POESIE

di

Virgilio Mietti

 


 

 

 

quelle lacrime d'operaio

 

quelle lacrime d’un operaio ai cancelli
non potrò mai dimenticare
non aveva mica la tuta sporca addosso
solo tanta dignità che voi non possedete
padroni delle ferriere
capitalisti di borsa
ecco
avete fatto piangere quel vecchio curvo
ma dovete chinare voi la testa
perché se la ragione di stato è vostra
quella del cuore
è di chi torna la sera dai figli
 con i calli di fatica
vivendo del sudore della fronte
senza sfruttare altri
 
la coscienza è l’unico lusso che non vi potete concedere
 
ed io di notte ho visto quei cancelli chiusi
falò intorno
dove ho sentito parlare di rivoluzione
con la gente che fumava rabbia
altri stanchi sono andati via
senza più voce
 
e nel silenzio della piazza
c’era questa italia
piccola piccola
a cercare ancora una mano
che l’accompagni
a casa

 


 

addio giovinezza

 

nel campo dove hai perduto
la giovinezza
ascolto gemere un fiore
quando  il buio ha calato le reti
sulla scena di periferia
 
hanno strappato la terra
quelle  mani
al male che afferrava  la tua vita
 
ancora  nasconde  la belva
una lama tra le nostre piaghe
capitali
 
chiude il sipario un nastro giallo
 
ma il tuo sorriso
la purezza d’uno sguardo
erano senza limite

 


 

il primo amore

 

le note rotolavano al fondo dei vicoli
dove ti nascondevi
ed io cercavo di far presto
alle prove di canto
 
ricordo un vecchio sagrestano
all’organo curvo
le nostre voci perdute
un cantico di giovinezza
eri pura
e d’un bacio sfioravo
odori di campo
 
salivi corolla di primavera
in  fiore
 
e accendevi  il mio sguardo
d’un fremito
 
mentre tremavi mano nella mano
dietro l’altare
ed io giocavo con i tasti del cuore
fiato in gola e dalle canne
sullo spartito d’una stagione
 più bella
 
era  il primo amore
per volare
 
e t’ho vista oggi andar via
nella stessa chiesa
con altri fiori per piangere

 


 

bac1bac1bac1

 

quella  strega  in giallo di notte
con  artifici d’ombra e magia di stelle
mi  fa  suo
 
e  d’alchimia sazie
le  nostre labbra
sono sempre a  formulare   
b a c 1 bac1 bac1

 


 

la notte del presepio

 

era la notte del presepio,

e ricordo di aver messo
una povera calza al camino
 
c’erano in un vicolo
le voci sommesse
le attese di festa
e sulla tavola
i ricordi da gustare
 
cucinavi la pazienza
preparavi una dedizione antica
e sulle scale mi tenevi per mano
salivo verso l’azzurro
tu al buio
una candela segnava al muro
quelle ombre care, devote,
che poi venivano ai piedi del letto
 
una favola
e c’erano in quelle stanze
le poesie più belle
tu leggevi piano
e la tua voce ancora finiva
tra i miei giochi stretta
 
nelle mani oggi stringo sempre
la solitudine d’una vita
tornerà questo natale
mentre io dormivo
tra i balocchi e i piccoli sogni
e cerco ancora sul cuscino
una carezza
 
la tua

 


 

sul muretto

 

 dall’osteria
per via
di seguito al caffè
poi in piazza
dai vicoli affacciati
vecchi cadenti si trascinano
al raduno sul muretto
dove il giorno siede da ultimo
prima di cena
solito cinema di paese
guardo alla finestra
con le chiacchiere appoggiate
sui mattoni di cinta
sigari e silenzi in pausa
poi quando cala la notte
arriviamo noi
gatti di turno
a vagare nell’ombra
su dalla campagna
per divertirci a bigliardo
una corsa in motorino
odori di stalla ancora addosso
ma si va lo stesso
in vacanza il sabato notte
e tu con le vacche di strada
hai lavorato di più
 
 c’era sul viale fuori porta
verso l’alba della nostra storia
l’aria fresca di mattino
che ci portava in braccio gli odori
di quella antica giovinezza
che respiravi a pieni polmoni
tornando a casa
 
 gli uomini sottocoperta eran pronti
per salpare
i campi stavano distesi come un mare
da rivoltare tra le onde
 e i solchi da zappare

ma era domenica
 
l’oceano della vita poteva aspettare

 


 

la sera della vigilia

 

la sera della vigilia
mio nonno restava appeso allo sdraio
con il fuoco a rimuginare pipa e ricordi
per strada la neve forse impastava
una voglia di seguire passi familiari
come traccia sicura d’un tema a memoria
lo spiffero sotto la porta saliva un brivido
e dai vetri disegni strani affaccendati sul vicolo
ogni tanto il pendolo sgominava l’assenza,
ma in cucina due pentole suggerivano curiose
mia madre mescolava sicura
quelle tradizioni che una data teneva a coperchio
dritto il cane sotto il tavolo
menava la coda copiando certe tue emozioni

poi la notte,
quando stavi apparecchiando
tutta l’attesa disponibile per una festa vera
antico natale
che ogni camino calava in gola
e il rintocco di mezzanotte rosolava sulla brace
a letto nascondevi un tizzone per tenere acceso più affetto
e la cuccuma sulla stufa brontolava sempre

allora ti stringevi addosso uno scialle di pazienza
cara mamma, e pregavi in silenzio
mentre fitta in penombra questa dedizione
cresceva le mie ossa
sopiva nell’ascolto un sommesso cantiere di buone intenzioni
perché quelle mani stanche conservavano serene botteghe

 


 

non m'aspetta nessuno

 

oramai non m’aspetta nessuno
 
quando la sera torno a casa
ritrovo fisse le stanze
spoglie d’una famiglia
che non c’è più
 
mi corre incontro solo il ricordo
come un silenzio devoto al cancello
e i corridoi di seguito all’assenza
portano muti in fondo all’anima
che possiede quelle voci di un tempo
ma non ha fiato oramai
 
fanno piano sulle scale
queste memorie a salire
di notte tra le coltri
e dormo abbracciato
al loro tormento
 
ai piedi della disperazione
ho chiesto in ginocchio
quando sarò libero da me

 


 

Monte San Martino

 

ho letto

sulle mie carte

di una casa lontana

dove i miei

hanno faticato

nella schiena

nei gomiti

e negli anni...

sono tornato

al paese antico

dove le storie

portano il cuore

e dove il tormento

abita nelle rincorse...

e in una via remota

ho nascosto

i miei passi

quelle corse

dietro alla giovinezza,

quell'incanto di sera

quando si usciva assieme

e sul muretto

si parlava di nulla

sotto le stelle,

e tu mi tenevi per mano

madre

verso le strade della vita,

ma sulla piazzetta

c'era la gente del passato

i giochi dell'azzurro

le voci più belle...

il silenzio

poi di notte

quando

 a Monte San Martino

c'era tutto un paese,

il mio ,

e la mia gente,

la mia terra

di amore

e di rispetto...

chi è caduto

dorme laggiù

e una medaglia

è quella luna

sul petto...

 


 

tempi difficili

 

posso cavalcare il vento

come questo mio tormento

d’esistermi addosso

curvo nel tempo d’un lamento

incessante esistere come

lune di calendario

attese di marea

che bollono nel tino

e quando è piena

travaso l’anima

nelle mie damigiane

colme d’ebbrezza…

 

io sogno ancora ai vetri affacciato

quando sulla via l’alba ti prende

a poco di traverso alle notizie

ed ai fianchi si stringe l’ora

d’ un vecchio solo da sistemare,

 

ma in fondo mi sono fatto un loculo,

per tempi difficili…

 


 

la terrazza

 

dava noia
quella terrazza a fianco
 un pezzo di mare
toglieva alla vista
fin quando t’ho trovata
  una sera
lì a contar stelle
 
sarà diversa
adesso che il tempo
ha chiuso quelle persiane
che spiavo
 
con l’edera
che saliva di stagione
assieme agli  odori di porto
ed il tuo sorriso
che aspettavo sul muro
della passeggiata
 
 era un dono d’amore
la bici che lasciavo al portone
e sei andata a pedalare
in cima ai  sogni
quelli che disegnavo
col tuo nome
sottocasa
 
 messaggi d’un matto

 i vecchi non capivano
che t’amavo
quando cercavo su quella terrazza
l’altra metà di vita
che mancava

 


 

rane in coro

 

antico lavatoio
dove un tempo venivano le donne
a sciacquare storie e panni

la sera
vanno solo rane in coro
dentro quelle vasche vuote
come i passi alla fonte sono incolti
 i ricordi alla mente
fanno fatica

certo
 rovi e ortiche
sono cura adesso
di quest’orto senz’anima

 


 

un bicchiere

 

   seduto al tavolo un vecchio
 all’osteria fuori le mura
ordina un bicchiere
 
 dal calice d’un fiore voglio bere
quella  rugiada di mattino
 con le prime gocce di luce
versate  d’un fiato in gola
  
 è tutto per me
quando a poco la notte
t’ ingoia
 
poi sparisce come un’ombra sulla via
 
riponi la sedia
oste
qui è passato un poeta

 


 

un'altra strada

 

lungo meriggio
sul muro  
 fissa lucertola occhieggia
 
poi si mette nei vicoli di mezzo
l’aria della sera
a tirar panni sui terrazzi
 
come  quella camicia
che avevi steso per me
alla messa
 
ma poi sull’uscio
ha preso un’altra strada
 
ormai di notte cieco
 solo ombre
porto addosso

 


