccheggiarono il villaggio, lo diedero alle fiamme e rapirono il bambino.

Ritornato, l'uomo trovò la casa bruciata e, lì accanto, il cadavere carbonizzato di un bambino.

Credette che fosse il figlio. Pianse di dolore e cremò ciò che restava del corpicino.

Amava tanto il figlio che ne raccolse le ceneri in una borsa che portava sempre con sé.

Mesi dopo, il figlio riuscì a scappare e ritornò al villaggio. Era notte fonda quando bussò alla porta.

Il padre stringeva tra le braccia la borsa con le ceneri e singhiozzava.

Non aprì la porta, benché il bambino dicesse di essere suo figlio.

Era convinto che il figlio fosse morto e che alla porta battesse un bambino del villaggio

che voleva prendersi gioco del suo dolore.

Il bambino fu costretto ad andarsene, e padre e figlio si perdettero per sempre.

Ora vedi, amico mio, come, se ci attacchiamo a un'idea e la riteniamo la verità assoluta,

potremmo trovarci un giorno nella situazione del giovane vedovo.

Pensando di possedere già la verità, non potremo aprire la mente per accoglierla,

anche se la verità in persona bussasse alla nostra porta.

(Dighanakha sutta, Majjimanikaya, 74)


Gli ignoranti lavorano per il profitto, Arjuna;

il saggio opera per bene del mondo, senza darsi pensiero di se stesso.

Astenendoti dal lavoro confonderesti gli ignoranti, che sono indaffarati nell'azione.

Fa' con attenzione tutto il lavoro, guidato dalla compassione.

(Bhagavad Gita 3:25-26)


Colui che non ha passato né futuro né presente,

colui che non possiede nulla, che non s'appiglia a nulla:

questi è colui che io chiamo un brâhmana.

(Dhammapada 421-2)


A quel tempo non c'era esistenza né non esistenza;

non c'erano i mondi né il cielo. Non c'era alcun aldilà.

Non c'era morte, né immortalità e il giorno non era distinto dalla notte.

Quell'uno respirava senza fiato, nel suo isolamento. Oltre a Quello non c'era niente.

L'oscurità era avvolta nel buio. Tutto era un'unica acqua, senza alcuna distinzione.

Era inattivo, coperto dal vuoto.

Quell'uno divenne attivo per la potenza del suo stesso pensiero.

Affiorò per prima cosa il desiderio, il primo seme della mente.

I veggenti hanno colto nell'estasi meditativa il collegamento fra l'essere e il non essere.

Tutti i gli dei sono posteriori a quest'attività creativa.

Allora chi sa donde tutto ciò sia venuto all'essere?

Donde sia venuta questa creazione, se sia sostenuta o no,

chi la stia governando dal più alto dei cieli?

Lui forse lo sa o forse non lo sa!

(Rig Veda X, 129)


«Non sono il servo di nessuno» disse il Buddha,

«vado per il mondo con quel che ho guadagnato, senza doverne rispondere ad alcuno:

quindi, o cielo, se ti piace, piovi pure!».

(Sutta Nipâta, I, 2)


Tutte le realtà percepite sono precedute dalla mente, fanno capo alla mente, sono prodotte dalla mente.

Se qualcuno parla o agisce con mente guasta, la sofferenza lo segue, come la ruota [del carro] tiene il passo del traino.

Tutte le realtà percepite sono precedute dalla mente, fanno capo alla mente, sono prodotte dalla mente.

Se qualcuno parla o agisce con mente pura, la felicità lo segue, come un'ombra che mai non si distacca.

(Dhammapada, 1- 2)


Ciò che siamo oggi proviene dai nostri pensieri di ieri e i nostri pensieri di oggi daranno forma alla nostra vita di domani:

tutta la nostra vita è una creazione della nostra mente.

Se una persona parla o agisce con mente impura, la sofferenza lo segue, come la ruota segue la bestia che traina il carro.

 

Ciò che siamo oggi proviene dai nostri pensieri di ieri e i nostri pensieri di oggi daranno forma alla nostra vita di domani:

tutta la nostra vita è una creazione della nostra mente.

Se una persona parla o agisce con mente pura, la gioia lo segue come un'ombra.

(Dhammapada 1-2)

«Mi ha insultato, mi ha battuto, mi ha sconfitto, mi ha derubato:

di coloro che nutrono siffatti pensieri il risentimento non si placa».

(Dhammapada, 3)


Rimuovendo quel cancro incurabile che è il risentimento si rivela la propria immortale inalterabile radiosità.

La distruzione del risentimento, quel dispiacere dei dispiaceri, restituisce all'uomo la gioia delle gioie.

(Tirukkural LXXXVI, 853-54)


«Mi ha insultato, mi ha percosso, mi ha sconfitto, mi ha derubato:

di coloro che non nutrono tali pensieri il risentimento si placa».

(Dhammapada, 4)


L'ostilità, in effetti, non si placa mai con l'ostilità in questo mondo,

ma si placa con la non ostilità: questa è una legge eterna.

(Dhammapada, 5)


Come una madre veglia sull'unico figlio, disposta a dare la vita per proteggerlo,

così, con un cuore sconfinato, si amino tutti gli esseri viventi,

soffondendo il mondo intero di sconfinata amorevolezza.

Nessuno umilii l'altro, nessuno disprezzi l'altro in alcun modo né in alcun luogo;

nessuno, per collera o per disprezzo, desideri il male di qualcun altro.

(Sutta Nipâta I, 8, Metta-sutta)


Come la rete scaturisce dal ragno e in esso si ritrae,

come le piante germogliano dalla terra,

come i capelli si sviluppano dal corpo,

nello stesso modo, dicono i saggi,

questo universo scaturisce dal Purusha,

che è la fonte della vita.

Lo spirito immortale, meditando su se stesso,

proietta l'universo come un'energia evolutiva.

Da quest'energia deriva la vita,

la mente, gli elementi e il mondo del karma,

incatenato da causa ed effetto.

(Mundaka Upanishad)


Gli altri non capiscono che bisogna smetterla:

quelli che lo capiscono mettono fine ai litigi.

(Dhammapada, 6)


L'occhio, l'udito, l'olfatto, la lingua, il corpo e così pure la mente,

se il praticante non sorveglia tutte queste porte della percezione

ed è senza misura nel mangiare, incontrollato nei sensi,

allora va verso il dolore, soffrendo nel corpo e nella mente.

(Itivuttaka, 28)


Colui le cui carni io divoro in questa vita, divorerà le mie nella prossima.

(Manu, MS V, 55)


L'utilizzo costante del pensiero per dare continuità al sé separato è l'io.

In voi non c'è altro al di fuori di questo.

(U.G.)


Un giorno il Buddha, durante la questua del cibo,

si fermò davanti alla casa di un bramino che, quando lo vide,

lo accolse con un profluvio di improperi.

Il Buddha ascoltò in silenzio, poi rispose:

«Non vengono mai ospiti a casa tua?». «Sì».

«E tu che cosa gli prepari?». «Il pranzo».

«Ma che succede se gli ospiti non vengono?». «Beh, allora mangio tutto io!».

«Cosi, amico mio, anch'io sono venuto da te come ospite per il pranzo,

ma non appena arrivato m'hai offerto le tue male parole. Io però non le accetto.

Perciò, per favore, riprenditele e mangiatele tu».

(dal Commentario al Dhammapada)


A che pro meditare sulla pazienza se non tollerate gli insulti?

A che pro fare sacrifici se non superate l'attaccamento e la repulsione?

A che pro fare le elemosine se non sradicate l'egoismo?

A che pro dirigere un grande monastero

se non considerare tutti gli esseri come i vostri cari genitori?

(Milarepa)


Le cose sono vuote in sé: perciò non aderire mai al concetto di vacuità per non cadere nel formalismo.

(Milarepa)


Come far fronte ai pensieri ondivaghi?

Volubili sono le nubi in volo, tuttavia non sono separate dal cielo;

possenti sono le onde dell'oceano, tuttavia non sono separate dal mare;

pesanti e stratificati sono i banchi di nebbia, tuttavia non sono separati dall'aria;

frenetica prilla mente nel vuoto, tuttavia dal vuoto mai si separa.

(Milarepa, dai Cento Mila Canti)


Quando contempli la vuota natura della mente, non speculare se sia una oppure molte,

altrimenti potresti cadere nel vuoto dell'annichilazione.

