Dhammapada

Il libro più amato

Dal Canone Buddista

 

 

Il dito che indica la luna

 

 

 

Tra storia e leggenda

 

Gautama Buddha visse nel VI secolo a.C., un'epoca di straordinario fermento intellettuale e spirituale in tutto il mondo antico. All'incirca negli stessi anni in Cina due giganti del pensiero e della coscienza, Lao-Tze e Confucio, danno forma a quelle che resteranno nel corso dei millenni le caratteristiche fondamentali della riflessione filosofica, della cultura, dell'arte e della religione cinese.  In Grecia i filosofi presocratici gettano le basi del pensiero filosofico e scientifico di tutto l'Occidente.  In India ferve una ricerca filosofica e spirituale intensa, con grandi centri di sapere, innumerevoli scuole e accesi dibattiti, e nascono più o meno contemporaneamente in questi anni il buddismo e il jainismo, le altre due grandi religioni indiane oltre all'induismo, che vanta già una storia millenaria.

Nel vasto alveo di quest'ultima religione, a partire più o meno dal 1000 a.C., accanto alla tradizione vedica e braminica, si è andata sviluppando un'importante corrente mistica, che trova espressione nei testi delle Upanishad.  Ed è a questo mondo culturale, in particolare al mondo dei 'saggi della foresta' upanishadici, che appartengono i concetti fondamentali di cui Buddha si serve nel suo insegnamento.  In questo senso si può dire che egli sia stato non tanto portatore di una nuova visione, quanto di un approccio esperienziale dotato di una nuova freschezza e universalità, un approccio rivolto a tutti coloro che erano disposti a metterlo in pratica anziché a una ristretta cerchia di asceti e di mistici.  Con il tempo questo seme si svilupperà in un immenso albero dai rami ampiamente diversificati (che vanno, per esempio, dal tantrismo tibetano allo Zen giapponese) e tuttora vitali.  Non solo all'ombra di esso vive la propria vita religiosa gran parte dell'Oriente, ma negli ultimi decenni, esso ha incominciato a esercitare un'influenza importante anche su certe frange d'avanguardia della cultura occidentale.

 

Che cosa sappiamo della vita di Buddha?  Come quella di tutti i fondatori di grandi religioni, essa è ampiamente circondata di leggende.  Ma abbiamo ragione di ritenere che queste leggende contengano un nocciolo di verità e alludano a una personalità storica relativamente ben individuata.

La figura storica è quella del principe Siddhartha Gautama, nato nel 563 a.C., figlio del sovrano dei piccolo regno del clan Shakya, ai piedi dell'Himalaya, nella regione che è oggi al confine fra l'India e il Nepal.  Era a quei tempi una regione prospera, a cavallo delle vie commerciali di accesso alla valle del Gange, che doveva quindi conoscere un notevole sviluppo urbano.

Buddha perciò crebbe in un ambiente ricco e raffinato, a contatto con quanto di meglio la cultura dei suoi tempi poteva offrire' Da questo mondo si staccò per diventare un 'monaco mendicante' (bhikkhu) e trascorse la seconda 1 arte della propria vita in estrema semplicità, viaggiando per l’India e insegnando il cammino dei risveglio (Buddha è un appellativo che significa appunto 'risvegliato') a tutti coloro che si raccoglievano intorno a lui.  Morì verso il 483 a.C.

 

Questo, a grandi linee, il nocciolo storico.  Il resto di ciò che ci è stato tramandato di lui, appartiene piuttosto alla sfera del mito e della leggenda, e va in gran parte letto in chiave simbolica piuttosto che fattuale.  Alcune leggende sono tuttavia significative e costituiscono suggestive illustrazioni del suo insegnamento.

Una di queste, è la storia secondo cui il giovane principe sarebbe stato tenuto accuratamente al riparo da ogni contatto con tutto ciò che nella vita umana costituisce debolezza, infermità, bruttezza, sofferenza.  Per anni fu tenuto lontano da ogni esperienza riguardante la malattia o la morte.  Ma un giorno egli convinse il suo auriga a portarlo a fare un giro fuori dalle mura del palazzo.  In questa gita si imbatté prima in un malato, poi in una vecchia, poi in un cadavere.  Questi incontri furono per lui una specie di rivelazione.  Questa era dunque la realtà sottostante alle dorate apparenze della sua vita di svaghi e di piaceri.  Il quarto incontro fu con un bhikkhu immerso in meditazione. L’immagine di quell'uomo restò impressa nella memoria del principe Siddhartha e fu come un presentimento del cammino che lui stesso avrebbe più tardi intrapreso.

 

Un'altra storia suggestiva riguarda l'illuminazione, il momento del risveglio.  Lasciata la casa paterna, Siddhartha visse per anni nelle foreste, praticando forme estreme di ascetismo.  Era questa una nobile e antica tradizione di ricerca spirituale: per ottenere la liberazione dalla ruota karmica, che ci tiene vincolati all'esistenza condizionata, e prigionieri della sofferenza, occorre andare al di là di ogni attaccamento, e questo era appunto il senso delle pratiche ascetiche degli eremiti della foresta.  Siddhartha, si dedicò dunque con estremo rigore a queste pratiche, digiunando, dormendo sulla nuda terra, meditando incessantemente, fino a ridursi allo stremo delle forze e a un soffio dalla morte.  Invano, malgrado tutti i suoi sforzi, la porta della liberazione restava ostinatamente chiusa.  Finché giunse a perdere ogni speranza.  Capace appena di trascinarsi, si sedette ai piedi di un albero.  Tutto era vano.  Cessato ogni sforzo, caduto anche il desiderio della liberazione, si abbandonò semplicemente al puro 'esserci'.  Senza più cercare nulla, senza più sperare nulla, senza più desiderare nulla, Siddhartha semplicemente restò seduto ai piedi dell'albero. Era la notte della prima luna piena di primavera.  Una giovane contadina, scambiando quella figura per un dio, gli portò delle offerte di cibo.  Poiché il suo digiuno non aveva più ragione di essere, Siddhartha mangiò, possiamo immaginare con un sano appetito.  E restò seduto.  In quell'abbandono una pace sconosciuta lo avvolse.  La sua coscienza divenne un lago limpido e immobile, uno specchio vuoto.  E quando la stella del mattino sorse sopra l'orizzonte egli non c'era più.  La fiamma dell'esistenza separata si era spenta in lui.  Ciò che pulsava in lui era il cuore dell'esistenza stessa. 1 suoi occhi erano diventati finestre sull'infinito.  Non c'era più in lui alcuna resistenza all'infinita danza della vita/morte/vita.  Nulla che si ponesse come separato rispetto al tutto.  Non c'era più un io, ma solo una presenza, Buddha, 'il risvegliato'.

 

Secondo una leggenda sarebbe stato il dio creatore stesso, Brahma, a convincere Gautama Buddha a prendere la via dell'insegnamento, a cercare di indicare agli esseri umani il cammino della liberazione che egli aveva trovato.  Questo divino intervento allude a una certa paradossale situazione in cui Buddha, come i mistici di ogni luogo e di ogni tempo, venne a trovarsi.  All'esperienza sublime che trascende ogni esperienza, si accompagna la chiara realizzazione che questa perfetta beatitudine è la natura intrinseca di tutti gli esseri.  Ogni essere umano, ogni essere senziente, è potenzialmente un Buddha. É un Buddha addormentato, un Buddha in attesa di svegliarsi.  Il passo che conduce dalla sofferenza alla gioia è brevissimo, anzi, non è nemmeno un passo.  E la beatitudine del Buddha è tanto grande, che vuole essere condivisa, trabocca, si riversa naturalmente verso tutti gli esseri viventi.  Come non condividere con tutti questo destino sublime che appartiene loro di diritto?

Eppure, nello stesso tempo, e qui sta il paradosso, come condividerlo?  Come comunicare un'esperienza che sta del tutto al di fuori della mente, una realtà che può solo essere sperimentata in uno spazio di non-mente?  Con quali parole esprimere l'inesprimibile, quando la mente a cui il linguaggio appartiene è l'ostacolo stesso all'esperienza che si vuole comunicare?  Ogni illuminato, a quanto pare, si trova di fronte a questo dilemma.  Il grande mistico cinese Lao-Tze inizia il suo libro, il Tao Te Ching, dicendo: «Il Tao di cui si può parlare non è l'eterno Tao».

Bisogna perciò, secondo la leggenda, che sia un dio a spingere Buddha a tentare l'impossibile, a comunicare l'incomunicabile, a fare del suo stesso essere un invito, un dito che indica la luna.  Il dito non è la luna e molti si attaccheranno al dito senza vedere la luna.  Ma alcun,i che hanno occhi per vedere, vedranno.  E se anche un solo essere dovesse accogliere l'invito al risveglio, questo basterebbe a giustificare tutta una vita spesa a 'far girare la ruota del dharma', a parlare della legge eterna, dell'eterno essere-così delle cose.

 

Il Dhammapada, il 'cammino dei dharma', è una traccia di questo insegnamento.  Nell'intero vastissimo canone delle scritture buddiste, non abbiamo nulla che possiamo indicare con certezza come testuali parole del Buddha.  Ma non c'è dubbio che questi testi, consegnati alla scrittura parecchio tempo dopo la morte dei maestro, riflettono lo sforzo devoto dei discepoli diretti e di quelli delle generazioni successive, di tramandare il più fedelmente possibile le parole del Buddha.  Significativamente certi testi cominciano con le parole:    «Così ho udito ... » É una locuzione che esprime insieme lo sforzo di fedeltà e l'umiltà di chi riferisce.  Non 'così ha detto Buddha', ma 'così ho udito'.  Fra il messaggio che viene dalla dimensione al di là della mente e quello che la mente è in grado di ricevere e di capire c'è uno iato: «Così ho udito ... »

Il Dhammapada è dunque un 'così ho udito'. É una raccolta, compilata parecchi anni dopo la morte di Buddha (probabilmente fra uno e quattro secoli), di aforismi tramandati e ricordati come parole del maestro.  Non contiene nulla delle elaborate discussioni e narrazioni che caratterizzano i testi più estesi, Qui troviamo solo lapidarie e spesso poetiche affermazioni ed esortazioni, raccolte per temi (la consapevolezza, la mente, la gioia, il piacere, l’ira, eccetera).  Questi 'temi' sono a volte solo metafore ricorrenti (i fiori, le migliaia, l'elefante); a volte è solo la presenza di una certa parola a giustificare la collocazione di un aforisma entro un certo tema.  Non si può dire dunque che si tratti di una raccolta veramente organica.  A volte, inoltre, è lecito supporre che strati di interpretazioni successive si siano sovrapposti a ciò che 'è stato detto'.