 

orto d'inverno

 

invento ogni notte
questa donna
che non possiedo
per giacerle di fantasia accanto
 
come tarlo sul comodino
tengo  il sogno d’una vita
 a bucar la mente
 
è un pensiero che coltivo
nell’orto d’inverno
gelido quanto vuoi
ma tiene compagnia
 
e poi mi giro dai vetri
ad osservare qualche passero
tra i rami della memoria
 
ricordo migrante
 a rincorrer l’ombra
 
a volte
tra le sue fronde
si ferma anche questa vita 

 


 

il passo d'inverno

 

quando la nebbia solleva bianche sottane
osservi le nudità dei campi estese alla ragione,
dove è rimasto a braccia conserte
un albero sul confine con i rami spezzati dal vento
come tanti dubbi i nostri caduti a fianco,
 
all’istante della sera balena all’orizzonte
 in fondo al cielo un timido rossore
che sfuma sul bianco delle vette,
poi affonda nel villaggio sulle mie colline
il passo d’inverno ai camini acceso
perduto nei vicoli senza voce,
dove sulla soglia raccolgono in silenzio
duri zoccoli di fatica
 
chi siede poi di notte a convento
sulla tavola antica è una vecchia curva
al desco avaro d’una vita ,
la solitudine rimette un catenaccio al portone,
dalle scale provvidi fiati salgono
a mescolare la tua minestra,
ora torna per via la nebbia con coperte di freddo
mentre a letto tu ripassi già un sogno a memoria,
 
 fuori quest’inverno rimane di ghiaccio
 sotto una chiara volta stellata,
ma quella luna sui tetti già mi porta
un sorriso stretto a fior di gelo ai vetri

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me lo sento dentro, dopo la notte il giorno, dopo l’inverno un’altra stagione, dopo il buio la luce….
sono sicuro che queste donne coraggiose porteranno dopo tanti duri inverni  di anni troppo neri  per me…porteranno sì
un sorriso di primavera con il loro seme custodito dentro, il seme d’una vita che torna, d’un’alba nuova di vita…solo che io non ci sarò

 


 

siamo soli

 

m’appoggio stanco
all’argine della sera
 
lungo quella strada
che porta i tuoi fianchi
sul ciglio d’un addio
 
poi  
la notte ci sorprende
a camminare scalzi
come ombre evase dal buio
 
 restiamo soli al davanzale
lasciando sul filo
i perché
con altri silenzi
appesi

 


 

ah la notte

 

guardo fisso sulla strada
guidando ragioni al buio
mentre i fari intersecano quelle curve
a pesca d’oblio
 
poi non incontro nessuno al portone
quando rimetto la voglia di uscire
a posto
 
nemmeno un cane s’accoda
ai dubbi che fumo sul marciapiede
piove
accosto al muro
dove s’affilano le ombre
che pure mi seguono
insistono fino all’angolo
ma ai fanali cadono
al timore di far tardi
 
tanto  chi c'è a casa 
rigiro la chiave dentro
per aprire domande
trovo solo stanze uguali
di seguito al silenzio
con le pareti fatte apposta
per appendere  giorni d’occasione
al mercato della vita
 
ah   la notte
rimane tutta
da pedalare curvo
al manubrio d’ansie
dura bicicletta 
ficcata in coperta
e chi se ne frega
se fuori piove
 
a letto
mi godo la corsa

 


 

antica parabola

 

alla corte di nebbia
 offre giochi il vento
a saltare sui campi
come giullari a pascolo
seguitano pensieri
a brucare assenza
 
e là si compie antica parabola
del  tempo
dove curva l’indefinito
giorno sulla sera
nelle trame d’umore
vuote

quando mantello in spalla
il pastore dirige alle greggi
il cammino
di bastone segnando
un recinto d’esistenza 

 


 

canzoni di primavera

 

quell’arcobaleno
posa lingue di pioggia
sul tetto
 
in fondo al treno di nuvole
fischia ancora il vento
ma è solo una finestra socchiusa
 alla stagione nuova
 
dove accarezzo
quei rami che salgono
come braccia aperte
nelle canzoni di primavera
a cantare giovani corolle
 e queste mani a tremare
chiuse senza  un fiore

 


 

ma ci sei

 

ma ci sei
 
al telefono
ascolto il nostro silenzio
quando parli della tua vita
e non riesco più a viver la mia
 
siamo soli
 in mezzo a mille notizie
vuote d’un giorno
d’un tempo senza calendari
ora qui
sospesi ad un cavo
nel deserto
 al filo perduto
della ragione
 
domani
forse c’incontreremo
saltando
 su un desiderio in ritardo
rincorrendo un tram
d’anni perduti
 
 e quanta solitudine
abbiamo dentro
 pensavo
guardando telefoni
in  vetrina

 


 

prima della notte

 

gli alberi restano soli di fronte alla tempesta
le chiome oscillano
i rami curvano
nei fischi della bufera
scappano i tormenti
in cerca di remoti conventi
fuggono i lamenti
di legni forse
nomi caduti
 
io c’ero sulla collina
a  guardare verso il mare
che urlava agli scogli
nel vento che colpiva a raffica
 sotto un cielo di nembi offuscato
mentre tornava il vecchio
 a fatica d’un bastone
 dalle spiagge deserte
d’una vita
 i suoi occhi erano
l’ultimo faro sulle nostre carte
prima della notte
 
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ed ora  prima della mia notte,  la dedico ad un padre che ho sempre contestato e combattuto, caro babbo  mio  caduto tanti anni fà…perdonami…
e chi, nella festa della Patria, deve essere festeggiato se non i vecchi padri della patria che col sudore ed il sangue  hanno resa sacra la nostra bandiera 

 


 

aquilone a marzo

 

ali di vento
le tue  
 
quando adesso guardo
 quegli uccelli liberi lassù
andare via
poi sul mare disegnare
i nostri voli
figlio
che  tengo fissi sul tavolo
in foto
 
polvere di vento
tra carte ricordi
 non sai quanta muffa
ho dentro questo cielo fermo
d’una stanza dove
si muove solo il passato
 
e la voce del vento
lontana mi porta
il profumo dei prati
il respiro dei campi
con l’impressione
d’essere vissuti
sorpassati dal tempo
e ti ritrovi alla fine della sua corsa
come un ventaglio da ripiegare
o forse un calice di petali sfogliati
 
 è tutto scritto
 là in cielo
quando a marzo mi chiedevi
un aquilone
con il dito puntato ai vetri
 
ma in corsia  
ti davano solo
chemio

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dedicata ai bambini nei reparti di Oncologia......

 


 

segnalibro

 

trema la mano
a voltar pagina di stagione
 
 ai monti l’orizzonte è chiaro
e d’una  valle splendono  i colori
 alla visione migliore
nella sentina di giovani umori
calato un fiume a specchiarsi dentro

 
ma non posso leggere
il racconto del tempo
ancora
ogni gesto di natura
le voci i silenzi
un ramo e il fiore sotteso
anche i passi che indovino
per la campagna
nascosti al nostro ricordo
antico
sono tante pagine
della mia vita
che tengo sul petto
da sfogliare
 
ma tolgono il respiro
 
e un’altra donna
come una vita
che mai è stata
 
tengo a segnalibro

 


 

tromba di strada

 

stanotte
nella voce del silenzio
ho ascoltato  ancora
quella tromba di strada
che un clown soffiava
 prima di chiudere
le tende al circo di periferia
 
e giocolieri fermi sul marciapiede
toglievano il trucco al tuo sorriso
 ma restavi comunque al centro della pista
a organizzare altre corse
dietro gli ultimi carrozzoni
che partivano dormendo tutti
animali ed artisti
 
quando nella notte pesta
d’un buio senza lampioni
 ammiccava la stessa mia voglia
di salire sul camion
 
suonando note stonate
d’addio

 


 

un altro orizzonte

 

discendono quelle colline
 con le chiome d’ulivi
e l’abbraccio di ginestre
nei seni scavati di roccia
fino ad un porto di venti
dove il mare a sera
 posa  barche ed affanni
di gente che non ha mai lasciato
la propria terra
 
ma sulla linea di traverse e binari
che ha trafitto le coste
 di ferro affondato nei fianchi
della montagna
tanti sono partiti
migrando ad un altro orizzonte
 
 ricordo
 sulla distesa
 ai gabbiani confusi
quei voli d’autunno
 
e muto
 il nostro nido

 


 

come vorrei

 

 accarezzarti
quando tremi
nelle onde d’acqua sorgiva
alle mie sponde
 
limpida negli occhi
che amano
 
nel sussurro d’ampolla
che vive
 
come vorrei tornare
indietro nel tempo
la sera quando metto a letto 
una carne stanca
 
 per scendere nel fiume dei ricordi
fino allo sguardo tuo che accoglie
tante rincorse sulla distesa
 
ed eri il mio mare
 
oggi ho dentro
solo acqua piovana e foglie
d’una vasca ormai colma
 in giardino
 
di stagione raccolta
d’una vita cadute

 


 

quella nostra piccola terrazza antica

 

quella nostra piccola terrazza antica
che sapeva d’estate
colma di vasi in fiore
e delle tue eterne cure
a coltivare devozione
come pazienti attese
 
io ricordo ancora
con una fitta al cuore
fermandomi a rimirare
di nostalgia e solitudine
lungo quella via
in cerca d’un segno
quando ritorno al paese
 
e piango dentro
trovando affacciata
 solo assenza
 
quanto vorrei salire
edera lassù
attaccata per sempre
a  farmi scorrere sul dorso
tutte le formiche
che ricacciavi di sotto
 
t’arrabbierai
lo so
ma poi a letto
c’era sempre una carezza
 
ed è tutto
quello che desidero
adesso

 