Tu, figlio mio, riposati senza pensare alcun pensiero.

(Milarepa, Cento Mila Canti)


Dimenticare se stessi è il dharma migliore, il miglior atto di culto alla religione del Buddha.

La pratica della meditazione di benevolenza è il dono migliore a tutti gli esseri senzienti privi di protezione.

(Milarepa, dai Cento Mila Canti)


Di fronte alla realtà del risveglio non c'è né io né altro,

non c'è dualità, nessuna divisione vuota d'identità e nemmeno vuota né non vuota,

non c'è affatto alcun io percettore.

Eh Ma! Finché lo yogi della montagna

non ha ben realizzato di prima mano il significato di tutto questo,

non dovrebbe sottovalutare la causa e l'effetto!

(Milarepa)


Atula era un personaggio importante che visse ai tempi del Buddha.

Un giorno volle ascoltare gli insegnamenti di cui si parlava tanto in società

e all'uopo si recò dal venerabile Revata.

Ma questi era assorto in meditazione, perciò non disse neanche una parola.

Toccato nel suo senso d'importanza personale,

Atula andò allora dal venerabile Sariputta, che gli fece un lungo e articolato discorso.

Ma Atula s'innervosì ancor di più perché non riuscì a seguire il discorso, troppo profondo.

Così, sempre più insoddisfatto, andò dal venerabile Ananda che gli fece un discorsetto alla buona.

Ma nemmeno questo gli piacque perché si sentì preso sotto gamba.

Così, infine, Atula andò dal Buddha in persona che, ascoltate le sue rimostranze,

proferì le seguenti parole, facendogli notare che neanche un Buddha va esente dalle critiche:

«È un vecchio detto, Atula, non uno dei nostri giorni, quello che dice:

"Criticano chi sta zitto, criticano chi parla molto, criticano anche chi parla poco".

Non c'è nessuno al mondo che vada esente dalle critiche.

Non c'è mai stato, non ci sarà, e nemmeno c'è adesso,

una persona che sia sempre criticata o sempre approvata».

(Dhammapada, 227-8)


L'attenzione è la via per l'immortalità, la disattenzione è la via per la morte;

gli attenti non muoiono, i disattenti sono già come morti.

(Buddha Sakyamuni, in "Dhammapada", 21)


Si rallegrano gli uomini vedendo avvicinarsi una nuova stagione,

come se una cosa nuova dovesse sopraggiungere;

ma col volgere delle stagioni si consuma la vita dei viventi.

(Mahârâmâyana)


Il praticante che tiene ben custodite le porte dei sensi,

l'occhio, l'orecchio e l'odorato, la lingua e il tatto e la coscienza,

che sa moderarsi nel cibo e frenarsi nei sensi,

a entrambe le gioie va incontro, del corpo e della mente.

Placido il corpo e placida la mente,

una tale persona passa nella gloria i giorni e le notti.

(Itivuttaka)


La natura di un terreno si conosce dalla semenza che germoglia.

Nello stesso modo, la natura della famiglia di una persona si conosce dalle parole che questa dice.

Coloro che desiderano la grandezza devono desiderare la modestia.

E coloro che cercano l'onore della loro famiglia devono cercare d'essere rispettosi con tutti.

(Tirukkural XCVI, 959-960)


La verità ultima è al di là delle parole.

Le dottrine sono parole, non sono la realtà; la realtà è senza parole.

Le parole sono illusioni; non sono differenti dalle cose che appaiono nei sogni la notte,

siano pure palazzi o carrozze, parchi alberati o padiglioni che si specchiano nel lago.

(Bodhidharma - m 533 d.C.)


Desideroso di vedere Maya, ottenni la grazia d'una visione:

una goccia d'acqua si gonfiò, diventò una fanciulla, poi una donna che partorì un figlio.

Appena nato, la madre lo prese e lo divorò.

Parecchi altri bambini nacquero e furono ugualmente divorati.

E tutto ciò che entrava nella sua bocca svaniva nel vuoto.

Essa mi mostrava così che tutto è nulla.

E sembrava dire: "Vieni a me, confusione! Vieni a me illusione!".

(Ramakrishna)


Sfrontatezza, distrazione, durezza di cuore e menefreghismo sono i quattro tratti dello stolto.

(Tirukkural, 833)


«Non trascurare il tuo bene per il bene degli altri, per quanto grande sia;

comprendendo con chiarezza qual è il tuo vero bene, applicati ad esso con diligenza».

 

Dal Commentario: Poco prima della dipartita, il Buddha proferì questa gatha riferendosi al monaco Attadattha, il cui nome significa «il proprio bene».

Molti discepoli andarono a rendere l'estremo omaggio al Buddha, ma Attadattha si ritirò a meditare nel suo eremo.

Gli altri monaci riferirono il fatto al Buddha. Quando questi gli chiese ragione della sua condotta, Attadattha rispose:

«Signore, siccome tu tra tre mesi te ne andrai, io penso che il modo migliore di onorarti sia di conseguire lo stato di Arahat mentre sei ancora vivo».

Il Buddha lodò questa esemplare condotta, sottolineando che il proprio bene spirituale non dev'essere trascurato per amore degli altri.

(Dhammapada, 166)


«Solo qui c'è purezza dottrinaria»; così dicono.

«Non ci sono dottrine altrettanto pure»; così affermano.

Insistendo nel dire che la dottrina con cui s'identificano è la migliore,

si confermano sempre più nelle loro convinzioni.

(Sutta Nipâta, IV, 8)


«Grande maestro - disse Upasiva -, quando si è esenti da attaccamenti e da brame,

quando ogni cosa è stata lasciata andare e ci si affida soltanto al vuoto, si resta permanentemente in quello stato?».

«Quando si è esenti dalla brama di piacere dei sensi e si è coscienti della vacuità - rispose il Budhha -,

si è liberi in modo supremo e ciò non cambierà.

Come una fiamma investita da un colpo di vento in un attimo si spegne,

così, la persona tutt'a un tratto è libera e nessuna parola può più essere detta.

Quando l'io, il me e il mio vengono lasciati andare e  tutti i fenomeni sono visti come vuoti,

allora anche tutti i modi di descrivere questo stato ugualmente spariscono».

(Sutta Nipâta, V, 6)


Quando si raggiunge la concentrazione,

la mente è come la fiamma di una lampada collocata in un luogo senza vento:

non vacilla.

(Bhagavad Gita VI, 19)


Quando tocchi con mano che «tutte le creazioni sono impermanenti»,

in te si sviluppa disincanto verso questa imperfezione: questa è la via per l'emendazione.

Quando tocchi con mano che «tutte le creazioni sono insoddisfacenti», 

in te si sviluppa disincanto verso questa imperfezione: questa è la via per l'emendazione.

Quando tocchi con mano che «tutti i fenomeni sono privi di consistenza soggettiva»,

in te si sviluppa disincanto verso questa imperfezione: questa è la via per l'emendazione.

(Dhammapada, 277-279)


Coloro che sono motivati solo dal desiderio per l'esito dell'azione sono dei poveretti,

poiché sono sempre in ansia per il risultato di ciò che fanno.

(Bhagavad Gita II, 49)


Questo è ciò che deve fare chi, avendo raggiunto lo stato di pace, è in grado di fare il bene.

Sia capace, integro e ben consapevole; affabile, gentile e non orgoglioso;

contento e facile da sostenere, con pochi doveri e frugale nel modo di vivere;

con i sensi placati, zelante, non impudente e non avido quando è ospite.

Non faccia nulla di male, in modo che gli altri, saggi, non lo rimproverino.

 

Si auguri che tutte le creature siano felici e sicure, che siano felici nel cuore.

Tutte le creature viventi che ci sono, senza eccezioni, ferme o in movimento,

lunghe o grandi, di medie dimensioni oppure piccine, minute o grosse,

visibili o invisibili, che vivano lontano oppure vicino, nate di già o in attesa di nascere,

che tutte le creature siano felici nel cuore!

Che nessuno umilii l'altro, né lo disprezzi in alcun modo né in alcun luogo;

che nessuno, per collera o risentimento, desideri il male di qualcun altro.

Come una madre veglia sull'unico figlio, disposta a dare la vita per proteggerlo,

così, con un cuore sconfinato, si irradiino d'amore tutti gli esseri.

 

Effondendo il mondo intero di amicizia,

si coltivi un cuore sconfinato, sopra, sotto e per traverso;

senza ostacoli, senza inimicizie, senza rivalità.