Ciononostante questa piccola raccolta contiene un tesoro inestimabile, ci comunica qualcosa del sapore dell'insegnamento di quest'uomo straordinario.  In essa forse più che in ogni altro testo abbiamo la sensazione che Buddha stia parlando a noi direttamente, per 'ammonirci, guidarci, distoglierci dall'errore'.  Ed è probabilmente questa qualità che ha fatto di questo libricino forse il più amato e il più letto dell'intero canone buddista.

 

Per accostarsi all'insegnamento di Buddha

 

É impossibile, in una breve introduzione come questa, dare un'idea anche sommaria dell'insegnamento di Buddha.  Al lettore o alla lettrice che incontrano per la prima volta il pensiero buddista, possono tuttavia essere utili alcune parole di presentazione di certi concetti ricorrenti nel testo che sono parecchio estranei al pensiero occidentale.

 

Il primo e fondamentale di questi concetti è proprio quello di risveglio, bodhi, illuminazione o liberazione.  'Risveglio' presuppone un sonno: il sonno, di cui qui si tratta, non è altro che lo stato della nostra coscienza ordinaria.  La concezione sottostante, è che la nostra ordinaria percezione di noi stessi e del mondo sia fondamentalmente 'illusione'.  Viviamo in un mondo di miraggi e di fantasmi, agiamo tutto un nostro teatro interno di sogni e di proiezioni.

Al centro di questo mondo c'è un'illusione o errore fondamentale: l'illusione dell'esistenza di un 'sé', l'illusione che ci fa credere di esistere come qualcosa di individuato e separato dal tutto. É un po' come se un'onda credesse di esistere separatamente dal mare.  Le onde si raccolgono, si frangono, si rimescolano nel mare.  L’acqua stessa che le forma non è mai la stessa.

 

   L’onda è solo un disegno che emerge e si dissolve nel caleidoscopico movimento complessivo dell'acqua.  Ma, se l'onda si identifica con la propria esistenza separata, essa viene a trovarsi inevitabilmente in una lotta disperata con la realtà della propria impermanenza.  Il sé, che si illude di esistere non può che attaccarsi a tutto ciò che nutre la sua esistenza separata e cercare di respingere tutto ciò che avvicina la sua dissoluzione nel tutto. L’illusione primaria dell'esistenza di un sé, è perciò immediatamente seguita da due movimenti della coscienza: attrazione e repulsione, desiderio e avversione, odio, paura.  L’illusione primaria è il nocciolo di quella che i buddisti caratterizzano come 'ignoranza': uno stato di offuscamento in cui non siamo in grado di percepire la realtà delle cose.  E questa terna, ignoranza, desiderio, avversione, si trova al centro della ruota della vita e della morte, un curioso mandala circolare che descrive simbolicamente il fatale avvicendarsi di nascita, crescita, invecchiamento, morte e rinascita.  Perduti in questo ciclo del samsara, dell'esistenza illusoria, gli esseri si trascinano di vita in vita, inseguendo un sogno impossibile, eternamente prigionieri della disillusione, della sofferenza e della morte.

La più lapidaria enunciazione di questo stato di cose è costituita dalle cosiddette 'quattro nobili verità, di Buddha.  Esse sono: l'esistenza è sofferenza; questa sofferenza ha un'origine; essa ha anche una fine; il cammino che conduce al risveglio porta alla fine della sofferenza.  Cioè: l'illusione di esistere separatamente, ci pone in conflitto con l'effettivo essere-così delle cose e ci pone perciò in una situazione cronica di sofferenza.  Questa sofferenza ha la sua origine nell'ignoranza, nel desiderio e nell'avversione.  Perciò chi va al di là di ogni desiderio e di ogni avversione, chi si risveglia dal sonno dell'ignoranza, trascende ogni sofferenza.  Non è più identificato con il proprio corpo e, anche se il corpo muore, la sua coscienza vive in tutto l'universo.  Ma, la sua coscienza, non è più questo frammento che si è illuso di esistere separatamente e che ha viaggiato di corpo in corpo: essa è semplicemente 'la' coscienza, la coscienza dell'universo, la coscienza del tutto.

 

Può esser utile dire qualche parola anche a proposito del concetto di reincarnazione, che, familiare e naturale in tutto il mondo orientale, è invece fondamentalmente estraneo alla cultura ebraico-cristiana.  L’idea sottostante a questo concetto è quella di karma, secondo cui ogni azione lascia delle tracce sottili nella coscienza di chi la compie, tracce, che a loro volta facilitano il prodursi di certe azioni e di certe circostanze nella vita della persona. Il pensiero orientale assume che questo rapporto di consequenzialità non si limiti all'ambito di una sola vita, ma si estenda anche al di là della morte, in un ciclo di trasmigrazioni che il sé illusorio percorre, sospinto dalla molla del desiderio e dell'avversione e condizionato dalle tracce delle proprie passate azioni ed esperienze.

Non è necessario condividere questo presupposto per cogliere l'essenza del discorso di Buddha.  Dal punto di vista di Buddha, il ciclo delle reincarnazioni, è solo la metafora con cui la mente orientale si rappresenta l'esistenza di un sé separato, mentre il pensiero occidentale, se la rappresenta con la metafora di un'unica vita seguita da un aldilà o dal nulla eterno, secondo le credenze.  Né l'una né l'altra vanno prese sul serio: entrambe descrivono qualcosa che ha comunque un'esistenza soltanto illusoria.  E interessante notare che questo non è soltanto il punto di vista di Buddha, ma anche quello delle più raffinate conoscenze sulla materia di cui disponiamo oggi.  Dal punto di vista della fisica per esempio, l'idea dell'esistenza autonoma di un corpo è del tutto astratta e formale, nel contesto di quel viluppo indivisibile di campi interagenti che è l'immagine della realtà fornita dalle teorie più recenti.

Più vicina alla nostra esperienza diretta, è forse una semplice interpretazione psicologica dell'idea di reincarnazione.  La vita del nostro corpo e della nostra coscienza è un flusso costante: in un certo senso moriamo e rinasciamo ogni momento.  E ogni momento rinasciamo portando con noi le tracce del nostro passato, il nostro karma istante per istante.  In questo senso il Dhammapada è un invito a concentrare tutta la nostra attenzione, tutta la nostra energia, tutta la nostra consapevolezza, tutta la nostra capacità di risveglio in ogni attimo di vita.  Ogni attimo di luce si lascia dietro una scia di luce.  Se in questo istante sei sveglio, attento, cosciente, è più facile che tu sia sveglio, attento cosciente nel prossimo istante.  Usando una metafora cristiana potremmo dire: il paradiso e l'inferno sono qui, sono una realtà immediata, la crei tu stesso attimo per attimo.

 

A volte può sembrare che il Dhammapada abbia toni di negazione della vita nei suoi aspetti concretamente sensibili.  Un enunciato come 'l'esistenza è sofferenza' o l'invito a trascendere ogni desiderio, possono essere letti come negazione della gioia e della bellezza, di questo miracoloso divino caleidoscopio di illusioni in cui viviamo.  E non c'è dubbio che in una parte notevole dell'ortodossia buddista, come del resto di quella cristiana, tutta una dottrina e una pratica sono condizionate da questo approccio anti-vitale.  Ma, fortunatamente, nel buddismo sopravvivono anche tradizioni che leggono il messaggio di Buddha in maniera diversa.  Secondo queste letture l'invito non è a 'rinunciare al mondo', a minimizzare il godimento del corpo e l'esperienza sensibile, a rifugiarsi nell'ascesi, anche se questo può essere un passo utile in una certa fase del cammino.  Non dimentichiamo che Buddha raggiunse la liberazione quando si spinse al di là anche delle sue pratiche ascetiche.

 

Nel buddismo Zen c'è una curiosa serie di dieci immagini, detta 'i dieci tori Zen', che descrive il cammino verso l'illuminazione. Nell'ultima di queste immagini il protagonista, raggiunta l'illuminazione, ritorna verso la piazza del mercato con un recipiente di vino in mano.  Se c'è una rinuncia cruciale nel cammino verso la liberazione, essa non è la rinuncia al mondo, ma la rinuncia al punto di vista dell'io separato, al sofferente egoismo con cui cerchiamo di realizzare i 'nostri' fini.  Ogni altra rinuncia, ogni altra pratica ascetica, come vari aforismi del Dhammapada suggeriscono, è un'arma a doppio taglio: nel sonno dell'io essa può trasformarsi in un nuovo attaccamento, in ambizione spirituale, in un modo per sotterrare conflitti e dubbi.  I più sottile attaccamento, l'ultimo ostacolo, sembra essere proprio il desiderio dell'illuminazione.  Perciò, dice l'ultimo capitolo del Dhammapada, il bramino 'non desidera nulla, né in questo né nell'altro mondo'.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nota del curatore sulla traduzione.  Questa libera versione del Dhammapada è stata condotta su un certo numero di traduzioni inglesi dell'originale pali.  In essa mi sono sforzato di rendere lo spirito piuttosto che la lettera del testo, Buddha insomma ‘così come l'ho udito', piuttosto che il buddismo ,come sta scritto'.