 

idea

 

idea
 
ti chiedo d’esistere
almeno il tempo
 che manca
 sulla strada
 
 ancora un poco
in cima a questa rincorsa
aspettami
 
e che tu sia
 donna
o  fede
vorrei sentire  all’improvviso   
dentro
la forza di combattere
e quella voglia d’amare
che  non ho più
 
lo sai
idea
 
che mi sono bruciato le ali
intorno a mille luci
accecanti
da quando lei ha spento
una carezza
per sempre

 


 

miei cari

 

 miei cari
 
quando incontro il vostro sguardo
fisso nel marmo
ascolto la mia pena
urlare nelle ossa
salire forte
nell’anima
spalancare ferite profonde
nel tempo
 
ed è una voglia
tremenda quella di calarmi nella nuda terra
lontano da voi
a far vermi
con le colpe che ho dentro
 
 
e che viver mai
è codesto
 
senza più voglia
di continuare a mettere
un passo dopo l’altro
un giorno ancora
al diario di questa solitudine
 
lascerò nei quaderni
il mio sangue
 
per una donna mai venuta
per un cielo di sospiri
e un mare di sogni
che attraversammo
assieme
io e la musa
 
a te che leggi
rivolgo una preghiera
 
sfoglia piano
queste pagine
 
una ad una
 
 sarà per me
una carezza
perduta

 


 

stagione di mare

 

 che strano il vento
quando muove tra i tuoi capelli
quella voglia d’accarezzarti
porta il profumo
d’una stagione di mare
e non sai quanto le sue lingue
hanno raccontato la nostra storia
sfogliato  pagine a colori
tra i rami e le foglie
d’una vita nuova
sui campi d’estate
 
è tempo d’amori tra le onde
che arrivano sulla pelle
mentre spogli petali al sole
lucertola cotta
di voglie
 
sulle spiagge della mia vita
tornano gabbiani liberi
a disegnare  voli d’azzurro

sui forri e le scogliere
amanti librano quei  desideri
che le nostre carte di viaggio
rispondono avventura
 
ma sempre posano a sera
istinto d’un nido
al tuo seno

 


 

vicolo del muraglione

 

lungo vicolo del muraglione
già lo senti addosso
quest’odore di mare
il soffio arriva dai balconi in fiore
s’allunga sugli orti assolati
e i rami portano sollievo
ai tuoi passi
 
 poi dopo l’arco
scopri in fondo
l’orizzonte che ami
d’azzurro sotteso
ecco
 la brezza sulla pelle
ancora sabbia calda
prima dell’onda
che cogli in battigia
e affondi il brivido
nella distesa
 
sono stagioni che aspetto il mare
sulle mie ossa
a cantare
sussurrare
si muove appena
è calmo
come io distendo  
una vela sul dorso
immergo il mio scafo assetato di libertà
l’anima batte
all’albero maestro  
al timone stringo
sempre voglia di te

 


 

ragazzi d'un tempo

 

partire
nell’ombra della sera
che avvolge certi dubbi
e sulla porta
non stringo solo una valigia
 con i panni stirati
profumati
c’è anche la tua figura
ormai curva
d’abbracciare forte
 
 lascio alle spalle
una casa
la mia vita
 al caffè una stretta di mano
guardo incerto  negli occhi
 la gente che aspetta
sotto le pensiline
e il treno attraversa improvviso
i nostri pensieri
 
un  fischio
sulle campagne
dove ancora galoppano
i ragazzi d’un tempo
si parte
solo ombre ai vetri
la notte ingoia
viaggiatori muti
 
fisso  la valigia in alto
 
e piango 

 


 

io e te

 

    Festa di maggio
al paese
 ricordo una lunga processione  
per le vie a festa
tanta gente dietro la statua
 
io seguivo la mia madonna
eri bella
in cima a tante preghiere
che ti facevo sottocasa
 
e gettavano fiori
ai tuoi piedi
 petali d’una sacra stagione
 
finita la funzione
il prete benediceva
le vergini
ancora mi sorridi oggi
dietro i tuoi occhiali neri
 
 dalla chiesa aspetto
altre funzioni
seduto sulla panchina
con giornale e ricordi sottobraccio
  a fissare lontano
 
sai
a quel muro
tutte le sere
 rivedo le stesse ombre
 in prima fila
abbracciate d’un bacio
 
io e te

 


 

il ritmo della notte

 

amo il ritmo della notte
quando sul palco  
entrano in scena
 ombre musicanti
con archi di grilli
fiati dai rami intorno
ed in giardino
segue uno spartito di silenzio
quel coro di voci sulla campagna

lontane

compone al piano
il vento maestro
che dirige
 bocche dalle canne sul fiume
corde alle siepi tese
nel movimento della musica
 
così in veranda
ascolto l’opera
d’una signora vestita di nero
spilla di luna
in petto
 scialle di brillanti accesi
 le tue labbra
a cantare note d’amore

 


 

questi passi nella pioggia

 

esco
quattro gocce
non fermeranno
questi passi
 nella quiete delle vie
mi sento trasportare
dalla freschezza d’una sera
di pioggia
nascondo nei vicoli
le orme d’un tempo
sento odori di cucina
le stesse voci
ma non c’è nessuno
 
ecco
incontro l’acqua sul viso
in testa grondaie gonfie
scaricano nell’intestino
cole e tubi
con un singhiozzo dentro
osservando l’arcobaleno
sopra la valle
spicca da una parete all’altra
della nostra distanza
 
e mi manchi
con un sorriso
così

 


 

ali di fumo

 

orizzonti  perduti
come foglie di stagione
cadono dal tuo sguardo
quando non credi più
 
e al tramonto di sera
col bastone dei dubbi
saggi le ombre
se non vedi più
dove finisce la strada
 
all’angolo
ti rivoltano le tasche di domande
tanto hai solo ricordi
 da fumare
 
prima sigarette americane
per fame
poi trinciato e cartine
oggi pacchetti di morte
 
smetterò d’incartare i sogni
come un tempo
giocavi a fare il grande
 
 ti viene
solo asma nei cerchi
che stringono spire di voglia
in gola
ma dopo l’amore
proprio ci voleva
 
e nudi a letto
quanta passione abbiamo acceso
in quelle ali di fumo

 


 

sui ferri della lontananza

 

 ancora tieni quella locomotiva nel cuore
a pulsare di vapore soffiare al cielo
quando tornavi a casa per le vacanze
resta il sentiero della ferrovia
in mezzo ai rovi e all’abbandono
scendono forse quattro anime sante
al lavatoio come sempre
accanto al ponte
dove i binari si ficcano alla schiena
perché lì ascoltavo il treno
di battiti dentro
con te alla fonte
 
è un paese che più conosco
sulla strada e le curve del tempo
che più amo
e riscopro nei gomiti duri
di questa  nostra terra avara
per calanchi di pietra secca
carraie di polvere
dove sono trascorsi anni migliori
e dove strappate
le radici di dosso
sono partito lontano
solo con la valigia
che mi hai preparato
madre mia
anche questa sera
quando nei vicoli
mi accompagnavi
alla stazione
e d’un fischio alla schiena
saliva un brivido
mentre scendeva una lacrima
amara
e dai finestrini guardavo
la tua figura stanca
risalire curva
così  sono cresciuto uomo
sui ferri della lontananza

 


 

brivido all'amore

 

ascolto i prima passi della sera
sopito in veranda al tepore
d’un lento meriggio 
all’arco di cicale
assorto
e nel sapore di licustri
cullato alle siepi
 
arrivano in cima
a quel muro di confine
rampicanti attese
che non smettono d’avvitarsi
intorno alla tua assenza
 
ed io continuo
di lucertola a stendere
abitudine al sole
poi
 sarà la notte
 sulla via sincera
a sfogliare ombre
cotte sulla pietra  
 
cambia pelle
 al tempo
 ma
 il brivido
all’amore
tuo
è per sempre 

 


 

un giorno d'estate

 

  lungo il meriggio rovente dai fossi
dove gracidar resiste inerte
ai pioppi sottovento
e ristagno di cerchi assolato
nella mente fa tana
 
non ascolto più voci
per campi deserti
secche carraie di crepe
dove affondano le prime orme
stanche della sera
come i nostri passi buttati
nell’ozio d’un giorno d’estate
alla ricerca d’ombra assonnati
 
quando all’arco di cicale teso
se ne va quel sentiero di rovi e sterpi
sugli argini d’afa
oltre confine di solitudine
a perdersi
 
ed un mare di calure
avvolge onde di fieno
alla falce pronte
come questi pensieri
al tuo raccolto

 


 

l'aria della sera

 

 respiri l’aria della sera
nel profumo d’orti assolati
dove coltivi una vecchiaia
di ricordi e silenzio
forbici occhiali in mano
e passa in pace
questo tempo
sulla via
 al tramonto
 
mentre rimetti a posto
 ombre amiche
a sedere in veranda
 per compagnia
 
vecchie abitudini
fanno tardi sulla soglia
riponi  le memorie con cura
nei cassetti
alla finestra ti scappano
soliti riflessi
dai vetri come saluti da imbucare 
 all’orizzonte
 
ma nessuno risponde
 
e chi cerchi ancora
sulla curva laggiù
di notte
non vedi che le ombre sono lunghe
sulla schiena d’asfalto
vai a letto
 
t’aspetta una solitudine
nuda
a gambe aperte

 