In piedi, camminando, seduti o giacendo, finché si è svegli,

si dedichi la mente a questa pratica;

questo dicono che sia il Brahman.

Evitando di aderire a false opinioni e dotata di profonda visione,

domata la brama di piacere,

una tal creatura non tornerà a nascere in un grembo materno.

(Sutta Nipâta, I, 8; Khuddakapatha, IX)


Nella nobile disciplina,

sviluppare l'amicizia vuol dire sviluppare la ricchezza;

conservare l'amicizia è conservare la ricchezza

e porre termine all'amicizia è porre termine alla ricchezza.

(Buddha Sakyamuni, Cakkavatti Sutta, DN 26)


Coloro che sono privi di ricchezze possono un giorno prosperare,

ma coloro che sono privi di bontà sono assolutamente indigenti

e la loro fortuna non cambia mai.

La carità esercitata senza compassione è inconcepibile

quanto la realizzazione della verità senza chiarezza mentale.

Prima di scagliarti contro i più deboli,

ricordati di quando ti sei trovato tu davanti ai più forti.

(Tirukkural XXV, 248-250)


Con la compassione estinguono il fuoco del rancore,

con la saggezza estinguono il fuoco dell'illusione;

quei sublimi estinguono l'illusione

con la saggezza che si fa strada fino alla verità.

(Itivuttaka, 93)


Il vero sostegno sta nel volontariato, per il cui mezzo un uomo o una donna raggiungono il Brahman eterno;

ma coloro che non cercano di rendersi utili al prossimo sono senza casa in questo mondo.

(Bhagavad Gîtâ IV, 31)


I suoi attaccamenti, le sue dimore, non si trovano; avendo compreso, non è più perplesso;

ha raggiunto l'immersione nell'imperituro: questi è colui che io chiamo un brahmano.

(Dhammapada, 411)


È andato, in questa vita, oltre l'attaccamento per il merito come per il demerito,

senza dispiaceri, senza polvere, puro: questi è colui che io chiamo un brahmano.

(Dhammapada, 412)


Se continui a pensare agli oggetti dei sensi, nasce l'attaccamento;

l'attaccamento nutre il desiderio, il desiderio di possesso alimenta la rabbia;

la rabbia appanna il giudizio; non riesci più a imparare dagli errori passati;

perdi la capacità di scegliere fra ciò che è saggio e ciò che non lo è

e la tua vita diviene uno spreco assoluto;

ma quando ti muovi in mezzo al mondo dei sensi,

ugualmente esente da attaccamento e da avversione,

allora viene la pace in cui tutti i dispiaceri finiscono

e vivi nella saggezza del Brahman.

(Bhagavad Gîtâ II, 62-65)


Il re disse: «Colui che sfugge alla rinascita, venerabile Nâgasena, ci riesce grazie al pensiero?».

«Sire, grazie al pensiero, alla saggezza e agli altri stati mentali salutari».

«Ma, venerabile, il pensiero non coincide con la saggezza?».

«No, sire, il pensiero è una cosa, la saggezza un'altra.

Capre, pecore, mucche, bufali, cammelli e asini hanno il pensiero,

ma non hanno la saggezza».

(Milindapañña, 32)


Come la terra si secca sotto un cielo arido, così il popolo langue sotto un governante tanghero.

L'agiatezza è meno piacevole della povertà per gli oppressi da un governante iniquo.

Se chi governa agisce contro la giustizia,

le stagioni verranno al contrario e le nuvole cariche di pioggia non si mostreranno.

Se chi dovrebbe proteggere il popolo non riesce a proteggerlo,

i sacerdoti dimenticheranno la religione e il latte delle mucche si prosciugherà.

(Tirukkural, LVI, 557-560)


Se, come un gong incrinato, ti ridurrai al silenzio,

avrai raggiunto il Nibbana e in te non si troverà più alcuna vendicatività.

(Dhammapada, 134)


Come un granchio che resta nella tana anche quando l'acqua è defluita

e a causa del suo attaccamento perisce,

la persona attaccata ai piaceri della vita vi indugia e incontra la sua fine.

(Shankaracharya)


Abbandona la rabbia, falla finita col senso d'importanza personale,

va' oltre oltre ogni contaminazione.

Quando non avrai più attaccamento per nome-e-forma,

non possedendo più nulla,

nessuna sofferenza, nessuna fatica ti toccheranno più.

(Dhammapada XVII, 221)


Focalizzati, non sulle mancanze degli altri,

non su ciò che hanno fatto o lasciato da fare,

ma su ciò che hai fatto o non hai fatto tu.

(Dhammapada, IV, 50)


Che tutte le creature, tutte le cose viventi, tutti quanti gli esseri,

possano sperimentare solo buona fortuna;

possano non subire mai danno.

(Anguttara Nikaya II, 72)


Sia in pace il cielo, sia in pace la terra,

sia in pace l'ampio spazio che sta tra l'uno e l'altra.

Siano in pace con noi le acque correnti, le pacifiche piante ed erbe!

Siano in pace con noi i segni del futuro, sia in pace ciò che è e che sarà.

Che tutti gli esseri ci si siano propizi!

(Atharva Veda XIX, 9)


Essendo nata, la creatura ottiene i risultati delle azioni da lei stessa commesse.

In questo mondo nessuno riceve nulla, gradevole o meno, che non sia stato fatto prima.

(Mahâbhârata 12.287.28 (BORI)


Meglio di migliaia di parole vuote è una sola parola significativa che, ascoltata, apporti pace.

Meglio di migliaia di strofe senza senso è una sola strofa significativa che, udita, apporti pace.

Meglio di centinaia di recitazioni di versi incomprensibili

è una sola parola sulla legge della realtà che, ascoltata, apporti pace.

(Dhammapada, VIII, 100-102)


Se vuoi seguirmi e trovare così la pace,

la prima cosa che devi imparare è il giusto comportamento.

Perciò torna a casa e impara a obbedire ai tuoi genitori,

continua a dire le tue preghiere e lavora sodo nella vita quotidiana.

Nello stesso tempo, mantieniti pulito, vesti decentemente e smetti di trascurarti.

Quando avrai imparato a far questo,

torna da me e avrai il permesso di diventare uno dei miei seguaci.

(Udâna)


Coloro che vedono tutte le creature in se stessi e se stessi in tutte le creature non conoscono la paura:

coloro che vedono tutte le creature in se stessi e se stessi in tutte le creature non conoscono il dolore;

come può la molteplicità della vita trarre in inganno la persona che ne vede l'unità?

(Isha Upanishad)


Questo corpo non è tuo e non appartiene nemmeno ad altri;

va visto come il prodotto di tutta un'evoluzione.

A questo riguardo la persona saggia

rifletterà sulla natura del condizionamento in questo modo:

«Se questo si produce, quello si manifesterà;

se questo non si produce, quello non si manifesterà».

(Samyutta Nikâya)


Vedendoci chiaro possiamo cambiare

e così facendo avvertiamo un senso di grande sollievo,

come se lasciassimo cadere un gran peso.

(Ayya Khema)


Vaga lontano, per conto suo, incorporeo, si giace nella caverna del cuore, il pensiero.

Coloro che lo disciplinano si sciolgono dai legami della morte.

(Dhammapada, 37)


Il processo dell'offerta è il Brahman;

ciò che è offerto è il Brahman;

il Brahman offre il sacrificio nel fuoco del Brahman;

il Brahman è raggiunto da coloro che vedono il Brahman in ogni azione.

(Bhagavad Gîtâ IV, 24)


La luce è dentro di sé e non altrove; e proprio là può essere goduta.

E la si può vedere da sé, avendo ben concentrato la mente.

[Mahâbhârata 12.313.32 (BORI)]


Se il cercatore di verità non trova un compagno

che sia migliore di lui, o uguale, vada avanti da solo;

con gli sciocchi non c'è amicizia.

(Dhammapada V, 61)


Quando il Buddha insegna ad altri, lo fa mosso dalla compassione,

perché il Tathagata è completamente libero dal favore come dall'avversione.

 (Samyutta Nikâya I, 150)


La mente luminosa e brillante non latita mai,

ma è solo tinta dai pensieri e dalle emozioni che la gente le sovrappone.

Se voi vedeste una volta sola la luminosa libertà di questa mente,

la anteporreste ad ogni altra cosa, mantenendola libera da tutti gli attaccamenti.