 

Non ho tradotto alcuni termini particolarmente significativi, come dhamma e nibbana, (benché a volte abbia deciso di renderli con una circonlocuzione).  Questi termini li ho dati nella loro forma sanscrita (dharma, nirvana), più familiare agli occidentali rispetto alla forma pali.

 

C'è da aggiungere per concludere che, oltre al Buddha, il Dhammapada propone altre figure come invito e modello.  Una di queste è pandit, il saggio.  Un'altra è arhat, l'illuminato.  Altre due sono il mendicante, bhikshu, e il bramino, brahmin.  Un bramino è un membro della casta sacerdotale indù e bhikshu è ancora oggi il termine che designa il monaco buddista.  Ma la connotazione specifica di questi termini non ha molta importanza nel Dhammapada.  Per lo più essi sono usati in modo quasi interscambiabile per indicare la persona che segue con assoluta dedizione il cammino del dharma, o che è prossima al risveglio, o che l'ha raggiunto.  Questa fluidità può essere frustrante per la mente che classifica e analizza, ma essa ci ricorda che essenzialmente siamo tutti dei Buddha, a qualunque punto del cammino ci troviamo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indice

 

 

Il dito che indica la luna

 

                                                                      I.                   Versi gemelli

                                                                   II.                   La consapevolezza

                                                                III.                   La mente

                                                               IV.                   Fiori

                                                                  V.                   L’inconsapevole

                                                               VI.                   Il saggio

                                                            VII.                   L’illuminato

                                                         VIII.                   Migliaia

                                                               IX.                   Il male

                                                                  X.                   La violenza

                                                               XI.                   La vecchiaia

                                                            XII.                   Te stesso

                                                         XIII.                   Il mondo

                                                        XIV.                   Il risvegliato

                                                           XV.                   La gioia

                                                        XVI.                   Il piacere

                                                     XVII.                   L’ira

                                                  XVIII.                   L’impurità

                                                        XIX.                   Il seguace del dharma

                                                           XX.                   Il cammino

                                                        XXI.                   Versi vari

                                                     XXII.                   La caduta

                                                  XXIII.                   L’elefante

                                                 XXIV.                   La bramosia

                                                    XXV.                   Il bhikshu

                                                 XXVI.                   Il bramino

 

 


I   Versi gemelli

 

1

Siamo ciò che pensiamo. 

Tutto ciò che siamo

è prodotto dalla nostra mente.

Ogni parola o azione

che nasce da un pensiero torbido

è seguita dalla sofferenza,

come la ruota del carro

segue lo zoccolo del bue.

 

2

Siamo ciò che pensiamo.

Tutto ciò che siamo

è prodotto dalla nostra mente.

Ogni parola o azione

che nasce da un pensiero limpido

è seguita dalla gioia,

come la tua ombra ti segue,

inseparabile.

 

3

«Mi ha insultato, mi ha aggredito,

mi ha ingannato, mi ha derubato.»

Se coltivi questi pensieri

vivi immerso nell'odio.

 

4

«Mi ha insultato, mi ha aggredito,

mi ha ingannato, mi ha derubato.»

Abbandonando questi pensieri

ti liberi dell'odio.

 

5

In questo mondo l'odio

non può porre fine all'odio.

Solo l'amore è capace

di estinguere l'odio.

Questa è la legge eterna.

 

6

In questo mondo tutti

siamo destinati a morire. 

Ricordandotene,

come puoi serbare rancore?

 

7

Con la stessa facilità con cui il vento

sradica un fragile albero

le tentazioni trascinano

chi è alla ricerca del piacere,

chi è avido, pigro e debole.

 

8

Ma, come il vento

non riesce ad abbattere una montagna,

nessuna tentazione scuote

chi è desto, energico,

fiducioso e vive semplicemente.

 

9

Se la tua mente non è limpida,

se sei insincero e incapace di controllarti,

invano indossi l'abito giallo.

 

10

Se la tua mente è limpida,

se sei sincero e padrone di te,

ben ti si addice l'abito giallo.

 

11

Confondendo l'essenziale e l'inessenziale

perdi di vista la tua vera natura

e coltivi vani desideri.

 

12

Riconoscendo l'essenziale come tale

e l'inessenziale come tale

ritrovi la tua vera natura

e arrivi all'essenza.

 

13

Come la pioggia penetra in una capanna

il cui tetto non è ben impagliato,

così le passioni si insinuano

in una mente inconsapevole.

 

14

Ma una mente consapevole

è come una capanna

dal tetto ben impagliato.

 

15

Chi fa del male

soffre in questo mondo e nell'altro.

 

16

Chi fa del bene

gioisce in questo mondo e nell'altro.

 

17

Chi fa del male

soffre in questo mondo e nell'altro. 

Soffre contemplando il male che ha fatto

e ancora di più soffre

scendendo nell'oscurità.

 

18

Chi fa del bene

gioisce in questo mondo e nell'altro. 

Gioisce contemplando il bene che ha fatto

e ancora di più gioisce

innalzandosi nella luce.

 

19

Chi recita a memoria le scritture,

ma non le mette in pratica,

è come un mandriano

che conta le vacche altrui. 

Costui non è partecipe

della vita dello spirito.

 

20

Ma se, pur conoscendo solo

una piccola parte delle scritture,

pratichi il dharma,

abbandoni le passioni, l'odio e le illusioni,

coltivi la saggezza e la serenità,

non hai desideri

né in questo mondo né nell'altro,

allora veramente sei partecipe

della vita dello spirito.

 

 

II   La consapevolezza

 

21

La consapevolezza conduce alla vita eterna,

l'inconsapevolezza alla morte.

Chi si è risvegliato alla propria vera natura

non muore.

L’inconsapevole vive come se fosse già morto.

 

22

Il saggio, colui che ha compreso,

trova la sua gioia nella consapevolezza,

trova la sua gioia

nel cammino tracciato dai Buddha.

 

23

Perciò medita con perseveranza

per raggiungere il nirvana,

la libertà ultima.

 

24

Perciò svegliati, osservati,

agisci con purezza e con attenzione

conformemente alla legge eterna

e la tua gloria crescerà.

 

25

Con la consapevolezza,

con la padronanza di sé,

il saggio si costruisce un'isola

che nessun diluvio può sommergere.

 

26

L’inconsapevole agisce distrattamente.

Il saggio invece custodisce la consapevolezza

come il suo tesoro più prezioso.

 

27

Perciò non lasciarti andare all'inerzia

e non lasciarti trascinare dai desideri.

Concentra la tua energia nella meditazione

e scopri la felicità più grande.

 

28

Squarciato il velo dell'inconsapevolezza,

dall'alto della torre della saggezza

il saggio contempla l'umanità sofferente

come chi dalla vetta di una montagna

guarda verso gli abitanti della pianura.

 

29

Attento fra i distratti,

desto fra i dormienti,

il saggio si stacca dalla massa

come un veloce cavallo da corsa.

 

30

Grazie alla consapevolezza

Indra è divenuto signore degli dei. 

Sempre preziosa è la consapevolezza,

sempre rovinosa l'inconsapevolezza.

 

31

Perciò il bhikshu che ama la consapevolezza

e teme il sonno dell'inconsapevolezza

brucia ogni legame

con il fuoco della sua pratica.

 

32

Il bhikshu che ama la consapevolezza

e teme il sonno dell'inconsapevolezza

non può ricadere nell'illusione.

Ha trovato la via verso la liberazione.

 

III   La mente

33

Come il fabbro raddrizza una freccia,

così il saggio governa i suoi pensieri,

per loro natura instabili, irrequieti

e difficili da controllare.

34

I pensieri fremono e si dibattono

per sfuggire alla morte

come pesci tolti alla loro dimora liquida

e gettati sulla terraferma.

35

La padronanza della propria mente,

ribelle, capricciosa e vagabonda,

è la via verso la felicità.

 

36

Il saggio osserva continuamente

i propri pensieri,

che sono sottili, elusivi ed erranti. 

Questa è la via verso la felicità.

37

Pensieri, incorporei ed erranti,

vagano lontano.

Raccoglili nella caverna del cuore

e liberati dalla schiavitù

del desiderio e della morte.

38

Come può una mente agitata

comprendere la legge eterna? 

Se la serenità della mente è turbata,

la saggezza non può manifestarsi.

39

Il risvegliato,

colui la cui mente è serena

e ha trasceso il dilemma del bene e del male,

è libero da ogni timore.

40

Questo tuo corpo è fragile

come un vaso di coccio.

Fai della tua mente una fortezza

e combatti le tentazioni

con l'arma della saggezza.

 

41

Ben presto questo corpo

giacerà sulla terra,

privo di coscienza,

inutile come un ceppo bruciato.

42

Nessuno, neppure il tuo peggior nemico

può nuocerti quanto una mente indisciplinata.

 

43

Ma una mente disciplinata

è un'alleata preziosa.

Nessuno, né tua madre, né tuo padre,

né i tuoi amici,

può esserti di altrettanto aiuto.

 

 

IV   Fiori

 

44

Chi è in grado di andare al di là

di questo mondo

e del mondo della morte

con tutti i suoi dei?

 

45

Tu stesso lo sei,

scegliendo il cammino luminoso del dharma

con la stessa cura

con cui un giardiniere

sceglie i fiori più belli.

 

46

Questo tuo corpo

è come schiuma sulla cresta di un'onda,

nulla più che un miraggio.

Spezza i dardi fioriti del desiderio,

e va dove il re della morte

non può raggiungerti.

 

47

Come un'alluvione trascina via

un villaggio addormentato,

così la morte rapisce

chi è intento a cogliere

i fiori del piacere,

immerso nel sonno dell'inconsapevolezza.

 

48

La morte lo coglie,

prima ancora che sia sazio

dei piaceri che cerca.