 

air service

 

una notte 
a corto di sogni
accosto alla tua mente
 
air service
 
torno a volare
sul cuscino
con le nostre foto di mare
strette qui
dove fa male
la solitudine di domenica
 
di mattino
m’infilo sul marciapiede
distratto dal mercatino
intorno con la gente a spasso
 
peuple de l’herbe
al parco
e il pomeriggio tiro a campare
sul tempo che rimane
d’un giorno di festa
 
ci sono pure io
sotto il palco d’una band
di periferia
che suona il primo maggio
ecco
i miei ricordi
di fine settimana
cominciano da una visita allo zoo
come ai parenti di città
per finire
in lunghe passeggiate
sul lungotevere
in cerca d’altre onde
ma
non mi tira più
 un solo flusso d’idee
sono fermo
sul ponte a mollo
 
guardo di sotto
una città a galla
che si specchia
con la luna
 luci al neon
in fila
che mi riportano
al capolinea
 
stop air 

 


 

quando eri mia

 

mi lasciavi
i tuoi saluti
sul muretto
di confine laggiù
col domani
e non posso più sognare
tra  quelle braccia
ora tese come vela
d’una quercia al temporale
che arriva
 
sulla via sostiene il vento
altri ricordi
e le ali confondono
immagini di polvere
lenzuola pensieri stesi
a gambe levate
scorre un brivido
sul tetto
ma era un lampo
 
percuote le tempia
quella persiana
battendo i denti
di freddo
ripete sui campi
il tuono
fin sopra i canneti
di guardia al fiume
che specchia
sonnolento
 le case
le tue forme
un tempo
quando eri
mia
 
oggi scorrono
 nelle mie vene

 


 

e mi arriva il mare

 

e mi arriva il mare
in queste stanze chiuse
che tenevo in fondo al cuore
 
 scorre nei ventricoli
sale alle sponde dell’anima
quando naviga il tormento
di raggiungere stagioni
 perdute lontano
 
poi mi coglie la sera
affacciato al balcone dei ricordi
con i gabbiani liberi
di  volare anche nella mente
assieme a questi pensieri
che dimenano ali stanche

 e tante attese
che ho posato 
gomiti al davanzale
mi riporta fedele
quell’edera antica
 salendo qui d’estate
come
 alla schiena

 


 

solo ti amo ancora

 

Ricordo
 quelle folate di novembre
a scorrere nei vicoli
sciarpa girocollo
 suonando campanelli
e divertiti correndo
per scherzo
ho incontrato il tuo viso
che ha stretto il mio cuore
 
 allora resta nella nebbia
un tuffo al petto
dalle traverse fin sulla piazzetta
ad incontrarci
per poi perdere il filo
di  matasse bianche
e stagioni
indietro nei nostri passi
finiti chissà dove
 
ma la strada t’ha portato via
non la nebbia
soffice come un bacio
dalle tue labbra
 
avevi un maglione giallo
 occhi d’orizzonte chiari
 
e ti rivedo
questa sera
in uno strano miraggio
ai fanali sospeso
 
pensa quello che vuoi
non è caligine da smog
 
solo ti amo
ancora

 


 

una carezza prima della notte

 

  nelle stanze d’una casa antica

in rovina
penetra ancora
la mia mente
attraverso l’abbandono
di mura colpite dal tempo
 
 
a volte sento le nostre voci
correre le scale
d’edera avvolte
colgo
dalle finestre sfondate
un segno della mia infanzia
ascolto la cara nonna
chiamarmi
e una madre
in fondo al silenzio
che sale
e s’avvita alla schiena
 
ora
sul tetto lacerato
d’incuria
s’è aperta una bocca
dove altre ali si confondono
ai ricordi più cari
 
lì fanno nido
le rondini
d’una stagione nuova
 
ma c’è sempre
un bambino
rimasto a sognare
dentro
 
mi nascondevo
quando avevo paura
 
cerco
una carezza
per uscire
 
prima della notte

 


 

è l'ultima....

 
 guardo in faccia
questa vita
sulle sponde del fiume
dove scorre il tempo
io seduto
davanti alle immagini
di ieri
tra le onde
i ricordi
nel letto delle stagioni
 
le mie sono trascorse
sotto i ponti della vita
quando voi
padroni delle chiuse
avete tolto l’acqua
alla mia giovinezza
 
eccomi a sera
composto sull’argine
in attesa dell’ultimo convoglio
in piena
che laverà le mie ossa
lontano porterà
quante illusioni avevi
specchiato invano
 
non ho preghiere
solo in tasca
due inutili poesie
e un desiderio
 
quella vecchia canzone
che tu madre
ci sussurravi la notte
 

farmi accompagnare
d’una dolce nenia
 
 all’oceano

 


 

la notte ha perduto i colori

 

la notte ha perduto i colori
 
a spasso d’ombre
appende
una cornice d’abbandono
alle mura
 
espone dentro
un’esistenza
vuota
nelle stanze di questa casa cieca
che senz’occhi
tiene le finestre chiuse
 
e me ne vado in galleria
per corridoi deserti
mirando quadri
di ragnatele e polvere
 
grigio l’autore
sono tele
a firma
d’una solitudine
 maestra

 


 

la mia sera

 
 di malinconia
acconcia al fuso dei ricordi
la mia sera
 
e matasse d’ombra
dipana sulle ginocchia
d’un paese stanco
 
d’un tremito infila
 aghi di silenzio
ad ogni porta
e scende nei vicoli
maglia d’abbandono
 
soffice lana
da balconi
stesa
sugli orti indossa le tue cure
scivola piano
brivido sulla pelle
poi di notte
è colma ai piedi
la canestra
 
allora taglia il filo
vecchia curva
all’arcolaio del tempo

 


 

sogno di donna

 

danzano
piano sulle sponde
canne al vento
soffiate di calura
 
a seguire le onde
quel ritmo sonnolento
d’un fiume
placido a letto
 
note di pomeriggio
nel vocalizio di rane
e cicale
composte
 alla deriva del silenzio
 tra anse
e gomiti d’attesa
 
sogno
le tue acque
discendere
 
 tra le gambe cullato
al mare della vita

 


 

colpa della poesia

 

colpa della poesia
che dovevo leggere alla tua festa
o colpa dell’emozione
 
non c’era un  senso
alle parole
fermo
sul palco dell’attenzione
 
mi hai dato la mano
e ripreso
con un bacio
il filo del discorso
 
ma l’amore
non ha senso

oggi confuso
nel traffico dei ricordi
sono andato a sbattere
con una vecchia foto d’estate
firmata dalle tue labbra
 
eravamo al mare
di notte
e tu uscendo da una doccia di stelle
avevi la pelle
d’ambra soffusa
amanti noi di luna
 
 e t’amo ancora
con quella  poesia
stretta  in gola

 


 

attenzione alle ombre

 

proprio
dietro il monumento
ti nascondevi al gioco
troppo facile scendere nei vicoli
a far tana
poi a caccia di gatti
sugli orti
passava il pomeriggio
senza pensieri
 
e il paese
si lasciava andare
alle nostre scorribande
come stasera
a tanti ricordi
 
quando tiri giù due bicchieri
in osteria
seduto a fumare un toscano
mentre la vita ti passa a fianco
con le voci di sempre
 
altri figli da tirare su
le madri chiamano
ancora cena
ma a casa non c’è più
nessuno che t’aspetta
solo questa notte davanti
così lunga
da pedalare sottocoperta
 
vai vecchio
e attenzione alle ombre
affilate al muro
son lame
che fanno male al buio
e non sai
quale ti prenderà
 
l’ultima alle spalle

 


 

concerto d'anni

 

non andare luna
per campagne distese
resta un poco con me
chiara sul tetto
a sognare ancora
 
sono brani dell’anima che compongono
archi di stelle sottesi
mestieranti silenzi al seguito
ombre ai fiati
musicanti
 
per un concerto d’anni
 
a suonare
sessanta spartiti  
curvo sul palco
dirige il tempo
a memoria
 
si va
nella musica di ricordi
partendo da un’aria
antica
ondeggia culla di nenie
 alle note d’arpa
madre
 sale d’un fremito
alle corde di violini e passione
per un coro di piccole voci
 
poi cala piano il ritmo
sul finir d’opera
curvo il maestro  
 
e di scena
resta l’eco
 sottobraccio al silenzio

 


 

la vecchia dei fiori

 

 tu
all’angolo
d’una vita
povera vecchia
curva a vender fiori
 
io che
non potevo aspettare
 
disperato d’amore
scappando via
con due rose
 

 oggi tornavo
anche per un sorriso
che mi hai regalato
a volo
 
ma
senza quel banco
di cartoni
e profumi
sul marciapiede vuoto
lascio solo
il gambo
spezzato d’un ricordo

 


 

sogno d'una notte

 

 ascolto
il sogno d’una notte
 finire d’alba
alle persiane
piano cigolare
allo sbadiglio del giorno
sulla via
 
tu riversa tra le coltri
sei il mare di mattino
quando le onde avvolgono
passione
e mi tuffo nell’azzurro
a navigare quella distesa
di seni all’incanto
con le tue voglie
gonfie vele
 
come la mente va alla deriva
sulle spiagge d’un cuscino
all’approdo d’estasi
poi
ecco altri viaggi
misurano al timone
ancora distanze
sulla nostra rotta
 
mi lasci
all’oceano del traffico
con la stiva carica
d’emozioni
 
affonda
questo scafo
senza le tue corde
sul marciapiede
 
va in cronaca
questa vita
ed il desiderio
cala in borsa

 