(Anguttara Nikâya)


«Non sono il servo di nessuno», così disse il Buddha.

«Con ciò che ho guadagnato vado in giro per il mondo,

senza dipendere da nessuno:

quindi, se così ti garba, cielo, piovi pure!».

(Sutta Nipâta)


Tu sei consapevolezza pura.

Il mondo è un'illusione, niente più;

quando lo comprenderai a fondo, il desiderio si ritrarrà.

Troverai pace. Perché, effettivamente, non c'è niente.

(Ashtavakra Gîtâ, XV, 17)


La brama è un veleno che contamina la mente;

l'avversione è un veleno che contamina la mente;

l'illusione è un veleno che contamina la mente.

(Majjhima Nikâya)


Molli e scivolose sono le gioie di una persona;

la gente, allettata dall'attrazione, cerca il piacere,

così si avvia alla vecchiaia e alla rinascita.

(Dhammapada, 341)


Come un grosso pesce nuota fra le rive di un fiume come più gli garba,

così il sé si muove tra gli stati di sogno e di veglia.

(Brihadaranyaka Upanishad)


Come viviamo ben felici, esenti da affari fra gli indaffarati;

in mezzo a gente indaffarata, liberi da affari viviamo.

(Dhammapada, 199)


Che tutti i pensieri siano di nobile progresso,

poiché allora neppure una mancanza potrà essere definita un fallimento.

(Tirukkural, 596)


Il fuoco è la sua testa,

il sole e la luna i suoi occhi,

il cielo i suoi orecchi,

le Scritture la sua voce,

l'aria il suo alito,

l'universo il suo cuore

e la terra il suo poggiapiedi.

Il Brahman è la più intima natura di tutti.

(Mundaka Upanishad)


Vedi questo, trascuri quello, metti una cosa contro un'altra...

Chi va esente da queste abitudini? Quando mai finiranno?

Considera: senza passione, con equanimità, lascia andare.

(Ashtavakra Gita IX, 1)


Lascia andare tutto ciò che non è tuo.

Il lasciar andare ti condurrà al benessere e alla felicità.

(Samyutta Nikâya)


Pervado l'intero universo nella mia forma immanifesta.

Tutte le creature trovano in me la loro esistenza,

ma io non sono limitato da loro.

Contempla il mio divino mistero!

(Bhagavad Gîtâ IX, 4-5)


Dissetatasi col Dhamma, rinfrescata dal Dhamma,

una persona si addormenta facilmente, con chiara consapevolezza e calma.

Nel Dhamma rivelato dai nobili, sempre si diletta la persona saggia.

(Dhammapada, 79)


Lasciate andare la passione e l'avversione, monaci,

come un gelsomino i suoi fiori appassiti.

(Dhammapada, 377)


La conoscenza originata dalla più fine discriminazione ci porta alla riva più remota.

È intuitiva, onnisciente e al di là di ogni divisione di tempo e spazio.

(Patañjali, «Yogasûtra» III, 54)


Alzati! Svegliati! Cerca la guida di un buon maestro e realizza la tua vera natura.

Tagliente come il filo di un rasoio dicono i saggi, è questa via, difficile da percorrere.

(Katha Upanishad)


Virtuoso, giusto e saggio è colui che non ha bisogno di prole, di potere o di ricchezza,

né per sé né per altri e non antepone il successo alla rettitudine.

(Dhammapada, 84)


Come nelle profondità abissali dell'oceano non vi sono onde, ma tutto è calmo,

nello stesso modo il meditante si mantenga interiormente immobile e non ondeggi in alcuna circostanza.

(Sutta Nipâta)


Molla il passato, molla il futuro; molla anche il presente

e attraversa il flusso dell'esistenza fino all'altra riva.

Con la mente completamente liberata

non ritornerai più a nascere né a morire.

(Dhammapada, 348)


Come l'ombra segue la persona dovunque vada,

così la distruzione segue coloro che commettono cattive azioni.

(Tirukkural XXI, 208)


Tutte le formazioni sono impermanenti;

tutte le formazioni sono soggette a sofferenza;

tutte le formazioni sono insostanziali.

Perciò, qualunque forma si presenti,

o sensazione, o creazione mentale, o coscienza;

sia essa passata, presente o futura;

sia essa interna o esterna, grossa o sottile,

alta o bassa, lontana o vicina,

va compresa in accordo con la realtà e con la vera saggezza:

"Questo non mi appartiene, questo non sono io, questo non è il mio sé".

(Buddha Sakyamuni, Samyutta Nikaya)


Un viandante con gli occhi buoni,

quando s'imbatte in un terreno sconnesso e infido, fa di tutto per evitarlo.

Il saggio, nello stesso modo, sulla via della vita, eviti le cattive azioni.

(Udana V, 3)


Così come un cristallo riflette gli oggetti che gli sono prossimi,

così il volto riflette i moti del cuore.

C'è forse qualcosa di più espressivo del volto?

Se il cuore è felice o irato è il volto a manifestarlo per primo.

(Tirukkural LXXI, 706-707)


Con la sete di sensazioni come compagna, si dovrà vagare per molto, molto tempo.

In questo stato, né qui né in altro luogo si potrà mai andare oltre il vagare.

Conoscendo questo svantaggio - che la sete di sensazioni fa entrare in gioco il dolore -

libero dalla sete, privo di appigli, attento, il praticante vive una vita consapevole.

(Itivuttaka, 105)


Per prima cosa stabilizzi se stesso nell'integrità,

e soltanto dopo ammaestri gli altri:

in questo modo il saggio non verrà criticato.

Renda se stesso degno di insegnare agli altri:

se avrà domato se stesso, potrà domare gli altri.

Ma il se stesso è ben difficile da domare!

(Dhammapada, 158-159)


Tagliate la foresta del desiderio, non la foresta degli alberi!

Dalla foresta del desiderio vengono pericolo e paura;

tagliando questa foresta e il suo sottobosco,

restate, o monaci, deforestati.

(Dhammapada, 283)

 

Antefatto: Una volta che il Buddha disse «Abbattete la foresta» alcuni novizi lo presero alla lettera e cominciarono ad abbattere gli alberi, perciò lui aggiunse: «Non la foresta degli alberi!». La foresta è una metafora per le passioni grosse, il sottobosco per quelle sottili. «Restare deforestati» allude pertanto al rimanere liberi da passioni. Nel testo pali c'è, inoltre, un calembour: «Disboscati» si dice nibbanâ (sanscrito nirvanâ); il gioco di parole con nibbâna (sanscrito nirvâna), il termine che indica l'estinzione della sofferenza, non è certo casuale.


Meditate su ciò che sta oltre le parole ed i simboli.

Lascia perdere le richieste dell'ego.

Con un tale abbandono vivrete serenamente.

(Sutta Nipâta)


Ciò che la gente si aspetta che accada

è sempre differente da ciò che poi realmente accade;

da questo viene una grande delusione; così va il mondo.

(Sutta Nipâta)


Semina un pensiero e nascerà un'azione.

Semina un'azione e nascerà un'abitudine.

Semina un'abitudine e nascerà un carattere.

Semina un carattere e nascerà un destino.

Poiché la mente precede i modi d'essere,

originati dalla mente, creati dalla mente.

Nella mente ha origine la sofferenza;

nella mente ha origine la cessazione della sofferenza.

(Anguttara Nikâya)


La pratica della meditazione libera da tutti i tormenti.

Questa è la via dello yoga.

Seguila con determinazione e durevole entusiasmo.

Rinunciando completamente alle aspettative

e a ogni egoistico desiderio,

impiega la forza di volontà per dominare i sensi.

A poco a poco, con pazienza e ripetuto sforzo,

la mente finirà per trovare quiete in sé.

 (Bhagavad Gîtâ VI, 23-25)


Se una persona medita con l'atteggiamento giusto,

con la giusta attenzione e consapevolezza,

allora - che abbia aspettative o no -

raggiungerà la comprensione.

È come riempire una ciotola di semi oleosi e spremerli,

o come tirare le mammelle a una vacca per mungerla

o riempire una zangola di panna e sbatterla: è il metodo giusto.

(Majjhima Nikâya)


Prima, questa mente se ne andava vagando dovunque le piacesse, dovunque volesse, in qualunque modo le garbasse.

Oggi la terrò bene sotto controllo, come l'elefantiere, maneggiando il pungolo, tiene in carreggiata l'elefante.