 

49

Il saggio si muove nel mondo come un'ape,

che raccoglie il nettare dei fiori

lasciandone intatti la bellezza e il profumo.

 

50

Anziché badare agli errori altrui

osserva i tuoi,

esamina ciò che hai commesso

e ciò che hai omesso di fare.

 

51

Le belle parole di chi non mette in pratica

ciò che predica

sono come fiori colorati,

ma senza profumo.

 

52

Ma le parole sincere di chi vive

la propria verità

sono come fiori colorati e profumati.

 

53

Come da un mucchio di fiori

si possono trarre molte ghirlande,

fa delle occasioni della tua vita

ghirlande di nobili azioni.

 

54

Per quanto penetrante,

il profumo del legno di sandalo o del gelsomino

non si propaga controvento.

Ma il profumo della virtù

si propaga in ogni direzione,

raggiunge ogni angolo del mondo.

 

55

Esso è più fine del profumo

del legno di sandalo,

del fiore di loto, del gelsomino.

 

56

Il profumo del legno di sandalo o del gelsomino

non va lontano.

Ma il profumo della virtù

si innalza fino agli dei.

 

57

Le tentazioni non sviano

chi vive nella virtù e nella consapevolezza,

chi ha trovato la libertà nella saggezza.

58

Il loto profumato che rallegra il cuore

cresce nel fango sul ciglio della strada.

59

Così fra i ciechi mortali

il discepolo del Buddha

splende per la sua saggezza.

 

V   L’inconsapevole

 

60

Lunga è la notte per l’insonne,

lungo è il cammino per il viaggiatore stanco,

lungo il vagare attraverso molte vite

per l'inconsapevole

che non ha ancora trovato

la via del dharma.

 

61

Se non trovi una guida

o degni compagni di viaggio,

va solo,

piuttosto che in compagnia degli inconsapevoli.

 

62

L’inconsapevole è roso dall'ansia

per i suoi figli, per i suoi beni.

Ma come possono i figli o i beni appartenergli? 

Lui stesso non si appartiene.

 

63

L’inconsapevole che sa di essere tale

è in parte saggio.

Ma l'inconsapevole che si crede saggio

è uno sciocco incurabile.

 

64

Come può un cucchiaio

percepire il sapore della minestra?

L’inconsapevole può trascorre tutta la vita

in compagnia di un Buddha

senza cogliere il sapore del dharma.

 

65

Ma, come la lingua percepisce subito

il sapore della minestra,

basta un attimo di consapevolezza

in compagnia di un Buddha

per comprendere la via.

 

66

L’inconsapevole è il peggior nemico di se stesso:

le sue azioni cieche producono frutti amari.

 

67

Perché fare ciò di cui ti pentirai?

Perché fare ciò che ti porterà lacrime?

68

Fa ciò di cui non ti pentirai,

fa ciò che ti porterà gioia.

69

Il male fatto nell'inconsapevolezza

può dapprima sembrare dolce come il miele.

Ma i suoi frutti sono amari

e fonte di sofferenza.

 

70

Per mesi puoi cibarti solo

di ciò che sta sulla punta di un filo d'erba.

Ma nessuna pratica ascetica

vale un sedicesimo

di un attimo di comprensione del dharma.

 

71

Come il latte appena munto

non inacidisce subito,

così il male fatto nell'inconsapevolezza

cova come fuoco sotto la cenere.

 

72

Il sapere non giova all'inconsapevole;

nella sua cecità, l'uso che ne fa

si ritorce contro di lui.

 

73

L’inconsapevole aspira al prestigio,

al predominio sugli altri monaci,

al potere nel monastero.

 

74

Vuole essere ammirato

per le sue opere,

vuole dettare agli altri

ciò che devono e non devono fare.

In questo modo coltiva in sé

l'attaccamento e l'orgoglio.

 

75

Due sono le vie:

una va verso l'acquisire nel mondo,

l'altra verso la liberazione.

Perciò il discepolo del Buddha

non cerca gli onori,

ma solo la saggezza.

VI   Il saggio

76

Se ti imbatti in un saggio

che ti mostra i tuoi errori

e ti segnala i pericoli del cammino,

seguilo come seguiresti

chi possiede la mappa di un tesoro.

 

77

Lasciati ammonire, lasciati guidare,

lasciati distogliere dall'errore.

Un uomo cosiffatto è amato

da tutti coloro che cercano la verità.

 

78

Non frequentare cattive compagnie.

Cerca l'amicizia di coloro che amano la verità.

79

Bevi alla sorgente del dharma

e vivi nella serenità e nella gioia.

80

Come il contadino incanala l'acqua,

come il fabbro raddrizza le sue frecce,

come il falegname lavora il legno,

così il saggio lavora se stesso.

81

Come una rupe non è scossa dal vento,

egli non è scosso

dall'elogio o dal biasimo degli uomini,

 

82

Nell'udire la verità,

il suo cuore diventa come un lago profondo,

limpido e calmo.

83

Non desidera nulla

e non parla a vuoto.

Qualsiasi cosa gli accada,

nella fortuna e nella disgrazia,

va per la sua strada

senza attaccarsi a nulla.

 

84

Non desidera né figli, né ricchezza, né potere,

per sé o per altri.

Non cerca di imporsi

con mezzi sleali.

 

85

Pochi sono coloro che arrivano all'altra sponda.

La maggior parte degli uomini

si agita su e giù lungo questa sponda.

 

86

Ma coloro che vivono il dharma

arrivano all'altra sponda,

al luogo dove la morte non ha potere.

 

87

Il saggio lascia la via dell'oscurità

per quella della luce.

Lascia la propria casa nel mondo

per dimorare soltanto in se stesso.

 

88

Abbandonando ogni desiderio

e ogni senso di possesso,

purifica il suo cuore

e conosce la gioia.

 

89

Ben radicato nei sette elementi

dell'illuminazione,

libero da ogni attaccamento e appetito,

raggiunge la libertà ultima

e diviene un faro per questo mondo.

 

 

VII   L’illuminato

 

90

Ha portato a termine il suo viaggio.

E’ andato al di là della sofferenza.

Ha spezzato ogni vincolo

e vive in piena libertà.

91

Egli non dimora in alcun luogo,

ma costantemente spicca il volo

come i cigni che lasciano il proprio lago.

 

92

Segue una rotta invisibile

come il volo degli uccelli.

Non accumula nulla

e si nutre di saggezza.

Conosce la libertà ultima.

 

93

Segue una rotta invisibile

come il volo degli uccelli.

Non desidera nulla

e si nutre del vuoto.

Conosce la libertà ultima.

 

94

Ha domato la mente e i sensi,

è libero dall'orgoglio e senza macchia,

è ammirato perfino dagli dei.

 

95

Paziente come la terra,

saldo come una soglia,

trasparente come un lago limpido,

ha trasceso il ciclo della vita e della morte.

 

96

La sua mente è silenziosa,

le sue parole e le sue azioni irradiano pace.

La verità lo ha liberato.

 

97

E’ al di là di ogni fede,

conosce la realtà increata.

Ha tagliato ogni legame,

ha trasceso ogni desiderio,

è andato al di là di ogni tentazione. 

Ha raggiunto l'apice dell'umano.

 

98

Dovunque egli viva,

nel villaggio o nella foresta,

nella valle o sulla collina,

regna la gioia.

 

99

Trova la gioia

anche nella profonda foresta,

non amata dagli uomini,

perché non desidera nulla.

 

 

VIII   Migliaia

100

Meglio di mille vuote parole

è una sola parola che porta la pace.

 

101

Meglio di mille versi vani

è un solo verso che porta la pace.

 

102

Meglio di cento vuote frasi

è una parola del dharma

che porta la pace.

103

Meglio vincere te stesso

che vincere mille battaglie

contro mille uomini.

104

La padronanza di sé

è la vittoria più grande.

105

Né gli dei, né i demoni,

né il cielo, né l'inferno

possono toglierti una simile vittoria.

106

Cent'anni di rituali,

migliaia di sacrifici

non valgono l'onorare

anche solo per un attimo

colui che conosce se stesso.

 

107

Cent'anni trascorsi ad alimentare

il fuoco sacrificale nella foresta

non valgono l'onorare

anche solo per un attimo

colui che conosce se stesso.

 

108

Le offerte di un intero anno,

fatte per acquisire meriti,

non valgono un quarto dell'omaggio

reso al giusto.

 

109

Chi onora e segue il saggio

riceve quattro doni:

vita, bellezza, felicità e forza.

 

110

Meglio vivere un giorno consapevolmente

che cent'anni nell'inconsapevolezza.

111

Meglio vivere un giorno virtuoso e saggio

che cent'anni nell'errore e nell'ignoranza.

 

112

Meglio vivere un giorno totalmente

che cent'anni nell'inerzia e nell'indifferenza.

 

113

Meglio vivere un giorno

consapevoli del sorgere e dell'estinguersi

di tutte le cose.

 

114

Meglio vivere un giorno

consapevoli di ciò che non muore.

 

115

Meglio vivere un giorno

consapevoli del dharma.

 

 

IX   Il male

 

116

Affrettati a fare il bene.

Astieniti dal male.

Se trascuri di coltivare il bene,

il male infesta la tua mente.

 

117

Se ti capita di fare del male,

non ripeterlo,

non lasciare che metta radici in te,

onde non incorrere nella sofferenza.

118

Se ti capita di far del bene,

ripetilo,

lascia che metta radici in te

e ti riempia di gioia.

119

Anche chi ha fatto del male

può gioire

finché le conseguenze del male fatto

non sono maturate.

 

120

Che chi ha fatto del bene

può soffrire

finché il bene che ha fatto

non dà i suoi frutti.

 

121

Non prendere alla leggera

il male che fai,

pensando che non ti tocchi.

Una brocca si riempie

d'acqua che cade goccia a goccia.