 

nuda proprietà

 

 sotto la grande chioma
della quercia di confine
sui campi di fieno distesi
a cullare tante malinconie
vengo a posare
passi stanchi
ricordando l’ultima passeggiata
insieme
 
mi sorridevi
poi d’un tremito ti sei seduta
ed in silenzio
eravamo noi due
uniti sopra la terra
di casa nostra
 
la vedevi lontana
laggiù
tra le siepi
con il tetto rosso
allora hai aperto
d’una lacrima
la tua porta
ed  hai raccontato
tutta la storia
stagioni andate
ricordi lontani
 
mentre la sera
portava tra i rami
un vento caldo
a scorrere del tempo
che filavi sulle ginocchia
ed io stavo curvo
ad ascoltare
 il soffio delle tue parole
d’un fremito
alle radici
 
e la campagna
al racconto
testimone antica
ora t’accoglie
nei solchi di memoria
a riposare
 
come
ritto un albero
di voce tua
continua a segnare
quattro tavole che m’hai lasciato
nella nuda proprietà
d’amare senza confine

 


 

un'altra estate

 

 ma quella che sopiva
tra le prime calure
o battevano canneti all’aria
d’un fiume sempre più lento
 
non era forse un’altra estate
 
che cercavi
sfogliando margherite
magari nuvole
al balcone rincorrendo
o
stelle cadute
di notte mirando
in piedi
verso il cielo
 
aspettavi d’essere libera
d’inverno
e chiedevi solo viaggi
negli occhi verdi
stringendo nelle mani
le tue mappe
d’avventura
 

 c’era sul viale
nel fogliame
che spettinava
un temporale
quel mattino
finalmente estate
 
sulle panchine umide
riversa nelle bocche
turgide di brezza
con gli umori
di rugiada
come baci di corolla
dai vasi colmi
di profumo
agli orti fioriti
 
ed in fondo
l’arco di colori
portava
a cavalcioni
il tempo di mare
 
 tu eri già lontana
con i bagagli della vita
 
volevo soltanto
darti un bacio
sulla ferrovia
che a volte
trascina nei ferri
anche il rumore
di sogni
 
e adesso guardarti
in quelle foto
è come scrivere d’una estate
mai finita

 


 

la mia carezza........( a Laura )

 

   stringo al volante
l’impeto
di correre ancora
 
ma chiudo gli occhi
per averti
a fianco
 
accosto alla notte
per fermarmi
 alle tue parole
 
prova ad immaginare
d’essere una carezza
che arriva con la sua affettuosa ironia


anche se giunge dal freddo senza confini
dal fondo dell’oceano
ha il potere di bruciarti il sangue
 
 Ora apri gli occhi
anche se non puoi vedermi
sappi che sei la mia carezza
 
e stai bruciando in me

 


 

in cerca della luna

 

 mi collego
alla notte
per scaricare
certe ombre
sono onde
di memoria
che  navigo
in linea
mano sul topo
nick d’avventura
apro le pagine
dei sogni
o le porte
del tormento
quando ti cerco
 
ma i gatti
giù nel vicolo
sentono meglio
la luna
e davanti al suo schermo
sai quante storie
hanno
per i tetti
a spasso
 
m’aggomitolo
al tubo della stufa
fa freddo
 
fisso
un ragno di ghiaccio
ai vetri
 
oltre
è tutto fermo
 
non c’è connessione
sulla strada

 


 

uomini e treni

 

 riversa
sulla ferrovia
l’afa occhieggia
un semaforo rosso
 
trascorre sui ferri
il pomeriggio seduto
alla fermata del tempo
quel vecchio curvo
che dorme in attesa 
 
sgombro il cielo di nuvole
la mente di pensieri
mi lascio andare
attraverso gli scambi
al destino
che sui fili muove
uomini e treni
 
 
senza volto partiamo
con orari e biglietto alla mano
solo voglia stanca di tornare
forse indietro
alla prima stazione
quando mi hai accompagnato
sotto la pensilina
valige colme di speranze
l’abbraccio ultimo
il fischio
e la tradotta andava
 
poi dove sono arrivati
questi binari conficcandosi alla schiena
lo senti  di notte
quando convogli di tormento
sorpassano la luce rossa
sul comodino accesa
 
ti svegli
con l’incubo di aver perso
l’ultima coincidenza
con la vita
 
i ferri adesso
affondano sul cuscino
portandoti via

 


 

più su


in cerca d’ombre
di cortile
lungo meriggio d’estate
tra le case
tiene coda alla sera
e la mia lucertola sul muro
sa aspettare
 
tanto non verrò
con te nell’orto
da vecchi
a potare solitudine
 
amo questi ozi dirimpetto
alla via
dove è ormai cotta
l’attesa
 
ci vediamo dopo cena
 tra tanti bastoni
a convegno
sulla piazzetta
 
ti guardo ancora
curva all’angolo
scendere nei vicoli
da una vita
 
più su
rimane il cielo
sopra le case
sospeso a filo d’orizzonte
 
dove hai lasciato
poveri panni
stesi noi
al tramonto

 


 

donna solitudine

 

 va la stagione
che muore
sulla via
a biascicare
ultime lingue
d’afa
mentre ascolto
giù nei campi
sfogliare un vento
seni roventi
come possedere
una terra
già aperta nei solchi
dove
lascio posare
anche le mie ali
d’avventura
 
resta ormai
solo lei
a tirar gambe nei vicoli
con un ventre umido orti
labbra cariche di silenzio
ed il trucco
che non lascia
scampo
salendo le scale
fino in camera
dove la senti a notte fonda
godere dentro i visceri
 
donna solitudine

 


 

ad aspettarti ancora

 

un sogno ancora
questa notte
sullo  schermo d’ ombre
che muove la luna
come una pellicola di memoria
da svolgere tra le tempia
 
poi salirà sul palco
una nuova aurora
e
nel chiarore  d’un mattino
 stringerò la tua mano
 per l’ultima volta
 
a spalla sulla gente
t’hanno portato nel cuore
per sempre
e sul marmo è rimasta
intera  la mia solitudine
 spoglia
 
ti volevo  bene
 
 non c’è tempo
per dirlo adesso
 
 solo il vento
 porterà quelle  parole
quando soffia sulla bocca
l’amore
quando respira in petto
la libertà
quando gonfia  in mano
la bandiera
quando urla  in gola
la rabbia
e
quando la sera
mi ritrovo solo
sull’uscio d’una vita
fermo
ad aspettarti  ancora
 
-----------------------------------------------------------------------------

 
a  tre anni dal  tuo addio… 

 


 

il tempo delle rincorse

 

 di sera
lungo i sentieri
del bosco
lasciamo i nostri passi
confondersi
alle braccia di rami
che ci vengono incontro
per finire stretti così
 in una fitta pace
dentro
 
 sul tappeto di muschio
scia una lumaca
il tempo delle rincorse
 
odora di felci
il ricordo di segreti
mentre leggo d’una corteccia
le stesse rughe
 
e puntuale trafigge
il tramonto
d’un brivido
alle cime
come battito d’ali
a dirigere
il vento
 
richiama una quercia
migranti pensieri
a raccolta
poi in riga

all’orizzonte
tesi
 
ma
stanno gli alberi
attenti alle radici
in attesa

 


 

colleziono cento lire

 

 non faccio più compiti
a lume di candela
quando la neve cadeva
fuori cercavo fanali spenti
ma sulla via
c’era scritto il tuo nome
all’uscio
sulla bocca della gente

ti volevano bene
tutti
 
non dico preghiere
perché mi manca
la tua carezza
alla fine
o all’amen
ricordi
 
c’era una famiglia
in quella casa
vicino il convento
delle monache
 
non aspetto nessuno
adesso
che compiti e preghiere
rifarei da capo
per averti
un momento
vicina
 
c’era sempre una favola
ai piedi del letto
e le tue coperte profumate
ma se questa vita
non ha un senso
in fondo
per tornare a sorridere
mi bastano sul comodino
le tue vecchie cento lire
 
una piccola moneta
di fiducia
 
mi manca
oggi
e tanto
perché
non ha prezzo

 


 

maledetta voglia

 

 dei voli
miro in lontananza
il disegno nel blu
d’un giorno di mare
 
alla finestra
di questa casa
che apro
per la stagione
quando torno
alle stanze d’un tempo
lontano
 
e ritrovo quel profumo antico
d’orti assolati
 voci di spiaggia
il respiro delle onde
che sale
a cullare nostalgia
poi
le mie passeggiate
dentro vicoli d’infanzia
lungo mura
dove scorrono
 tanti ricordi
sempre
 
un saluto ai compagni
di piazza
in coro al caffè
la partita di pomeriggio
al fresco d’edera
la sera
m’arriva alle spalle
con le ombre
che aspettano al portone
lunghe
dure se vuoi
perché
a salire le scale
da solo
ho la sensazione
che alla fine
torna
questa maledetta voglia
di chiamarti
ancora

 


 

case smarrite


mi parlano del tempo
quelle terrazze a mare
dove batte adesso il maestrale
e perduti desideri
della stagione finita
vanno a riva
tra le onde
poi naufraghi si perdono
agli scogli
mentre non cessa il vento
di salire sulla schiena
di pietra
che segna crinali di nuda terra
a discendere fino al porto
dove  consumano le corde
 barche
come vecchi legati
a beccheggiare in attesa
 
 resto attaccato
ai seni del mio paese
che di roccia salgono
duri sulle acque
e nutrimento di storia
alle tavole d’ulivi
danno in radice
 
mi parlano
antica lingua di gente
e silenzio
di case
smarrite sul pendio
della sera
da chi non torna
mai davvero