(Dhammapada, 326)


Coloro che perdono la consapevolezza del corpo, perdono il nibbâna.

Coloro che non perdono la consapevolezza del corpo, non perdono il nibbâna.

Coloro che non fanno uso della consapevolezza del corpo, non fanno uso del nibbâna.

Coloro che fanno uso della consapevolezza del corpo, fanno uso del nibbâna.

(Anguttara Nikâya, I, 46)


Libero da egoismo, aggressività, arroganza, rabbia

e dal desiderio di possedere persone o cose,

[il saggio] è in pace con se stesso e gli altri ed entra nello stato di unione.

Unito al Brahman, sempre gioioso, fuori dalla portata del desiderio e del dispiacere,

ha lo stesso riguardo per ogni creatura vivente.

(Bhagavad Gita XVIII, 53-54)


Non danneggiando la vita si diventa nobili;

si definisce nobile colui che è gentile verso tutte le cose viventi.

(Dhammapada, 270)


La piccola canna, che si piega alla forza del vento, torna dritta quando la tempesta è passata.

(Mahâbhârata)


Se l'elemento del cercatore di verità non esistesse in ognuno, non ci si potrebbe distogliere dalla sete di sensazioni,

né ci potrebbe essere l'anelito per il nirvâna, né la sua ricerca , né la risoluzione di trovarlo.

(Visuddhi Magga)


Accettate le mie parole solo quando le avrete verificate personalmente;

non accettatele semplicemente a causa della riverenza che nutrite per me.

Coloro che hanno soltanto fede in me e affetto per me non troveranno la libertà finale;

ma coloro che hanno fede nella verità e sono risoluti sul sentiero, troveranno il risveglio.

(Majjhima Nikâya)


Quando i sensi distinguono innumerevoli cose, si affonda negli oggetti che ci stanno davanti.

Quando la coscienza riflette molte cose, si perde la realtà originale.

(Tarthang Tulku)


Ci sono dieci cose su cui chi s'è fatto monaco dovrebbe riflettere spesso. Quali?

Chi si fa monaco dovrebbe riflettere spesso su queste dieci cose.

(Dasadhamma Sutta, Dieci cose,  Anguttara Nikâya X, 48


Facili a farsi sono le cose cattive e a se stessi nocive,

ma eccessivamente difficili a farsi sono le cose buone ed utili.

(Dhammapada XII,163)


Il sole splende di giorno; la luna splende di notte;

il guerriero splende nell'armatura e il brahmano splende quando medita.

Ma il Buddha splende di giorno e di notte:

nel fulgore della sua gloria splende colui che è sveglio.

(Dhammapada, Il brahmano, v. 387)


Io sono colui che tiene il corpo, tu sei colui che tiene il respiro.

Tu conosci il segreto del mio corpo, io conosco il segreto del tuo respiro.

Ecco perché il tuo corpo è nel mio.

Tu conosci e io conosco, Ramanatha,

il miracolo del tuo respiro nel mio corpo.

(Devara Dasimayya)


In questo corpo alto quattro cubiti, con le sue percezioni e pensieri, c'è il mondo,

l'origine del mondo, la fine del mondo e la via che porta alla fine del mondo.

(Anguttara Nikāya, IV, 451)
 

Il cubito è una misura corrispondente idealmente alla lunghezza dell'avambraccio, a partire dal gomito fino alla punta del dito medio.

L'antico cubito (romano, babilonese e indiano) equivaleva a circa cm. 44,5. Quindi possiamo supporre che il Buddha fosse alto circa 178 cm. (N.d.T).


Un uomo chiese: «A beneficio di tutte le persone diverse venute ad ascoltare le tue parole, spiegaci in che modo tu hai trovato e compreso».

Il Buddha rispose: «Quando si afferrano le cose è a causa di una sete, un attaccamento, una brama.

Dovreste lasciarle perdere, lasciarle perdere del tutto, sopra, sotto, intorno e dentro.

Non fa alcuna differenza ciò che si  afferra. Quando si afferra, si perde la libertà; rendetevene conto e non afferratevi a nulla.

In questo modo si smette di essere una creatura dell'attaccamento, in potere della morte».

(Sutta Nipāta)


Supponete che un uomo con la vista molto buona

osservi la schiuma trascinata dalla corrente del Gange,

la guardi con attenzione e la esamini con cura;

e che, dopo averla esaminata, tutta questa schiuma gli appaia vuota, irreale e insostanziale.

Esattamente nello stesso modo il praticante contempla tutti i fenomeni fisici,

le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e gli stati di coscienza,

siano essi del passato, del presente o del futuro, lontani o vicini.

Li guarda e li esamina con attenzione;

e, dopo averli attentamente esaminati,

questi gli appaiono vacui, vuoti e privi d'essenza.

(Phena Sutta, Samyutta Nikāya XXII, 95)


Mi è caro colui che non rincorre il piacere e non fugge il dolore, non si lamenta, non ha brame,

ma lascia che le cose vadano e vengano così come accadono.
(Bhagavad Gītā, XII, 17)


Esporre e diffondere i concetti è semplice, lasciarli cadere tutti è difficile e raro.

(Nisargadatta Maharaj)


Abbandonato il pettegolezzo, si astiene dal pettegolezzo;

parla al momento giusto, parla di ciò che è reale,

parla di ciò che è buono, parla del Dhamma e della disciplina;

al momento giusto dice parole che vale la pena di ricordare,

ragionevoli, moderate e benefiche.

(Majjhima-Nikāya)


Un buon amico si riconosce da questi quattro tratti:

ti difende quando sei in pericolo,

difende la tua proprietà quando è minacciata,

ti offre un rifugio quando hai paura,

ti presta doppio aiuto nei forti obblighi d'affari.

(Digha Nikāya XXXI, 22)


Monaci, come un asino che vada dietro a una mandria di bovini pensando:

«Anch'io sono una vacca! Anch'io sono una vacca!»,

anche se il suo colore non è quello di una vacca,

la sua voce non è quella di una vacca,

il suo zoccolo non è quello di una vacca,

ma tuttavia continua a seguire la mandria credendo d'essere una vacca,

così è la persona che vada dietro alla comunità dei praticanti pensando:

«Anch'io sono un praticante», senza aspirare a un principio morale superiore,

senza tenere sotto controllo la mente, senza coltivare la saggezza introspettiva

e tuttavia credendo di essere un praticante.

(Anguttara Nikāya III, 81)


Come l'asino, portando un carico di sandalo, conosce il peso, ma non conosce il sandalo,

così quelli che, dopo aver letto le scritture non ne intendono il senso, ne trascinano il peso a mo' di asini.

 (Mahārāmāyana, 336)


Qual è la retta condotta? Non distruggere mai la vita,

perché l'uccisione conduce a ogni altro peccato.

Di tutte le buone azioni riassunte dagli antichi saggi,

la più importante è condividere il cibo

e proteggere tutte le creature viventi.

(Tirukkural XXIII: 321-322)


Allentate e oliate sono le gioie di una persona;

le genti, incantate dalla seduzione, vanno in cerca di agi;

vanno verso la nascita e la vecchiaia.

(Dhammapada, 341)


La consapevolezza suprema è sempre presente dappertutto,

è oltre lo spazio e il tempo, senza un prima o un dopo.

È innegabile e ovvia, perciò che cosa si può dire di essa?

(Abhinavagupta)


Contenuto nei discorsi, ben composto nel corpo e nella mente,

non fare nulla di maldestro: purifica questi tre corsi d'azione.

Porta a compimento la via che i veggenti hanno proclamato.

(Dhammapada, XX)


Lo yogi compiuto in quanto a saggezza e autorealizzazione,

che ha conquistato i sensi,

per cui una zolla di terra, un frammento di pietra e l'oro sono equivalenti,

si dice abbia raggiunto la perfetta equanimità.

Se è equanime verso chi è ben disposto come verso chi è mal disposto -

verso gli amici come verso i nemici,

verso gli indifferenti e gli sconosciuti come verso i parenti,

verso i giusti come verso gli ingiusti - eccelle sugli altri uomini.

(Bhagavad Gītā, VI, 8-9)


Avendo assaporato il gusto del dolce ed avendo parimenti assaggiato il sapore dell'amaro,

evita di ricercare avidamente il dolce e non coltivare disgusto verso l'amaro.