 

122

Non prendere alla leggera

il bene che fai,

pensando che non ti tocchi.

Una brocca si riempie

d'acqua che cade goccia a goccia.

 

123    Come un ricco mercante

che viaggia senza scorta

evita un cammino pericoloso,

come chi ama la vita evita un veleno,

così evita il male.

124

Ma una mano senza ferite

può maneggiare veleni senza danno.

Così il male non tocca l'innocente.

 

125

Il male fatto a un innocente

è come polvere gettata controvento. 

Esso si ritorce contro chi lo fa.

126

Alcuni rinascono in questo mondo,

altri all'inferno,

altri ancora in paradiso.

Ma coloro che sono senza macchia

entrano nel nirvana.

 

127

In nessun luogo al mondo,

né in cielo, né in fondo al mare,

né nelle più remote gole montane,

puoi sottrarti alle conseguenze

del male che hai fatto.

 

128

In nessun luogo al mondo,

né in cielo, né in fondo al mare,

né nelle più remote gole montane,

puoi sottrarti al dominio

della morte.

X   La violenza

129

Come te, tutti gli esseri tremano

di fronte alla violenza,

tutti temono la morte. 

Rispecchiandoti negli altri,

non uccidere e non ferire.

 

130

Come te, tutti gli esseri tremano

di fronte alla violenza,

tutti amano la vita. 

Rispecchiandoti negli altri,

non uccidere e non ferire.

131

Chi cerca la propria felicità

ferendo altri esseri

che come lui cercano la felicità

non sarà mai felice.

 

132

Non ferire chi come te

cerca la felicità,

se vuoi essere felice.

 

133

Non ferire con parole crudeli.

La parole irate fanno male

e il dolore che provochi

rimbalza verso di te.

 

134

Immobile e silenzioso

come un gong spezzato

entra nel nirvana,

dove ogni agitazione scompare.

 

135

Come un mandriano con il suo bastone

spinge le vacche al pascolo,

la vecchiaia e la morte

sospingono le creature

verso nuove vite.

 

136

Ma l'inconsapevole non se ne rende conto

e brucia nel fuoco

delle sue proprie azioni.

 

137

Chi ferisce un innocente

o infligge una punizione immeritata

incorre in una di queste dieci calamità.

 

138

Subisce crudeli sofferenze, una grave malattia,

una mutilazione, l'invalidità o la pazzia.

 

139

Oppure viene perseguitato dal sovrano,

viene accusato di un crimine spaventoso,

subisce un lutto o la rovina economica.

 

140

Oppure la sua casa viene distrutta dal fulmine.

E quando il suo corpo si è dissolto

continua a bruciare all'inferno.

 

141

Né la nudità,

né i capelli arruffati,

né il digiuno,

né il dormire sulla nuda terra,

né il cospargersi il corpo di cenere,

né il sedere immobile:

nulla di tutto questo

può liberare chi non è libero dal dubbio.

 

142

Ma chi vive in serenità e purezza,

astenendosi dal nuocere ad alcun essere,

anche se indossa vesti eleganti

è un vero bramino,

un vero asceta, un vero bhikshu.

 

143

Un cavallo ben addestrato

non ha bisogno della frusta.

 

144

Come un cavallo ben addestrato

toccato dalla frusta,

sii ardente e scattante.

Liberati di questa sofferenza

con la meditazione, la consapevolezza,

la saggezza, la virtù, la fiducia

e l'impegno nella ricerca della verità.

 

145

Come il contadino incanala l'acqua,

come il fabbro raddrizza le sue frecce,

come il falegname lavora il legno,

così il saggio lavora se stesso.

 

 

XI   La vecchiaia

146

Di che cosa puoi rallegrarti

mentre il tuo mondo brucia?

Sei immerso nell'oscurità

e non cerchi la luce?

 

147

Guarda questo tuo corpo:

un fantoccio dipinto

che sta insieme in qualche modo,

malato, pieno di ferite,

agitato da fantasie mutevoli e vacue.

 

148

Questo tuo corpo fragile,

malato, putrescente,

destinato, come ogni cosa vivente,

a morire e a dissolversi.

149

Guarda queste bianche ossa,

che un giorno saranno gettate via

come zucche in autunno.

150

Queste ossa costituiscono una fortezza

intonacata di carne e di sangue,

abitata da orgoglio e ipocrisia,

vecchiaia e morte.

151

Anche gli splendidi carri dei re

perdono con il tempo i loro colori.

Così il corpo invecchia.

Ma la legge eterna non invecchia:

questo è l'insegnamento che i saggi

trasmettono ai saggi.

 

152

Chi non impara dalla vita

invecchia come un bue:

la sua carne cresce,

ma non la sua saggezza.

 

153

Innumerevoli vite ho attraversato

cercando invano il costruttore

di questo edificio di ossa e di carne. 

Doloroso è continuare a rinascere.

 

154

Ma ora ti ho trovato, costruttore,

e non ricostruirai mai più questa mia dimora. 

La trave di colmo è spezzata,

le travi sono rotte.

Ogni desiderio è estinto

e la mente riposa nel nirvana.

 

155

Coloro che hanno dissipato

gli anni della loro giovinezza

da vecchi intristiscono

come vecchie gru in un lago senza pesci.

 

156

Giacciono inutili come archi spezzati,

rimpiangendo il passato.

XII   Te stesso

 

157

Se ti ami, osservati.

Veglia durante una parte della notte.

 

158

Prima di mostrare il cammino ad altri

consolidalo in te,

se vuoi evitare la sofferenza.

 

159

Pratica ciò che predichi.

Prima di cercare di correggere gli altri

fa una cosa più difficile:

correggi te stesso.

 

160

Tu sei il tuo solo maestro.

Chi altro può guidarti?

Diventa padrone di te stesso

e scopri il tuo maestro interno.

 

161

L’inconsapevole è spezzato dal male

che lui stesso fa,

come una pietra è spezzata da un diamante.

 

162

E’ soffocato dal male che lui stesso fa

come un albero è soffocato da un rampicante.

Da sé si riduce in uno stato

che solo il suo peggior nemico

potrebbe augurargli.

 

163

E’ difficile

fare ciò che ci è veramente d'aiuto.

E’ facile fare del male,

fare ciò che ci nuoce.

 

164

L’inconsapevole si fa beffe della saggezza,

deride coloro che seguono

la via della consapevolezza

e si perde in false dottrine.

Il frutto delle sue azioni

è la sua rovina,

come avviene per la canna di khattaka,

che muore dopo aver fruttificato.

 

165

Facendo del male,

tu stesso ti corrompi.

Ma facendo del bene,

tu stesso ti purifichi.

Tu sei la fonte

di ogni purezza e di ogni impurità.

Nessuno può purificare un'altra persona.

 

166

Non trascurare il tuo compito

per intraprenderne un altro,

per quanto grande possa essere.

Scopri il tuo compito

e dedicati a esso con tutto il cuore.

 

XIII   Il mondo

 

167

Non perderti nell'inconsapevolezza,

nelle false dottrine,

nelle abitudini del mondo.

 

168

Svegliati, sii consapevole.

Segui gioiosamente la via della virtù

in questa vita e oltre.

 

169

Non seguire la via dell'errore.

Segui gioiosamente la via della virtù

in questa vita e oltre.

 

170

Questo mondo è una bolla di schiuma,

un miraggio.

Coglilo nella sua realtà

e renditi invisibile alla morte.

 

171

Questo mondo è un carro regale

dipinto a vivaci colori.

L’inconsapevole vi si perde.

Ma il saggio resta distaccato.

 

172

Quando una persona

si risveglia alla consapevolezza,

essa illumina il mondo

come la luna che emerge da dietro le nubi.

 

173

Quando una persona

lascia l'errore per la virtù,

essa illumina il mondo

come la luna che emerge da dietro le nubi.

 

174

Il mondo è cieco,

ben pochi hanno occhi per vedere.

Ben pochi sono gli uccelli

che sfuggono alla rete e spiccano il volo.

 

175

Come i cigni si innalzano

e volano verso il sole,

sorretti da una forza invisibile,

così i saggi spiccano il volo da questo mondo,

lasciandosi alle spalle il desiderio e l'illusione.

 

176

Se credi che questo sia l'unico mondo,

se ti fai beffe della verità

e violi la legge eterna,

non c'è errore che tu non possa commettere.

 

177

Un avaro non entrerà mai

nel regno dei cieli.

La generosità non è importante

per l'inconsapevole.

Ma il saggio trova la sua gioia nel condividere.

 

178

Meglio del possesso del mondo intero,

meglio del paradiso,

meglio del dominio su tutti i mondi

è compiere il primo passo

sulla via del risveglio.

 

XIV   Il risvegliato

 

179

L’invincibile, colui che si è risvegliato,

infinita consapevolezza

che non lascia tracce,

da quali parole può essere descritto?

 

180

La rete velenosa del desiderio

non ha più potere su di lui.

 

181

Si è ridestato.

É libero, consapevole,

immerso nella luce

e nella pace gioiosa della meditazione.

Anche gli dei lo invidiano.

 

182

Difficile è ottenere di nascere

come essere umano,

più difficile vivere umanamente,

ancora più difficile incontrare il dharma

ed estremamente difficile risvegliarsi.

 

183

L’insegnamento

di coloro che si sono risvegliati è:

evita il male,

fa il bene,

purifica la tua mente.

 

184

Alla fine del cammino, la liberazione.

Durante il cammino, coltiva la pazienza

che sa attraversare ogni sofferenza.

Non opprimere e non causare dolore ad alcuno.

 

185

Non ferire alcuno

con parole o con atti.

Vivi semplicemente,

mangia con moderazione,

coltiva la solitudine,

purifica la tua mente.

Questo è l'insegnamento dei Buddha.

 

186

Il desiderio di piacere non è saziato

neppure da una pioggia d'oro.