 


g

ricordo d'estate


seduti noi sul prato
in faccia ai monti
con l’aria sulla pelle
d’una notte calda
 
sussurrava
sotto la volta stellata
il  tuo respiro
quasi una voglia
di riprendermi
il mondo
oltre le siepi
 
conquistare
sopra la tua bocca
un altro senso di vivere
e poi uniti
tra l’erba  i profumi
quei silenzi
stretti alle labbra
provare insieme tante rincorse
attraversando il cielo
lassù in fuga
come astri di fuoco
a scalare confini lontani
oltre le pareti d’una vita
o d’una stanza
 
dove
nel buio della solitudine
piango adesso
svegliandomi
perché lame di luce alla finestra
colpiscono il nostro sogno
 
mentre un altro giorno ai vetri
ride ancora

 


 

in cornice

 

con i colori del tramonto
i miei disegni 
compongo
 tra le foglie
 
nei voli
quelle mani
ad aggiungere
titoli
del vento
in coda
 
 
ma non finirò prima di notte
di mettere questa vita
in cornice
e poi non mi va
di firmarla
in fondo al buio
 
 mi manchi
come le pagine
più belle
che lascio
 vuote
 
perché
inchiostro
non basta
al  tormento

 


 

fuori dalla mente

 

 piano
sorridendo
all’orizzonte
un pallido sole
si spegne
in mezzo a grappoli di nuvole
dove le mie ali
fanno vendemmia
come nel tino fermenta
lo spirito
 
di sera
lo scialle
 d’alberi in fila
copre di malinconia
 ricordi curvi
alla funzione
e sul viale
fremiti di foglie
accompagnano
i miei passi
perduti
nel tempo
 
fumare da un camino
miro
questi pensieri
e due salti sui coppi
fanno candide volute
fuori dalla mente
 
poi ci sorprende la notte
sulla passeggiata
fuori porta
quando all’arco
delle mura
insegna la luna
dalla torre batte il tempo

di fanali
gioca l’ombra 
a nascondersi
 
d’illusioni
questa vita

 


 

strane stagioni

 

in questa musica d’autunno
che suona ancora estate
natura artista
compone al piano
note di filari
sullo spartito di crinali
con archi in cantina
fiati di vino
sussurri
al tino

come  nel torchio
di vicoli
preme il vento
tanti ricordi
in  succo di  storie
che poi va nei canali
 
tempo
 il maestro
 con la bacchetta
alla meridiana
dirige le mie stagioni
più strane

confondono bastone
queste  greggi
a rientrare
in calendario

 


 

ogni voce

 

adesso che mi volto
verso sera
ogni voce ha il suo posto
dentro
 
anche
 il sussurro
di un ricordo
mi dice tante cose
 
come il tuo
in fondo alle scale
forse nel  vento che cambia
 
 messaggio del tempo
sotto la porta
o  lingua del silenzio
troppo lunga
  
e ricomincia la notte
 a bussare al cancello
ma dove fa male
è qui
tra le tempia

 


 

ai miei compagni d'un tempo

 

 nascondevo una lucertola
nel  cestino della merenda
 ricordate?
per liberarla sotto la sedia della maestra
 
davvero lo spasso
più bello
 
ti vedo ancora
vecchio bidello
il primo giorno di scuola
curvo alla campanella
 
non sono mai arrivato in orario
persi anche i treni d’estate
mi fermavo sul piazzale
con la paura di tornare
pagella ed un quaderno
dove segnavo quanti giorni di vacanza
rimanevano
 
e la vita
compagni  d’un tempo
ha menato dura tra i banchi
oggi rincorriamo
ancora in cortile
la sfera dei sogni
è una partita
cattiva
dove prendi a calci
pallone e compagni
 
qualcuno è caduto
mentre fisso le tue mani
che tremano
sguardo lontano
 con il male addosso
a stringere la mente
 
addio
alle amicizie più belle
alle stagioni
dei richiami
ai sorrisi beati
alle braccia incontro
 aperte al futuro
 
quando mi dicevi
dai
prendiamo quella
ma
era l’ultima
sul muro
prima dell’inverno

 


 

povera gente

 

mancava la corrente
mentre  nevicava
guardavo fuori
a lume di candela
dai vetri sull’orto
e poi tornavo alle tue mani
sulla  madia
che impastavano
biscotti
c’era pace nel cuore
 
oggi
 torno in periferia
nelle nostre stanze d’ operai
cassaintegrati
dove  
 ascolto
discorsi d’europa
 e ragioni di crisi
 
senza confini
altri padroni
chiedono ai popoli
di stringere la cinghia
la povera gente risponde al bastone
con il mutuo impasta speranze
e vivaddio
siamo cittadini del mondo
globalizzato
 
ma senza pace
mi rivolto nel letto
pensando ai figli
disoccupati
senza futuro
 
mentre guardo fuori
di notte
 palazzi in fila
di povera gente
che dorme da sempre
 
e qualcuno disegna
nell’ombra
una stella
a cinque punte
di sangue

 


 

il gatto della vicina

 

 bianchi binari
all’orizzonte
 il mio pensiero
in volo
apparecchio
sulla tovaglia di nuvole
 
avrai un ricordo
vecchio sulla porta
d’aspettare
e legna in dispensa per l’inverno
 
poi accendo il camino 
con le capriole a saltare
di fumo sui coppi
mentre guardo il solito film
alla finestra
e la sera mi sorprende
a stendere le ossa
al tramonto
sul filo delle attese
per una vita
in ritardo
 
come il gatto
della vicina
sbadiglia
d’una notte d’amori
io resto sul tetto
a mirare la luna

 


 

ultimo diario

 

ho guardato
fin dove arriva il cielo
e non posso volare
questa sera d’incanto
di nuvole dipinte al tramonto
una stella lassù
la strada di sotto al monte
quelle case a pascolo per i campi
ed il fiume lento a fondovalle
ora quasi fermo
al rintocco di campane lontane
 
potrebbe essere nel mio cuore di tormenta
un momento di pace
 
e vanno in fila all’orizzonte
seguendo il mio istinto
quelle ali impossibili
da raggiungere
ma addosso le sento
come batto anch’io
su quel mare d’onde rosse
nel vento che le tende
all’ultimo raggio di sole
prima della notte
 
è ora
di navigare l’eterno
qui davanti a me
disteso
lasciarsi cadere
nel vuoto
di giorni uguali
senza meta
mentre  io voglio il tempo
remare oltre
senza uno scafo di pelle
con l’anima dritta vela
all’infinito
 
 di più
questa penna non sa scrivere
ma indica
albero sulle carte
maestro alle mie voglie
di salire in cima

 


 

storia di famiglia

 

 volumi di silenzio
sfogliavo la sera
a memoria
davanti al camino
quando l’inverno
bussava alla porta
con il vento di neve
e le sue lingue di gelo
 
m’affacciavo sull’orto
per scoprire divertito
altri disegni strani
ed il manto copriva
anche i miei sogni
a letto
 
poi a san martino
rivoltavi castagne sul fuoco
e profumava il vino novello
dalla cantina
 
era la nostra casa
tu la mia regina
e componevo
 sul banco
i compiti della vita
 
è stata dura
guardando adesso
le mura in rovina
spaccate nell’anima
 
ed io rileggo la storia
di famiglia
solo fissando al portone
i messaggi che ti lasciavo
piccole cose
che oggi strappano dentro

 


 

il tempo di partire

 

 quando cadono le tue parole
sui passi dell’orto
 e nudi stanno rami
in silenzio
ecco le foglie
battere il tempo di partire
come quelle siepi intorno
a nascondere lacrime di resina
 
e la mia tristezza
che ripongo in valigia
stretta da labbra mute
cos’è

forse tendere la mano
al vecchio
che sale in vettura
a fatica
 
poi ti lascia 
 quel sorriso amaro
chiudendo
negli occhi
lo sportello

 


 

l'ultimo sorso di sole

 

 il pennello d’un sorriso
i tuoi occhi in vernice
metto sulle pareti
di questo giorno grigio
e lo scialle d’autunno sulle spalle
sarà leggero
 
nell’orto di stagione
cadono  ricordi
come il vento gioca alle foglie
e sui rami d’ali in partenza
 
le nostre antiche passeggiate
finivano al tramonto
sulla campagna a bere
l'ultimo sorso di sole
 
 andiamo ancora un poco
avanti
mi dicevi
poi su quel campo
ti sei fermata
ed oggi
chino sulla croce
il mio tormento

 


 

pagina bianca

 

per vicoli di neve
seguo orme antiche
al ritorno

quando sul letto colmo d’orto
miro disegni strani
e le siepi intorno
annodano gonfia sciarpa 

cerco sui tetti
un saluto di natale
nei segni di fumo al vento
candide volute
strozzate a momenti
forse brividi
migranti
che si fermano d’un battito
sottocasa

eravamo una famiglia stretta nelle stanze
al camino degli affetti
ora spento

più nulla
ho da scrivere
su questa pagina bianca

 


 

forse dio

 

mi nascondo ai confini
d’un bosco
nei passi  di neve
dove il silenzio
stringe le  fila
 ammatassa
orme
e la coltre
colma  bocche
di gelo

fissando
le  parole

qui
solo il verso
della montagna
quando fischia il vento
e di storia
l’uomo sale

se c’è un presepe
nella roccia
un bambino
con la stella

io conosco soltanto
il candore delle vette
che a natale
mi fa salire dentro
fino a toccarle

accarezzo
forse dio

 