Una volta toccato da un piacevole contatto non farti trascinare, e non tremare una volta toccato dal dolore.

Osserva con equanimità il piacevole come il doloroso, non attratto né respinto da cosa alcuna.
(Anguttara Nikāya)


Guardati dall'irritabilità nell'agire; sta' attento a come ti comporti.

Lasciando perdere le azioni impulsive commesse col corpo,

metti in pratica il retto agire.

(Dhammapada, 231)


A causa della tua esistenza, perché sai di esistere,

sai anche che esiste il mondo.

Così codesta coscienza, grazie alla quale sperimenti il mondo,

non è poco importante; in effetti, è molto importante.

Allora, perché non stabilirsi lì?

Medita su quella stessa coscienza

e scopri in che modo questa "Io-son-itudine" è comparsa.

Quale ne è stata la causa? E da che cosa si è evoluta questa coscienza?

Prova a scoprirlo, vai dritto all'origine!

(Nisargadatta Maharaj)


Non la luna coi suoi freschi raggi, non il lago fiorito di loti danno tanta letizia all'animo

quanto le azioni dell'uomo virtuoso.

(Tirukkural, XCVI, 721)


Non unirti a cattive compagnie. Non far lega con la  feccia.

Associati con amici ammirevoli. Associati con i migliori.

(Dhammapada 78)


«Un giovane vedovo aveva un figlio di cinque anni che amava più della sua stessa vita. Un giorno dovette lasciarlo a casa e uscire per affari. Arrivarono i banditi che saccheggiarono il villaggio, lo diedero alle fiamme e rapirono il bambino. Ritornato, l'uomo trovò la casa bruciata e, lì accanto, il cadavere carbonizzato di un bambino. Credette che fosse il figlio. Pianse di dolore e cremò ciò che restava del corpo. Amava tanto il figlio che ne raccolse le ceneri in una borsa che portava sempre con sé. Mesi dopo, il figlio riuscì a scappare e ritornò al villaggio. Era notte fonda quando bussò alla porta. Il padre stringeva tra le braccia la borsa con le ceneri e singhiozzava. Non aprì la porta, benché il bambino dicesse di essere suo figlio. Era convinto che il figlio fosse morto e che alla porta battesse un bambino del villaggio che voleva prendersi gioco del suo dolore. Il bambino fu costretto ad andarsene, e padre e figlio si perdettero per sempre. Ora vedi, amico mio, come, se ci attacchiamo a un'idea e la riteniamo la verita' assoluta, potremmo trovarci un giorno nella situazione del giovane vedovo. Pensando di possedere gia' la verita', non potremo aprire la mente per accoglierla, anche se la verita' bussasse alla nostra porta».

(Dīghanakha sutta, Majjima Nikāya, 74)


Devata disse: «Chi ha figli è contento dei figli, chi ha il bestiame è contento del bestiame.

I possessi sono veramente la gioia di un uomo, senza possessi non c'è gioia».

Il Buddha rispose: «Colui che ha figli sta in ansia per i figli. Chi ha del bestiame sta in ansia per il bestiame.

I possessi sono in realtà dispiaceri per l'uomo. Senza possessi non si sta in ansia».

(Sutta Nipāta)


Di fronte alle realtà dell'illuminazione non c'è un sé né un altro, né dualità,

né alcuna divisione vuota di identità e nemmeno un vuoto né un non vuoto.

Non c'è alcun percipiente.

Ma eh! Finché uno yogi  di montagna non ha ben capito il significato di ciò,

non deve sottovalutare la causa e l'effetto!

(Milarepa)


Considerate come uno che vi indica un tesoro il saggio che, vedendo i vostri difetti, vi corregge.

Restate con questa specie di saggio.

Per chi rimane con un saggio di questo tipo, le cose andranno meglio, non peggio.

(Dhammapada, VI, 76)


«Non dovete credere in ciò che avete udito;

non dovete credere nelle tradizioni solo perché sono state tramandate per molte generazioni;

non dovete credere in una cosa solo perché gira la voce e molti ne parlano;

non dovete credere se vi viene prodotta l'affermazione scritta di qualche antico saggio;

non dovete credere nelle congetture;

non dovete credere che sia vero ciò cui siete attaccati per abitudine;

non dovete credere meramente a causa dell'autorità dei maestri e degli anziani.

Invece, Kālāma, dopo averle attentamente esaminate,

accettate solo quelle cose che avete sperimentato e trovato universalmente benefiche

e lasciate perdere, invece, quelle cose che presentano caratteristiche nocive».

(Anguttara Nikāya, III, 65)


Alzati, svegliati, Kâtiyâna, siediti a gambe incrociate.

Non esser preda della sonnolenza: sta' sveglio e serbati vigile.

Rampollo di una stirpe distratta, non permettere che il Re della Morte

con un un semplice trucco ti sopraffaccia nell'autoindulgenza.

(Theragatha, 411)


Alzati! Svegliati! Cerca la guida di un buon maestro e realizza la tua vera natura.

Tagliente come il filo di un rasoio dicono i saggi, è questa via, difficile da percorrere.

(Katha Upanishad)


Il pellegrino Bhaggava accusò il Buddha di insegnare che l'universo è nato per caso.

Il Buddha rispose: «Ho sentito altri della tua setta, Bhaggava,

affermare che quando mi sono svegliato

ed ho visto la verità, che era bella, sono rimasto in quella beatitudine

e da allora considero l'universo brutto e insignificante al confronto.

Ma io non ho mai insegnato questo, Bhaggava.

Questo è ciò che dico: Ogni volta che uno si sveglia e vede il bello,

allora comprende che cosa sia effettivamente la bellezza”».

(Dall'antica letteratura buddista)


Meglio conquistare se stessi che gli altri.

Colui che ha domato se stesso e vive costantemente autocontrollato,

né un deva né un gandhabba, né un Mara insieme con Brahma,

può mutare un tale trionfo nuovamente in sconfitta.

(Dhammapada, 104-105)

 

Nella mitologia buddista i deva sono gli dei, più o meno corrispondenti a quelli della mitologia greco-romana;

i gandhabba (skt. gandharva) sono una particolare classe di divinità maschili alate, musicisti,

ritenuti dagli antichi indiani ispiratori delle passioni, assieme alle loro compagne, le apsara;

Māra è Kāma, il dio dell'amore e della morte (Eros-Thanathos) il dio supremo del mondo sensibile;

Brāhma, secondo le credenze vediche, è il dio creatore che regge il cosmo.


«Tutto quel che c'è da fare, lo farò da solo.

Coloro che sono impotenti, sotto il controllo del karma e dell'illusione

non sono assolutamente in grado di dar significato alle loro vite.

Perciò io farò ciò che va fatto a beneficio di tutti gli esseri senzienti.

Come posso star qui seduto in pace senza far nulla

mentre gli altri faticano, in mille faccende affaccendati?

Io devo beneficarli e lo farò,

senza soccombere al veleno del senso d'importanza personale».

(Shantideva, Bodhicharyavatara)


Per coloro che non sanno sorridere di gioia,

tutto il mondo è immerso nell'oscurità,

anche se stanno in piena luce.

(Tirukkural C, 999)


Viviamo dunque ben felici, senza odio tra i malevoli:

fra persone ostili stiamocene senza odio!

Viviamo dunque ben felici, in buona salute [*] fra gli ammalati;

in mezzo ai malati manteniamoci sani!

Viviamo dunque ben felici, senza brame fra coloro che sono bramosi;

tra gente cupida, stiamocene senza cupidigia.

Viviamo dunque ben felici, noi che non possediamo niente,

nutrendoci della gioia altrui come gli dèi raggianti.

 

[*] Liberi da passioni.

(Dhammapada, 197-200)


Poiché si è fatti di molte parti non c'è unità.

E non c'è nulla senza parti.

Inoltre, se non c'è un uno, non ci sono i molti.

E ancora, senza esistenza non vi è non-esistenza.

(Nāgārjuna)


Al mondo nessuno è senza peccato.

Non c'è mai stato, né mai ci sarà,

né al momento si può trovare alcuno

che sia totalmente da biasimare

o totalmente da lodare.

(Dhammapada, XVII)


Non abbiate paura di fare del bene.

Questa locuzione, «fare del bene»,

è un altro nome per la felicità,

per tutto ciò che è buono e gradito.

Chi vuole vivere bene, a lungo, apportando felicità,

sia generoso, calmo e si dedichi a fare del bene.