Il saggio sa che per ogni goccia di piacere

esso porta con sé un bagno di dolore.

 

187

Il desiderio di piacere non è saziato

neppure da tutte le gioie celesti.

Perciò il discepolo del Buddha

trova la sua gioia

solo nel bruciare ogni desiderio.

 

188

Spinti dalla paura, gli uomini cercano rifugio

negli eremi montani e nelle foreste,

presso sacri alberi e templi.

 

189

Ma nessuno di questi luoghi

è un rifugio sicuro.

Nessuno di essi

ti mette al riparo dalla sofferenza.

 

190

Prendi rifugio nel Buddha,

nella legge eterna,

nella comunità dei ricercatori.

Comprendi le quattro nobili verità:

 

191

La sofferenza,

l'origine della sofferenza,

la cessazione della sofferenza

e il nobile ottuplice cammino

che porta alla cessazione della sofferenza.

 

192

Questo è un rifugio sicuro.

Questo è un rifugio

che ti mette al riparo dalla sofferenza.

 

193

Rari sono coloro che si risvegliano. 

Fortunata è la casa

dove nasce un Buddha.

 

194

Benedetta è la nascita del Buddha,

benedetto il suo insegnamento,

benedetta la comunità dei ricercatori,

benedetta la loro concordia e determinazione.

 

195

E benedetto è chi onora

il Buddha e i suoi discepoli,

chi onora colui che ha trasceso tutti i mali

e attraversato il fiume della sofferenza.

 

196

Incalcolabile è il merito di chi onora

colui che ha trasceso la paura

e raggiunto la liberazione.

 

 

XV   La gioia

 

197

Vivi nella gioia, vivi nell'amore,

libero dall'odio

anche fra coloro che odiano.

 

198

Vivi nella gioia, vivi nella salute,

libero dalla malattia

anche fra coloro che sono malati.

 

199

Vivi nella gioia, vivi nella serenità,

libero dall'ansia

anche fra coloro che sono ansiosi.

 

200

Vivi nella gioia,

vivi senza possedere nulla,

nutrendoti di gioia

come gli dei risplendenti.

 

201

La vittoria si lascia dietro

una scia di odio,

perché il vinto soffre.

Abbandona ogni pensiero di vittoria e sconfitta

e vivi nella pace e nella gioia.

 

202

Non c'è fuoco come la passione,

non c'è malattia come l'odio,

non c'è dolore come l'esistere nella separazione,

non c'è gioia come la pace.

 

203

L’avidità è il massimo dei mali,

il desiderio è la massima sofferenza.

L’estinzione di ogni desiderio

è la gioia più alta.

 

204

La salute è il massimo bene,

la semplicità è la più grande ricchezza,

la fiducia è la miglior compagna,

il nirvana è la gioia più alta.

 

205

Assapora la dolcezza della meditazione

nella solitudine e nella pace.

Bevi il nettare del dharma

e liberati da ogni paura e attaccamento.

 

206

Gioioso è guardare il volto del Buddha,

gioioso è vivere in compagnia dei saggi.

Beato chi fugge la compagnia degli inconsapevoli.

 

207

Lungo e doloroso è viaggiare

in compagnia degli inconsapevoli,

come viaggiare con un nemico.

Gioioso è trovare nei saggi

la propria famiglia.

 

208

Perciò segui il cammino dei saggi,

dei risvegliati,

dei pazienti,

dei risplendenti,

di coloro che vivono nell'amore e nella virtù,

come la luna segue il cammino delle stelle.

 

 

XVI   Il piacere

 

209

Non lasciare che la ricerca del piacere

ti distragga dalla meditazione

e dal tuo stesso bene.

 

210

Va al di là del piacere e del dispiacere.

Sia cercando il piacere

sia fuggendo il dispiacere

alimenti la sofferenza.

 

211

Non attaccarti a nulla.

La perdita di ciò a cui sei attaccato

è sofferenza.

Chi non nutre attaccamento né avversione

è libero.

 

212

Ogni desiderio

è fonte di dolore e di paura.

Liberati dal desiderio

e non conoscerai dolore né paura.

 

213

Ogni piacere

è fonte di dolore e di paura.

Liberati dal piacere

e non conoscerai dolore né paura.

 

214

Ogni avidità

è fonte di dolore e di paura.

Liberati dall'avidità

e non conoscerai dolore né paura.

 

215

Ogni passione

è fonte di dolore e di paura.

Liberati dalle passioni

e non conoscerai dolore né paura.

 

216

Ogni attaccamento

è fonte di dolore e di paura.

Liberati dall'attaccamento

e non conoscerai dolore né paura.

 

217

Tutti amano chi è virtuoso e saggio,

saldo nel cammino,

sincero e devoto ai suoi compiti.

 

218

Colui la cui sola nostalgia è l'ineffabile,

la cui coscienza è desta

e il cui cuore è libero da ogni desiderio

viene detto uddhamsoto,

“uno che ha risalito la corrente”.

 

219

Con gioia amici e parenti accolgono

chi ritorna dopo lungo tempo

da terre lontane.

 

220

Con la stessa gioia

le tue buone azioni ti accolgono

all'ingresso nella tua prossima vita.

 

 

XVII   L’ira

 

221

Abbandona l'ira, abbandona l'orgoglio,

liberati da ogni attaccamento.

Chi non si appropria di nulla,

chi non è legato ai nomi e alle forme

va al di là della sofferenza.

 

222

Controlla la rabbia

come un buon auriga

governa il suo carro impazzito.

 

223

Vinci l'ira con la delicatezza,

la cattiveria con la bontà,

l'avarizia con la generosità,

la menzogna con la verità.

 

224

Sii sincero,

non lasciarti trascinare dall'ira,

condividi ciò che hai, anche se. è poco.

Queste tre chiavi aprono la porta del cielo.

 

225

Sii padrone del tuo corpo,

non ferire alcun essere

e raggiungerai l'eterna dimora

al di là della sofferenza.

 

226

Sii costantemente consapevole,

osservati notte e giorno,

cerca soltanto la liberazione

e ogni impurità si dissolverà.

 

227

C'è un vecchio detto:

“La gente ti biasima se taci,

ti biasima se parli troppo

e ti biasima se parli troppo poco”. 

Nessuno sfugge al biasimo.

 

228

Il mondo trova sempre modo

di mescolare il biasimo alla lode. 

Così è sempre stato e sempre sarà.

 

229

Ma chi oserà biasimare

l'uomo saggio e virtuoso,

meditativo e immacolato?

 

230

Egli splende come oro puro. 

Perfino gli dei lo lodano.

 

231

Osserva il manifestarsi ~dell'ira

nel tuo corpo.

Sii padrone del tuo corpo,

abitalo con purezza.

 

232

Osserva il manifestarsi dell'ira

nelle tue parole.

Sii padrone delle tue parole,

abitale con purezza.

 

233

Osserva il manifestarsi dell'ira

nei tuoi pensieri.

Sii padrone dei tuoi pensieri,

abitali con purezza.

 

234

Padrone del proprio corpo,

delle proprie parole,

dei propri pensieri,

il saggio è padrone di sé.

 

XVIII   L’impurità

 

235

Sei ora come una foglia secca,

i messaggeri della morte ti sono vicini.

Stai per partire per un lungo viaggio

e non hai fatto alcun preparativo.

 

236

Fa di te stesso un'isola,

affrettati, sii saggio. 

Dissolvi ogni impurità

e raggiungi il cielo degli eletti.

 

237

La tua vita è prossima alla fine,

sei giunto in presenza della morte. 

Non ci sono soste in questo viaggio

e non hai fatto alcun preparativo.

 

238

Fa di te stesso un'isola,

affrettati, sii saggio.

Dissolvi ogni impurità

e va al di là della nascita e della morte.

 

239

A poco a poco,

come il gioielliere

separa le impurità dall'argento,

così il saggio

si libera di ogni impurità.

 

240

Sei consumato dal male che fai

come il ferro é corroso

dalla propria ruggine.

 

241

Una pecca è l'oblio dei sacri testi,

una pecca l'abbandono della casa,

una pecca la pigrizia del corpo,

una pecca il sonno della sentinella.

 

242

Una pecca nella donna è la condotta lasciva,

una pecca in chi dona è l'avarizia,

una pecca in questa e nella prossima vita

è il male fatto.

 

243

Ma la pecca più grande

è l'ignoranza.

o bhikshu!  Liberati di quella macchia

e sarai libero da ogni macchia.

 

244

La vita è facile

per chi è senza vergogna,

impudente come un corvo,

arrogante, corrotto ed egoista.

 

245

Più difficile è vivere

nella modestia, nella purezza,

disinteressatamente e saggiamente.

 

246

Chi uccide, mente, ruba,

chi commette adulterio,

 

247

Chi si ubriaca,

scava la propria fossa

in questa stessa vita.

 

248

Non lasciare che l'avidità

e una vita vissuta male

ti precipitino a lungo nella sofferenza.

 

249

Chi invidia ciò che è dato a un altro

perde la propria pace giorno e notte.

 

250

Sradica in te lo spirito dell'invidia

e vivi in pace giorno e notte.

 

251

Nessun fuoco brucia come la passione,

nessun cappio strangola come l'odio,

nessuna rete è più tenace dell'illusione,

nessun torrente più impetuoso del desiderio.

 

252

É facile vedere i difetti altrui,

più difficile vedere i tuoi.

Vagli i difetti degli altri come la pula,

i tuoi li nascondi

come un baro nasconde un lancio perdente.

 

253

Ergendoti a censore dei difetti altrui

moltiplichi i tuoi.

In questo modo sei ben lontano

dal liberarti delle tue impurità.

 

254

Non c'è alcuna via nel cielo,

la via è dentro di te.

Gli uomini cercano la felicità

nei propri attaccamenti.

Il Tathagata,

“colui che cammina nel semplice essere-così”,

è libero da ogni attaccamento.