 

vivo di ricordi

 

nei margini ingialliti
di storia
piega il tempo
una lettera di famiglia
che ti mandavo
per gli auguri

la imbuco ancora nel corridoio
dritto alla tua stanza
con la posta antica
sopra lo scrittoio
a scriver tarli

qui  vivo di ricordi

in un laccio di tela
fisso ai vetri
senza più voli
alla luce

 


 

un altro calendario

 

ho appeso
un altro calendario

al muro che mi divide
dalla gente

cerco
 i giorni
tra croste di muffa
in attesa
sfogliando già
il primo

 e le lune
 nel mio segno
quando salgono
 marea dei sensi
nella congiunzione
degli astri

come i nostri corpi
bagnati tra le onde
seguono la stessa rotta
del mistero


 

a riva del tempo

 

sussurrano al vento

quelle canne sul fiume

 

quando  all’amo

di  tanto  meriggio

tiro

lunghe attese

 

come tanti cerchi

verso la tua sponda

a far spola

di riflessi e cicale

 

ma

stivali  via sull’onda

posa 

un vecchio

a riva del tempo

 

finiti

noi

fuor di corrente


 

effetto poesia

 

ascolto 

sul divano

del tempo

perso

chiacchiere

in attesa

 

verità comode

dal  barbiere

 

poi vado sul marciapiede

di fronte

con altri  pupazzi

in vetrina

 

stesso effetto

che fa

un caffè

al bar dei bulli

 

ecco

mi  viene

dietro

solo uno straccio di cane

affamato

 

mentre faccio un giro di periferia

la  sera

fuori porta

tanto ho perso le chiavi

per aprire

il tuo sorriso

figurati  le gambe

 

sono stanco

adesso

prendo un tram

all’angolo di notte

prossima fermata

 la  scrivania

 

 forse posto

una poesia

 


 

pupazzi

 

attraversando il cielo d’inverno
incontri  corriere di gelo
da nord
cariche di cristalli

poi
 scende la neve
ai  vetri
col  vento sotto la porta
a salir brividi
da camino

noi
 sull’uscio di tramontana
con sciarpe
e guanti
 pupazzi
di scopa e cappello
  siamo rimasti
fissi  nell’orto
di ieri

quando nel tempo
che cambia
cerco ancora
meraviglia
dagli occhi
di  bambino

 


 

a Marco Virgili

 

le nostre campane salutano un giovane

alla partenza

 

ma non suonano a festa

 

strano addio

 

quando arrivano tanti ragazzi

intorno

e l’aria fredda ci stringe

in un abbraccio spontaneo

forte

disperato

 

ero sulla piazza

anni fa

per tuo padre

amico mio

 

e adesso vederti passare

nel tempo trascorso

d’una stagione dura

è come dare la mano

 alla mia vita

 

poi andare via

curvi di lacrime

e di tristezza

lungo la strada che rimane

 

ma

 sulla curva del cimitero

ho lasciato  tutte le mie croci

ritte

nell’anima

 


 

il tempo delle parole

 

ora

polvere  

più del vento

morderei

 ad inseguire

 

il tempo

delle parole

finito  nei battiti

del pendolo

 

con la tua mano

tremante a dare carica

di momenti

  in fuga

 

 quella notte

 sulle scale

 t’ho vista

ancora più curva

 

 l’ombra

già  tradiva

 


 

resta ancora

 

verranno i sorrisi di marzo
a levar tende di neve
ed il soffio d’un vento di primavera
ad aprire bocche di gelo

quando  lasciavi
briciole al davanzale d’attesa
quasi a  cercare compagnia
per una  solitudine di vecchia
al tramonto

resta ancora un poco
si fa notte presto
adesso

sono ammantati di tristezza questi campi 
fissi di ghiaccio
lenzuola che accecano di candore
a mirare le vette lontane
come a salir verso te
nei brividi del tormento

ma presto verranno i tuoi fiori
dai passi di campagna
a profumare la nostra terra
ed allora coglierò un ricordo
nel vaso della memoria
il più bello
da coltivare sul marmo

verrò a portarti
la mia inutile compagnia

 


 

che primavera

 

si trascina a fatica

fuori da campi gelidi

il vecchio inverno

lasciando ai rami stecchiti

uno straccio di cielo grigio

 

punta il bastone a nord

voltando una girandola di brividi

al vento sul tetto

ed i primi tepori alle spalle

lungo il viale sottocasa

 

esco sull’orto

striscia di lumaca appresso

a bere un sorso di sole

con le cortigiane fedeli

subito intorno

 

siepi

che stringono una vita

ma daranno

il nido a voli nuovi

 

che primavera

senz’ali

dentro


 

il mare sotto le lenzuola

 

non li staccherei mai
da quel mare
gli occhi
che ora raccolgono
reti colme di silenzio

e le parole tornano esuli
la sera  a riva
d’un giorno che sei partito

e noi sulla sabbia del tempo
abbiamo disegnato per te
tanti castelli
alzato sogni
fragili mura
che non si riesce a contare
quanti ricordi
tesi di polvere
poi spariti al vento di notte

come la tua voce

ho paura adesso di andar lontano
provando a volare
sulla schiena di onde
che salgono
nella mente ti prendono per mano

ma sono note che suonavi
canzoni che portavano
il tuo mare
fin sotto le lenzuola

noi con te
dormivamo sereni
sulla distesa
cullati dalla musica
mentre parlandoci al cuore
hai sciolto gli ormeggi
la barca è partita
nel buio
solcando eterno

 


 

cielo di marzo

 

 tornano piano
a fiorir le pratoline
sull’argine di ferrovia
dove  rincorre la farfalla
un vento di vagoni

 indietro il vecchio  
a potare
sulla vigna color rame
ai nodi curvo d’ulivo

ecco il cielo di marzo
con il  volto strano
delle ragazze di campagna
quando civettano nuvole a frotte
sorridendo al primo sole
ma guardano scure
poi alla finestra
d’un temporale

aspetto  fila di rondini
a disegnar voli sui tetti
per vestire una camicia a fiori

 metterò pure quel sorriso
che cucivi all’asola di stagione

 ma non avrò più le tue labbra
a primavera

 


 

il mare di mattino

 

se lo ascolti giù nel vicolo
dalla porta davora
il mare di mattino
arriva fin sotto le finestre
e scioglie le vele
sui terrazzi
nei panni
al vento

come rispondono gonfie  tende
sul corridoio
dove il giorno attraversa
le stanze
con le voci di strada
il silenzio
della mia vita

e m’affaccio all’orizzonte
sulla tavola azzurra
dove apparecchio
una pastura di giorni inutili
per tirare su
altro tormento

 miro gabbiani lontani
sopra spiagge d’anni perduti
ad accompagnare le onde
sugli scogli
poi  indietro a svolgere
un racconto d’estate

ma 
qui sui fogli
 non vola più
una penna

 


 

tela di ragno

 

ti viene a cercare la luna sui tetti
gatto della malora
nero e curvo
a ripetere un lamento

ma già iniziano
le prime luci d’alba
a portarci  via

 fogli inutili sul tavolo
come  il tuo verso
sopra i coppi

e  in una tela di ragno
il silenzio trascina
le ultime farfalle
pensieri che si rivoltano
alla tana

dentro  nascondo
il tuo
ancora  caldo

 


 

ossa e radici

 

 lunghe passeggiate beate in campagna
quelle care lontane fotografie di storia
io e te per i sentieri del cuore
ad ascoltare solo il silenzio intorno
come un canto di migranti alle siepi
per l’estate che finiva
come la nostra migliore stagione

poi d’autunno
scendeva  nei vicoli
un vento freddo
una coperta di nuvole
sopra le case
ed il paese già dormiva

noi raccolti in cucina
accanto alla stufa
eravamo pronti
a migrare
con te

e gli occhi mi dicevano tutto
con la tristezza di veder petali
sul pavimento
quanti pensieri avevo dentro
duri ricordi mi porto appresso chini
come hai posato la testa
sul lettino d’ospedale
quando sei partita
volata via 

ed in quella cassa
ho nascosto tutto
i miei balocchi
i sogni di bambino
una carezza
le tue favole
madre mia

oggi
sono spento
malato dentro
alla fine della strada
ci sono sulla curva
i cipressi
che un tempo accarezzavo
dal balcone
laggiù

con la loro chioma in alto
al vento
mi saranno ancora amici
d’ossa e radici

 


 

padre

 

spezza

un braccio di mare

la pietra

 

poi distendono quelle vele

un sorriso

a  dure labbra

 

come solchi di terra amara

attraversati da greggi

e case  a pascolo

sul ciglio della sera

 

 lungo crinali 

affacciati  a scendere

una solitudine  dentro

 

 quando   ricordi 

 sulla carraia

vanno braccianti curvi

di tavole naviganti

 

e cos’era per noi

questa terra

divisa dal mare

 

se non distese profonde

di rughe

padre

segnate di fatica

a penare sui conti

che non tornavano

fino a notte

 

ma 

alla riga di cielo

in fondo

oggi riportano

 esatti

 


 

quando verrà

 

 quando verrà
la sera
a prendermi
sull’uscio
ed insieme
ci perderemo
sottobraccio
alle ombre
giù nei vicoli
come gatti innamorati

con il tuo ricordo
a far da scialle
sul primo brivido di freddo

poi
quando la notte verrà
per me
il silenzio
basterà ai vetri
di parlare attesa

con la tua immagine
a far da velo
sull’ultima scena

 