Praticando queste tre cose che arrecano beatitudine,

il saggio vive senza rimpianti nel suo mondo intriso di felicità.

(Itivuttaka)


Come una madre veglia sull'unico figlio, disposta a dare la vita per proteggerlo,

così, con un cuore oceanico, si amino tutti gli esseri viventi,

soffondendo il mondo intero di sconfinata amorevolezza.

Nessuno umili l'altro, nessuno disprezzi l'altro in alcun modo né in alcun luogo;

nessuno, per collera o per risentimento, desideri il male di qualcun altro.

(Sutta Nipāta I, 8, Metta-sutta)


La povertà, il più crudele di tutti i demoni, priva l'uomo di ogni gioia,

non solo in questa vita, ma anche in quella a venire.

(Tirukkural, 1042)


È non nuocendo alla vita che si diventa nobili.

È detto nobile colui che è gentile con tutte le cose viventi.

(Dhammapada, 270)


Se si ritorna gentilezza

in cambio dell'offesa subita e si dimenticano entrambe,

l'offensore sarà punito dalla sua stessa vergogna.

(Tirukkural 314)


विद्यया यो यया युक्तस्तस्य सा दैवतं परम्॥
हरिवंशः ५९।२१

 

La sapienza che un uomo possiede,

quella è la sua più alta divinità.

(Harivamsha 59, 21)


Io, come un elefante colpito in battaglia dalla freccia scagliata da un arco,

sopporterò una falsa accusa, mentre la massa non ha principî.

L'elefante domato si conduce in battaglia, l'elefante domato è la cavalcatura del re.

Colui che ha domato la propria mente e sopporta le false accuse è il migliore tra gli uomini.

(Dhammapada, 320-321)


Disse il grande maestro Prajapati:

"Il Purusha è puro, libero da decadenza e morte, libero da fame e sete, libero dai dispiaceri.

Il Purusha non desidera nulla che non sia buono, non vuole nulla che non sia buono.

Cerca il Purusha e realizzalo! Coloro che cercano il Purusha e lo realizzano,

soddisfano tutti i loro desideri e conseguono la meta suprema".

(Chandogya Upanishad)


Che tutte le creature, tutte le cose che hanno vita, tutti gli esseri viventi senza eccezioni, sperimentino solo la buona sorte. Possano non patire mai il dolore.

(Anguttara Nikāya, II, 72)


«Quando ha avuto inizio la coscienza?». «Il ciclo, o monaci, non ha inizio.

Degli esseri che migrano e arrancano per questo ciclo, accecati come sono dall'ignoranza e dominati dalla sete di sensazioni, non si può descrivere alcun inizio».

(Samyutta Nikāya, XV, 1)


Prima d'intraprendere un progetto, pondera bene qual sia il vantaggio, quale la perdita e quel che infine potrai ottenere.

Non esiste nulla di troppo difficile per la persona che, prima di agire, si consulta in privato e riflette con alcuni amici scelti.

(Tirukkural XLVII, 461-462)


Le carrozze regali, sontuosamente decorate, si usurano; lo stesso accade a questo corpo, ma la verità dei giusti non si logora con l'età. Questo è ciò che gli illuminati proclamano ai saggi.

(Dhammapada, XI, 151)


«La saggezza mi dice che io non sono niente; l'amore mi dice che io sono tutto: fra i due scorre la mia vita».

(Nisargadatta Maharaj)


Una volta, due vecchissimi brāhmani, entrambi di 120 anni, andarono a trovare il Buddha. Gli si sedettero di fronte e dissero: «Siamo brahmani, vecchi e fragili. Non abbiamo fatto nulla di particolarmente bello, buono o meritevole nella vita, perciò ora non c'è nulla che ci aiuti a ridurre la paura della morte. Per favore, mostraci la via per la felicità». Il Buddha rispose: «È vero, brahmani, siete invero vecchi, fragili e pieni di paura. Questo mondo è travolto dalla vecchiaia, dalla malattia e dalla morte. Ma se riuscirete a praticare un po' di introspezione nelle vostre azioni, un po' di controllo sulle vostre parole e un po' di osservazione dei vostri pensieri, ciò sarà per voi un rifugio e un riparo. La vostra vita è quasi alla fine. Nessuno è immune dalla vecchiaia dalla malattia e dalla morte. Ricordandovi della morte e tenendola ben presente, mettete in pratica buone azioni, che apportino felicità agli altri. Chi fa buone azioni e sta attento, diverrà armonioso nel corpo, nella parola e nella mente. E si renderà conto che, in verità, la morte non va temuta ma che, invero, apporta felicità».

(Anguttara Nikāya)


Ora, che cos'è la retta attenzione? [... ] Il discepolo è attentamente cosciente del suo andare e venire; attentamente cosciente del guardare avanti e indietro, attentamente cosciente mentre si china o distende qualsiasi parte del corpo; attentamente cosciente nel mangiare, nel bere, nel masticare e nell'assaporare; attentamente cosciente nello scaricare escrementi ed urina; attentamente cosciente nel camminare, nel levarsi in piedi, nello star seduto, nell'addormentarsi e nel risvegliarsi; attentamente cosciente nel parlare e nel restare in silenzio.

(Digha Nikāya, 22)


La mente che cerca di svincolarsi dalla stretta della morte trema e si contorce come un pesce tratto dall'acqua e gettato all'asciutto.

(Dhammapada, 34)


Per una persona dal pensiero instabile, che non conosce la legge della realtà, con la serenità turbata, il discernimento non si sviluppa appieno.

Per una persona dal pensiero stabile, la cui mente non è trascinata via, che ha abbandonato il merito e il demerito, sveglia, non esiste più alcuna paura.

(Dhammapada, 38-39)


«Allora, Bahiya, dovrai esercitarti così: in ciò che vedi ci sia solo ciò che vedi; in ciò che odi ci sia solo ciò che odi; in ciò che percepisci ci sia solo ciò che percepisci; in ciò che conosci ci sia solo ciò che conosci. Così ti devi esercitare. Quando per te in ciò che vedi ci sarà solo ciò che vedi, in ciò che odi solo ciò che odi, in ciò che percepisci solo ciò che percepisci, in ciò che conosci solo ciò che conosci, allora, Bahiya, non starai più con quello (il dialogo interno, NdT). Quando non starai più con quello, non sarai più in quello. Quando non sarai in quello, non sarai più qui né là, né in entrambi o in mezzo a loro. Solo questa è la fine della sofferenza».

(Udāna, I, 10)


Un giorno il Buddha fu invitato a pranzo dagli abitanti di Ālavī.

Alla fine del pasto, ringraziandoli, li ammonì in questo modo:

«Praticate la meditazione sulla morte; dite a voi stessi:

"La mia vita è incerta, la mia morte è certa.

Io morirò certamente; la morte sarà la fine della mia vita.

La vita è instabile, la morte è sicura"».

(Commentario al Dhammapada)


Come la pioggia caduta sulla cima del monte scorre lungo i pendii su ogni lato, così coloro che vedono soltanto l'apparente molteplicità della vita rincorrono le cose per ogni dove.

Come acqua pura versata in acqua pura diviene la stessa cosa, così il sé della persona sveglia, Naciketa, in verità si fonde con il divino.

(Katha Upanishad)


Come un grosso pesce nuota fra le rive di un fiume come più gli garba, così la coscienza si muove tra gli stati di sogno e di veglia.

(Brihadaranyaka Upanishad)


«Quelli per cui solo il mondo esterno è reale vivono in una notte scura; ma quelli per cui solo il mondo interiore è reale vivono in una notte ancor più scura. I primi sono indotti a una vita attiva, i secondi a una vita contemplativa. Ma quelli che combinano l'azione con la meditazione, con le azioni attraversano il mare della morte e con la meditazione entrano nell'imperituro. Così abbiamo udito dalla bocca dei saggi».

(Isha Upanishad)


Supponete che un uomo con la vista molto buona osservi la schiuma trascinata dalla corrente del Gange, la guardi con attenzione e la esamini con cura; e che, dopo averla esaminata, tutta questa schiuma gli appaia vuota, irreale e insostanziale. Esattamente nello stesso modo il praticante contempla tutti i fenomeni fisici, le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e gli stati di coscienza, siano essi del passato, del presente o del futuro, lontani o vicini. Li guarda e li esamina con attenzione; e, dopo averli attentamente esaminati, questi gli appaiono vacui, vuoti e privi d'essenza.