 

255

Non c'è alcuna via nel cielo,

la via è dentro di te.

Non c'è nulla di eterno

nel mondo fenomenico,

ma immutabile è la coscienza del Buddha.

 

XIX   Il seguace del dharma

 

256

Se cerchi di realizzare i tuoi fini con la forza

non sei sulla via del dharma. 

Il saggio esamina attentamente

ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

 

257

Nel guidare gli altri

non si serve della forza,

è giusto e imparziale.

Egli viene detto

“guardiano della legge”.

 

258

Un uomo non è un saggio perché sa parlare.

Saggio è chi è paziente,

libero dall'odio e dalla paura.

 

259

Non è un “custode della legge” perché sa parlare.

L’uomo che, pur conoscendo poco le scritture,

vive il dharma nel proprio corpo

e non se ne discosta,

questi è un vero “custode della legge”.

 

260

Non bastano i capelli bianchi

a fare del vecchio un saggio.

Molti invecchiano invano.

 

261

Il vero anziano è colui

in cui abitano verità, giustizia,

non-violenza e autocontrollo,

saggezza e purezza.

 

262

Né le belle parole né il bell'aspetto

possono rendere bella

una persona invidiosa, avida e falsa.

 

263

Sradica in te queste erbacce,

coltiva la saggezza e la purezza

e la tua bellezza risplenderà da sé.

 

264

Non basta il capo rasato a fare un asceta

di chi è bugiardo e indisciplinato.

Come può essere un asceta

chi è schiavo dei propri desideri e attaccamenti?

 

265

Asceta è chi è pronto

a sradicare in sé ogni impurità

e ad acquietare la mente.

 

266

Non basta vivere di elemosina

per essere un bhikshu, un monaco mendicante.

Bhikshu è chi vive il dharma nella sua totalità.

 

267

Bhikshu è chi vive

nella purezza e nella consapevolezza,

al di là del merito e dei demerito.

 

268

Non basta il silenzio a fare un saggio

di chi è inconsapevole e ignorante.

 

269

Saggio è colui che tiene in mano

la bilancia del bene e del male,

che soppesa e sceglie.

 

270

Nobile è colui che non fa del male

ad alcuna creatura vivente.

 

271

Non è grazie ai voti

e ai precetti morali,

né alla sapienza,

né alla pratica della meditazione,

né alla castità e alla solitudine,

 

272

Che puoi ottenere

la beatitudine della liberazione,

irraggiungibile da chi è prigioniero del mondo.

o bhikshu!  Non fermarti

finché non avrai sradicato in te ogni impurità.

 

 

XX   Il cammino

 

273

Il cammino più alto

è il cammino ottuplice.

La verità più alta

è espressa dalle quattro nobili verità.

Lo stato di coscienza più alto

è il non-attaccamento.

La condizione umana più alta

è quella di chi è capace di vedere.

 

274

Questo è il cammino

che purifica la visione.

Seguilo,

se vuoi trascendere la morte.

 

275

Seguendo questo cammino

metterai fine alla sofferenza.

Questo è il cammino che insegno

da quando ho estratto da me

la freccia della sofferenza.

 

276

Ma lo sforzo è tuo.

I Tathagata possono solo indicare la via.

Percorrila, medita

e liberati dalla schiavitù

del desiderio e della morte.

 

277

“Ogni cosa esistente è impermanente”

Comprendendo ciò,

vai al di là della sofferenza.

Questo è il cammino della purezza.

 

278

“L’esistenza è sofferenza”.

Comprendendo ciò,

vai al di là della sofferenza.

Questo è il cammino della purezza.

 

279

“Nessun essere è dotato di un sé”.

Comprendendo ciò,

vai al di là della sofferenza.

Questo è il cammino della purezza.

 

280

Se, benché giovane e forte,

non ti alzi quando è il momento di alzarti,

se sei pigro e inerte,

se sei irresoluto e pieno di pensieri futili,

non troverai il cammino della saggezza.

 

281

Sii padrone delle tue parole,

sii padrone dei tuoi pensieri,

non nuocere ad alcuno con il tuo corpo. 

Quando queste tre vie sono aperte

raggiungi il cammino insegnato dai saggi.

 

282

Meditando coltivi la saggezza,

trascurando la meditazione

la lasci deperire.

Vedendo chiaramente questi due cammini,

volgi i tuoi passi verso la saggezza crescente.

 

283

Taglia l'intera foresta del desiderio,

non il singolo albero:

il pericolo si annida nella foresta.

Tagliati gli alberi e il sottobosco, o bhikshu,

sei sulla via della liberazione.

 

284

Finché c'è in te

una traccia di desiderio sessuale,

la tua mente resta attaccata alla vita

come un vitellino lattante alla madre.

 

285

Taglia ogni autocompiacimento

come coglieresti un fiore di loto autunnale

e percorri la via della pace

insegnata dai Beati.

 

286

“Qui avrò la mia dimora estiva,

qui quella invernale,

qui quella per la stagione delle piogge.”

Cosi l'inconsapevole fa progetti,

senza soffermarsi un attimo

sull'imprevedibilità della morte.

 

287

Ma, come un'alluvione trascina via

un villaggio addormentato,

la morte lo rapisce,

intossicato dall'attaccamento

ai suoi figli e ai suoi beni.

 

288

Né figli, né genitori, né parenti,

possono proteggerti

quando vieni afferrato dalla morte.

 

289

Comprendendo ciò,

affrettati a sgomberare la via

che conduce alla liberazione.

 

 

XXI   Versi vari

 

290

Se abbandonando un piacere minore

ti apri a un piacere immensamente più grande,

lascia il primo per andare verso il secondo.

 

291

Non costruire la tua felicità

sulla sofferenza di un'altra persona

o resterai invischiato nella rete dell'odio.

 

292

Tralasciando di fare ciò che devi,

facendo ciò che non devi,

agendo sconsideratamente e con arroganza,

ti immergi sempre più nell'oscurità.

 

293

Ma, se sei sveglio,

costantemente consapevole del tuo corpo,

se fai energicamente ciò che devi fare,

se ti astieni da ciò che non devi fare,

ogni impurità si dissolve.

 

294

Il risvegliato è senza macchia,

anche se dovesse in passato aver ucciso

suo padre e sua madre,

due re guerrieri

e un regno con tutti i suoi sudditi.

 

295

Il risvegliato è senza macchia,

anche se dovesse in passato avere ucciso

suo padre e sua madre,

due re santi

e un uomo illustre.

 

296

I discepoli di Gautama

sono costantemente svegli e consapevoli.

Giorno e notte la loro attenzione

è concentrata sul Buddha.

 

297

I discepoli di Gautama

sono costantemente svegli e consapevoli.

Giorno e notte la loro attenzione

è concentrata sul dharma.

 

298

I discepoli di Gautama

sono costantemente svegli e consapevoli.

Giorno e notte la loro attenzione

è concentrata sulla comunità dei ricercatori.

 

299

I discepoli di Gautama

sono costantemente svegli e consapevoli.

Giorno e notte meditano sul corpo.

 

300

I discepoli di Gautama

sono costantemente svegli e consapevoli. 

Giorno e notte trovano la loro gioia

nella compassione.

 

301

I discepoli di Gautama

sono costantemente svegli e consapevoli. 

Giorno e notte trovano la loro gioia

nella meditazione.

 

302

É difficile la vita dell'asceta

ed è difficile vivere nel mondo. 

Doloroso è vivere in mezzo agli inconsapevoli,

e vagare nel vortice della vita e della morte. 

Possa il viaggiatore trovare riposo

e non gettarsi più nella sofferenza.

 

303

Chi ha fede, virtù, ricchezza e fama

è onorato dovunque vada.

 

304

I virtuosi risplendono da lontano

      come i picchi dell'Himalaya. 

      Gli uomini senza virtù sono invisibili

      come frecce scoccate di notte.

 

305

Siedi in solitudine.

Riposa in solitudine.

Abita in solitudine.

In solitudine diventa padrone di te stesso

e gioisci dell'estinzione dei desideri.

 

XXII   La caduta

 

306

Colui che afferma il falso,

e colui che nega ciò che ha fatto

entrambi, dopo la morte,

precipitano nello stesso stato

nell'altro mondo.

 

307

Molti indossano l'abito giallo,

ma si comportano in maniera

irresponsabile ed egoistica.

Costoro rinascono all'inferno.

 

308

E meglio per un tale bhikshu

ingoiare una palla di ferro rovente

che vivere della carità dei fedeli.

 

309

Chi commette adulterio

perde meriti, sonno, onore

e infine precipita nell'oscurità.

 

310

Perdita di meriti,

il rischio di una pesante condanna,

la discesa nel buio:

ben misero è il piacere di un uomo spaventato

fra le braccia di una donna spaventata.

 

311

Ma, come anche un filo d'erba maneggiato

male può tagliarti, così anche l'ascetismo vissuto male

può precipitarti nell'oscurità.

 

312

Se agisci sbadatamente,

se osservi i voti meccanicamente,

se rispetti la regola di castità per paura,

la tua disciplina non dà buoni frutti.

 

313

Se una cosa va fatta,

falla con tutta la tua energia.

il monaco svogliato

si copre soltanto di polvere.

 

314

Non fare il male,

che è seguito dalla sofferenza.

Fa il bene,

che non è seguito dalla sofferenza.

 

315

Veglia su te stesso

come su una città fortificata

ai confini del regno.

Non lasciare che un solo momento

trascorra nell'inconsapevolezza.

Coloro che si lasciano sfuggire

il momento presente

precipitano nell'oscurità.

 

316

Coloro che, sviati da false dottrine,

si vergognano di ciò di cui non dovrebbero

e non si vergognano di ciò di cui dovrebbero

precipitano nell'oscurità.

 

317

Coloro che, sviati da false dottrine,

temono ciò che non dovrebbero temere

e non temono ciò che dovrebbero temere

precipitano nell'oscurità.