 

Titanic

 

è un giro
sul calendario
di lune e santi

cade la foglia
d’oceano alle danze

mentre il ghiaccio 
 taglia via
signori e mozzi

 spegne candele
  lampadari brillanti

è un giro
di buio e  luce

tu  cerino
in mano
affondi

 


 

è partire

 

è partire
quel soffio tra i rami

e mi sussurra la stagione nuova
di foglie
 silenzi che mi portano un poco via
nel vento
sui passi di campagna
dove miro alla vita che torna

ma è partire
ancora e sempre
sfogliando pagine
in giardino
che non ho mai letto
come adesso

quando il giorno cade
alle siepi
 intorno cominciano
le ombre a vestirsi
per un tramonto
che attendo sull’uscio

e tu prepari in cucina
 una sera stanca
a tavola
da rimettere
come sempre

ci sono posti vuoti
al desco
qualche ricordo
farà tardi
sulla via
mentre s’accendono i fanali
verso notte
e nelle ossa
un brivido

tengo sempre 
una luce
per te
in veranda

 farà compagnia

ma il buio
dentro
è
fitto

 


 

ultima stazione

 

 le mie nuvole
erano vapore d’un treno
a portar pioggia
nel tuo cielo
ma quel  sorriso
teneva corda
all’arcobaleno

adesso
mi mancano quelle parole
che fuggono lontano

 vagoni vuoti
sui ferri di solitudine
lanciati nella notte

forse all’ultima stazione

dove finiranno i giorni
d’attraversarmi le ossa
come binari che calano alla schiena

quando un vecchio macchinista
smonta di vettura
a guidar ombre
sotto le stelle

 


 

una rosa

 

all’improvviso
s’affaccia  delicata
tra le pietre  di cinta
e mi chiama
una rosa

fresca  notizia d’una  passeggiata

anche se  certe  spine
sento alla schiena

 siamo soli
 noi

 petali al davanzale
come  passi stanchi
  sul  belvedere

da sfogliare
al vento di stagione
che ci porta via

 e
 cogliere  la sua  bellezza
 a che serve

 già curva in penombra
sul tavolo
 il mio stelo

 


 

era la stagione dei papaveri

sui campi di spighe d’oro
ondeggiavano  saluti
quei  fiori rossi

quando 
a sfogliar  baci
 correvano  i tuoi petali
in mezzo al grano
d’amore accesi

era la stagione dei papaveri
al richiamo d’estate
 
come alla fonte delle grazie
specchiavi   tremula
un sorriso

nudo
salendo
un brivido
a gocce
di rossore
in viso


le pagine della nostra vita

lascio queste pagine della nostra vita
aperte sui campi

lungo righe in semina
d’autunno
alla firma poi
d’ inverno

e se tornerai a leggerle
a primavera

sarò germoglio
dalle ossa
a salir di nuda terra
nella comune fossa
dove hanno coperto
povere membra
non il pensiero libero
di volare

sarò per sempre nel cielo
d’estate
quel papavero alto
sulla distesa di grano

 così all’indice di stagioni
c’è la storia d’un uomo
che intingeva inchiostro
dalle vene

per scrivere il racconto
 che tieni stretto tra le mani
portando al petto
un sospiro
e una lacrima
alle palpebre
come un battito
ancora mio
nel cuore

 


sali di calcio

 

nel giardino del tempo
miro stasera  alle foglie che rimangono
e una  lumaca 
sul tronco a consumare  bava
in silenzio

nei  passi fino al muretto
altri cumuli ingialliti
come l’edera non regge con le siepi
all’attesa

vado
oltre  confini di  stagioni
ripetute inutilmente
a vedere  scintille d’un tramonto
con il fuoco che già consuma
l’orizzonte

salgo nuvole in fumo
 verso un cielo
di giorni bruciati

a mani nude
cerco adesso tra pezzi di vetro in cima
di saltare via

tu resta amore
al balcone
stringi forte
questa  lettera

 l’ultima riga
di terra
mi compone
ai versi
d’autunno

con  sali di calcio 
a far tra le zolle
rima  d’ossa

 


sottocoperta

pomeriggio di settembre
nel vento alle scogliere
con i passi che affondano
sulla spiaggia umida
 e
 pioggia a sfiorare
 il tetto d’onde

poi  dal porto
torno a casa
ombrello e malinconie
 in testa

continuando il mare
 dall’oblò della mia cuccetta
ultimo piano

sdraiato nello scafo
caldo a letto
 solitudine
sottocoperta

naufrago sulla distesa
del tempo

 


il vento della notte

aveva aperto
una finestra
sulle scale
il vento della notte

e la candela
in mano tua
s’era spenta

 cercavo al buio
la guida per  non cadere

e quelle parole
mi hanno segnato
per sempre

ogni colpo
stanotte
le ripete
in mezzo alle tempia

“ come spariscono le famiglie
un battito del tempo
e calano le tenebre’’

sono solo
ad ascoltarti ancora
nei rumori di questa casa

forse  arie che si dà
tanto silenzio
quando  cerco le tue mani in riga
e m’aggrappo al vuoto


amore vieni

amo una donna
che veste nuovi colori

quando d’autunno si fa bella
con collane di giada
come rossi scialli
sulle braccia nude

e  fa sognare
con occhi profondi di mare
quando accosti la pelle
al porto dei seni

 sussurri di foglia
 le sue parole
 porta il vento
labbra di stagione
a dirmi
amore
vieni

allora questa campagna gravida
stende gambe dal letto di filari tesi
al mio seme


 

in cornice

rintocca l’ora sulla piazza

e dal caffè che chiude
 s’avvia una ronda
d’ubriachi ricordi
giù nei vicoli
 mai partiti

 tanto girano alla schiena
d’un paese fisso
in cornice

  lì  
perduti  compagni
miro
in mezzo a tele di ragno
con un  sorriso

 ad aspettare
 quei sogni

sul comò antico

 


a san martino

a san martino

quando tra le curve  a salire
tagli un mantello di nebbia
e  dividi con il vecchio
un fiasco di vino

torno su
al paese
per brindare in osteria
 ai ricordi
stappando allegria

 perché  c’è  il nostro spirito
nelle  botti
ed hai lasciato sulla porta
disegnato il sorriso
sulle doghe d’un tino

poi andremo
giù nei vicoli
alla tua cantina
per aprire quella bottiglia
che lui conservava nel cuore

c’è il suo nome sopra
il sughero è antico
alzo il bicchiere
al nome d’un amico
con  i fermenti  dentro
a rimescolare  un brivido

ma la notte sarà più lunga
in piazza alle castagne
con vino cotto
e la tua brutta faccia
riflessa in fondo al vetro
 così divina

 


i nostri momenti

ora possono danzare
tutte le farfalle
di questa notte ai fanali
chiara
a tendere i suoi veli
la luna sopra i tetti

ed il sonno non verrà

fermo al davanzale
un vecchio mira le stelle
 poi prende il treno
delle ombre al muro

di fronte
scorrono immagini
del suo tempo
un viso
forse l’amore d’una vita

poi all’angolo
nel tramestio di silenzi
a gocciolare dalla fontana
ascolto
i nostri momenti ancora
cadere  nell’onda

e
quando passerà
il mio treno
sui binari che ho steso
al davanzale
tutto deve essere  pronto

valigia in mano

il fischio sul marciapiede
vapore di pensilina

i quaderni sul sedile

continuerò a scriverti
amore mio

perché solo tu
Laura
 mi leggevi dentro

 


rimani

 

poi  notte verrà
a rimboccar di sogni
 l’attesa
 con una mano di stelle
al soffitto
il silenzio a dipingere in tela
come ombra di cornice

rimani

e dalla stanza
farò di tutto
per uscire con te
a prendere una boccata d’aria

 libero di giorni
 
 così stretti qui dentro
da far muffa
 
il tempo

rimani
perché sento
 
salire quelle macchie
 in crosta alle pareti

sai
ho montato
queste pietre da solo
una dopo l’altra
addosso

 gli anni
e tanti senza te
a far muro


natale a casa mia

il camino acceso
tornando a un sorriso vero
con i profumi di cucina
il cane a far le feste
dalla corriera fin sull’uscio

com’era bello
il natale a casa mia

quando sul fuoco
preparavi fervida attesa
e  aveva la vigilia
doni antichi del cuore

impastavi affetto
al lievito di sacrifici
 e lo condivi
 
con olio di pazienza

tenevi di notte
un moccolo di speranza
alla finestra acceso
perchè aspettavi
 
lì  da una vita
intrepida figura a memoria
d’anni più belli

e la festa batteva a mezzanotte
il rintocco della messa
con la stella sul presepe
ai piedi una famiglia unita

come  seguivo 
 
attento fuori
 
tracce di neve

e dentro
ho impresse
le tue orme
 
mamma
 
per sempre


le jour s’éléve ( Capodanno )

Nostalgia di morte
... o di nascere ,
prepotenza di vivere
in libertà …
spasimo di conoscere
e d’amare ad ogni costo…
bisogno d’altri
o di me solo …
...
acqua assetata di mare
tra i forri ,
di terra tra i gorghi ….

Tornano
si arrestano
e fuggono
i sogni ammalianti …
non tornano
né s’arrestano
i lontananti sogni che amai…

il giorno sorge
all’alba di un anno

il tempo fugge
a sera d’un giorno….

( scritta da Don Clemente Conti , il vero puerlongaevus, deceduto nel 1992, mio grande maestro di vita e ideali )

 


 

CALUMET DELLA PACE

 

Omissis...