(Phena Sutta, Samyutta Nikāya XXII, 95)


Facciamo l'esempio di un tale che, trafitto da una freccia, ne riceva una seconda, sentendo quindi il dolore di entrambe le ferite. Ecco, la stessa cosa accade quando un ignorante, che non conosce l'insegnamento, viene a contatto con una sensazione spiacevole e — come reazione — si preoccupa, si agita, piange, grida, si batte sul petto, perde il senso della realtà. Così egli fa esperienza di due dolori: quello fisico e quello mentale. Afflitto dalla sensazione spiacevole, reagisce con avversione e, con questo atteggiamento, comincia a creare in sé un condizionamento di avversione. Infatti, allorché prova queste sensazioni sgradevoli, cerca una compensazione in qualche sensazione piacevole, perché — da persona ignorante qual è — non sa rispondere correttamente a una sensazione spiacevole se non rifugiandosi nel piacere dei sensi. E quando comincia a godere di un piacere comincia ad instaurarsi in lui un condizionamento al desiderio, alla brama. È completamente inconsapevole di come vadano le cose. Ovvero non sa che le sensazioni sono impermanenti, non sa quale sia l'origine della sete di esse, non conosce il pericolo che le sensazioni rappresentano, e non sa quale sia il modo di non esserne schiavi. Questa sua incapacità crea dentro questo tipo di persona un condizionamento d'ignoranza. Provando sensazioni piacevoli, spiacevoli o neutre, l'ignorante, rimanendone condizionato, lontano dalla verità, è soggetto alla nascita, alla morte, alla vecchiaia, ai turbamenti, alle sofferenze, alle negatività. L'ignorante è così destinato all'infelicità.

(Samyutta Nikāya, XXXVI, 6, 391)


Chi si astiene dal provocare sofferenza tramite il corpo, la parola e la mente è un essere degno di rispetto.

(Dhammapada, 391)


Vaga lontano, per conto suo, incorporeo, si giace nella caverna del cuore, il pensiero.

Coloro che lo disciplinano si sciolgono dai legami della morte.

(Dhammapada, 37)


  1. La vita in questo mondo è imprevedibile e incerta. La vita quaggiù è difficile e legata alla sofferenza.

  2. Ogni essere vivente, una volta nato, è destinato a morire. Non c'è modo di sfuggire a questa sorte. Quando sopraggiunge la vecchiaia, oppure un'altra causa, allora c'è la morte. Questo è quel che succede agli esseri viventi.

  3. Come i frutti maturi sono sempre in pericolo di cadere, così anche gli esseri, una volta nati, possono morire in ogni momento.

  4. Proprio come i vasi di coccio fabbricati dal vasaio finiscono sempre per rompersi, così avviene con le vite dei mortali.

  5. Siano giovani o vecchi, saggi o stolti, tutti finiscono in potere della morte. Tutti gli esseri viventi si avvicinano alla morte.

  6. La morte sopraffà tutti. Tutti vanno all'altro mondo. Allora neanche il padre può salvare il figlio, né la famiglia i propri congiunti.

  7. Guarda: mentre i parenti osservano gementi, con le lacrime agli occhi, gli uomini vengono portati via a uno a uno, come animali condotti al macello.

  8. Così la morte e la degenerazione sono endemiche nel mondo. Perciò il saggio non si addolora scoprendo vera la natura del mondo.

  9. Non sappiamo quale via abbia preso il defunto, né donde sia venuto a questo mondo, né dove se ne sia andato dopo. Non ha senso addolorarsi per lui.

  10. Se chi si addolora ci guadagnasse qualcosa, pur comportandosi come uno sciocco che cerca di ferire se stesso, anche il saggio farebbe lo stesso.

  11. Ma la pace dello spirito non si può produrre col pianto e coi lamenti. Anzi, al contrario, questi arrecano solo più sofferenza e dolore.

  12. Chi si dispera diventa brutto, dimagrisce e punisce se stesso. E tutto questo non può far ritornare in vita il defunto: il suo dolore è inutile.

  13. La persona che non riesce a voltare le spalle al proprio dolore non fa che macerarsi nella sofferenza. I suoi stessi lamenti lo rendono schiavo del dispiacere.

  14. Guardate gli esseri che affrontano la morte, che trapassano secondo gli effetti delle loro azioni passate, che cominciano a tremare quando sono ancora quaggiù, quando si accorgono di essere nella trappola della morte.

  15. Quel che ci si aspetta è sempre diverso da quel che poi accade. Da ciò vengono solo grandi delusioni. Così va il mondo.

  16. Una persona può vivere cent'anni, e anche di più, ma alla fine verrà strappato all'affetto dei propri congiunti, quando dovrà lasciare la vita in questo mondo.

  17. Perciò dovremmo ascoltare e imparare dai nobili che rinunciano al loro dolore. Essi quando vedono che qualcuno, giunto al termine della sua vita, trapassa, dicono: «Non lo vedrò mai più».

  18. Chi desidera la propria felicità deve estrarre il dardo che si è conficcato nel petto, la punta della freccia del pianto, della nostalgia, dello struggimento.

  19. Chi riesce a svellere questo dardo, chi non dipende da nessuno, chi ha conquistato la tranquillità della mente, chi ha superato tutto il dolore, una tal persona, libera dal dispiacere, ottiene la pace.

(Sutta Nipāta, III, 6)


«O monaci, ci sono due tipi di persona difficili da trovare nel mondo.

Quali sono? Coloro che fanno favori per primi e coloro che sono riconoscenti per il servizio reso e si sentono obbligati a ricambiarlo.

Questi due tipi di persona sono difficili da trovare nel mondo».

(Anguttara Nikāya II, 119


Moggallāna il contabile chiese: «Tutti i discepoli del signore Gotama, così ammaestrati ed istruiti, raggiungono l'assoluta, perfetta estinzione della sofferenza; o alcuni non la raggiungono?». «Alcuni sì, altri no!». «Per quale ragione, per quale causa ciò accade?». «Ora, brāhmana, ti farò qualche domanda: rispondi come credi. Tu sei pratico della via che porta a Rājagaha?». «Sì, signore!». «Se ti avvicinasse un uomo che vuole andare a Rājagaha, ti chiedesse di indicargli la via, e tu dicessi: “Ecco, buon uomo, questa è la via che porta a Rājagaha, vai da questa parte, dopo un po' vedrai un villaggio; vai oltre e, dopo un po', vedrai un borgo; procedi e finirai per vedere i deliziosi giardini, parchi, campi e bacini di Rājagaha”. Ma quello, pur così da te ammaestrato, prendesse una via errata e sbagliasse direzione. Poi arrivasse un altro uomo che vuole andare a Rājagaha, e tu gli dessi le stesse istruzioni date a quell'altro; ed egli, così ammaestrato da te, giungesse sano e salvo a Rājagaha. Per quale ragione accadrebbe ciò?». «Che posso farci, Gotama? Io ho indicato la strada giusta!». «Così appunto vi è l'estinzione della sofferenza, vi è la via per l'estinzione della sofferenza e ci sono io ad indicarla; avviene però che dei miei discepoli, alcuni raggiungano l'assoluta, perfetta estinzione della sofferenza, e altri no».

 (Ganaka-Moggallāna Sutta, MN 107)


L'inferno ha tre porte: la brama, l'avarizia e l'avversione.

(Bhagavadgītā)


Aggrappati alla rabbia è come afferrare un carbone ardente con l'intento di buttarlo addosso a un altro: chi lo fa si brucia per primo.

Proferire ingiurie è come afferrare un escremento con l'intento di buttarlo addosso a un altro: chi lo fa si insozza per primo.

(Detti attribuiti al Buddha, fonte non verificata)


Colui che corrotto, insincero e incontrollato, indossi la veste color zafferano, non ne è degno. Molti che indossano l'abito monastico sono di pessimo carattere e incontrollati. Questi indegni rinascono, a causa delle loro azioni scriteriate, all'inferno. Sarebbe meglio per loro ingoiare una sfera di ferro arroventato piuttosto che sostentarsi delle offerte dei fedeli senza avere principi né regola. Proprio come un'erba dal bordo affilato e tagliente, se male afferrata, ferisce la mano che la prende, così la vita contemplativa, se male afferrata, trascina all'inferno.

(Dhammapada)


 

Om Sai Ram