 

318

Coloro che, sviati da false dottrine,

vedono il male in ciò che non è male

e non vedono il male in ciò che è male

precipitano nell'oscurità.

 

319

Ma chi, vedendo la verità,

sa discernere il bene e il male

percorre il cammino ascendente.

 

XIII   L’elefante

 

320

Sopporterò gli insulti del mondo

come l'elefante sopporta le frecce in battaglia,

perché il mondo è spesso malevolo.

 

321

Domato, l'elefante va in battaglia. 

Domato, l'elefante è cavalcato dal re. 

Colui che ha domato se stesso

è il migliore degli uomini

e sopporta con pazienza gli insulti del mondo.

 

322

Eccellenti sono i muli ben addestrati

e i nobili cavalli di Sindhu e i grandi elefanti di Kunjara. 

Ma ancora più eccellente

è colui che ha domato se stesso.

 

323

Poiché la terra mai calpestata

non si raggiunge sul dorso di questi animali,

ma cavalcando il proprio sé domato.

 

324

Il grande elefante Dhanapala

diventa incontrollabile quando è in calore. 

Legato, rifiuta il cibo

e brama solo il ritorno alla foresta.

 

325

Se sei pigro e goloso,

se ti crogioli nel sonno

come un porco ben sazio,

continuerai a ripercorrere

il cammino dell'utero

sempre di nuovo.

 

326

Questa mia mente,

che un tempo vagava a suo piacimento

da un oggetto all'altro,

in balia di ogni capriccio e desiderio,

la dominerò ora

come il mahout guida l'elefante in calore

con la sua asta uncinata.

 

327

Sii consapevole, osserva i tuoi pensieri. 

Sollevati dalla palude

come un elefante sprofondato nel fango.

 

328

Se incontri un compagno saggio e virtuoso,

condividi con lui il cammino

nella gioia e nella consapevolezza,

superando ogni ostacolo.

 

329

Ma, se non trovi un tale compagno,

piuttosto cammina solo,

come un re che ha rinunciato al proprio regno

o come un elefante nella foresta.

 

330

E meglio vivere soli

che in compagnia degli inconsapevoli.

Cammina solo, puro e senza desideri,

come un elefante nella foresta.

 

331

Felicità è avere amici quando se ne ha bisogno,

felicità è condividere la gioia,

felicità è avere ben vissuto al momento di morire,

felicità è trascendere la sofferenza.

 

332

Felice è la maternità in questo mondo,

felice è la paternità in questo mondo,

felice è la vita dell'asceta in questo mondo,

felice è la vita del bramino in questo mondo.

 

333

Felicità è vivere virtuosamente fino a tarda età,

felicità è una fede salda,

felicità è la conquista della saggezza,

felicità è evitare il male.

 

XXIV   La bramosia

 

334

Nell'inconsapevole

la bramosia cresce come un rampicante.

Egli salta di vita in vita,

come una scimmia alla ricerca di frutti

nella foresta

salta di albero in albero.

 

335

Se sei sopraffatto dal veleno

di questo ardente desiderio

la tua sofferenza cresce

rigogliosa come la gramigna.

 

336

Ma se sottometti la compulsione del desiderio,

difficile da dominare,

la sofferenza scivola via

come una goccia d'acqua su una foglia di loto.

 

337

Perciò vi esorto,

voi tutti che siete qui raccolti:

sradicate il desiderio

come si sradica la gramigna

per trovare la radice di usira,

affinché la morte non vi trascini via

sempre di nuovo,

come un fiume in piena

si porta via le fragili canne

che crescono sulla riva.

 

338

Perché, come un albero tagliato

ricresce sempre di nuovo

se la sua radice è intatta,

così la sofferenza

si riproduce sempre di nuovo

se la radice del desiderio

non è stata estirpata.

 

339

Quando i trentasei torrenti

che scorrono verso i piaceri dei sensi

si precipitano tumultuosi

e i pensieri sono carichi di passione,

la corrente ti trascina via.

 

340

I torrenti del desiderio

scorrono in ogni direzione,

il rampicante della bramosia

ricresce continuamente.

Appena lo vedi spuntare,

sradicalo per mezzo della saggezza.

 

341

Tutti gli esseri cercano i piaceri dei sensi

e vi si attaccano.

Abbracciando quei piaceri e inseguendoli,

essi continuano a ripercorrere

il ciclo della nascita e della morte.

 

342

Spinti dalla bramosia,

gli uomini corrono in cerchi

come lepri inseguite

e la loro sofferenza

si riproduce sempre di nuovo.

 

343

Spinti dalla bramosia,

gli uomini corrono in cerchi

come lepri inseguite.

Perciò, o bhikshu,

se vuoi liberarti delle passioni

trascendi il desiderio.

 

344

Alcuni escono dalla foresta

dei desideri mondani

solo per addentrarsi nella foresta

dei desideri spirituali.

Guardali!  Sono liberi

e corrono di nuovo verso la schiavitù.

345

Il legame più forte

non è una catena di ferro,

né una morsa di legno, né una fune,

ma l'attaccamento a un gioiello,

ai figli, a una donna.

 

346

Il legame più tenace è quello che,

pur essendo morbido,

non si scioglie e ti trascina giù. 

Chi taglia anche questo legame

diventa indifferente ai piaceri dei sensi

e si ritira dal mondo.

 

347

Se sei schiavo delle passioni

resti prigioniero della corrente del desiderio

come un ragno della tela

che lui stesso ha tessuto.

Il saggio arresta la corrente del desiderio,

e, libero da ogni ansia,

va al di là della sofferenza.

 

348

Abbandona passato, presente e futuro.

Attraversa il fiume dell'esistenza

e raggiungi l'altra sponda.

La mente completamente libera,

non ricadrai più

nel ciclo della vita e della morte.

 

349

Se i tuoi pensieri sono carichi di passione,

se la tua mente è agitata

dalla ricerca del piacere,

i tuoi legami si rafforzano sempre più.

 

350

Medita. Rendi silenziosa la tua mente.

Contempla la sofferenza

dell'esistenza fenomenica

e taglia i lacci della morte.

 

351

Colui che ha raggiunto la meta

è libero da ogni ansia,

da ogni passione e desiderio.

Ha spezzato le frecce della sofferenza

e questo è il suo ultimo corpo.

 

352

Colui che è libero

dalla bramosia e dall'attaccamento,

comprende il significato delle parole

e sa servirsene,

viene detto “grande saggio”, “grande uomo”.

Questo è il suo ultimo corpo.

 

353

“Ho vinto, so, sono senza macchia.

Ho rinunciato a tutto

e, distruggendo il desiderio,

mi sono liberato.

Da solo ho trovato la via.

Chi posso chiamare mio maestro?”

 

254

Il dono del dharma è il dono più grande,

il sapore del dharma è il sapore più dolce,

la gioia del dharma è la gioia più grande.

L’estinzione del desiderio

è la fine di ogni sofferenza.

 

255

La sete di ricchezza

schiaccia l'inconsapevole,

non chi è proteso verso l'altra sponda.

Cercando la ricchezza l'inconsapevole

distrugge se stesso e gli altri.

 

256

Come le erbacce soffocano i campi,

le passioni soffocano la natura umana.

Perciò onora chi è libero dalle passioni.

 

257

Come le erbacce soffocano i campi,

l'odio soffoca la natura umana.

Perciò onora chi è libero dall'odio.

 

258

Come le erbacce soffocano i campi,

l'illusione soffoca la natura umana.

Perciò onora chi è libero dall'illusione.

 

259

Come le erbacce soffocano i campi,

il desiderio soffoca la natura umana.

Perciò onora chi è libero dal desiderio. 

 

 

XXV   Il bhikshu

 

360

Sii padrone dei tuoi occhi,

delle tue orecchie,

del tuo naso,

della tua lingua.

 

361

Sii padrone del tuo corpo,

delle tue parole,

dei tuoi pensieri;

sii padrone di te stesso in ogni situazione

e sarai libero dalla sofferenza.

 

362

Chi è padrone delle proprie mani,

dei propri piedi

e della propria lingua,

chi è perfettamente padrone di sé

e gioisce della meditazione e della solitudine,

questi è un vero bhikshu.

 

363

Dolce è ascoltare quel bhikshu

che è padrone della propria lingua,

che parla con saggezza e senza arroganza

e illumina lo spirito del dharma.

 

364

Se il dharma è la tua gioia,

la tua meditazione, la tua devozione,

non smarrirai mai il cammino del dharma.

 

365

Accetta di buon grado ciò che ti è dato

e non invidiare ciò che è dato ad altri.

Non lasciare che l'invidia

turbi la tua meditazione.

 

366

Anche gli dei lodano quel bhikshu

che accetta di buon grado ciò che gli è dato,

per quanto poco sia,

e vive con purezza e totalità.

 

367

É un vero bhikshu colui

che non si identifica con alcun nome o forma,

che non si appropria di nulla

e non si rattrista per ciò che non c'è.

 

368

Vivi nell'amore e nella serenità,

segui fiducioso il cammino del Buddha

e raggiungi il luogo di pace

dove l'esistenza è a riposo.

369

Svuota la tua barca, o bhikshu,

rendila più leggera.

Abbandona le passioni e l'odio

e naviga verso la libertà.

 

370

Elimina i cinque ostacoli,

liberati dei cinque attaccamenti,

sviluppa le cinque virtù.

Chi si è liberato dei cinque legami

è detto oghatinnoti,

“uno che ha attraversato la corrente”.

 

371

Medita, o bhikshu,

non essere negligente.

Non smarrirti nella ricerca del piacere,

non ingoiare la palla di ferro rovente

per poi gridare di dolore.

 

372

Non c'è meditazione

senza profonda percezione,

non c'è profonda percezione

senza meditazione.

Quando entrambe sono presenti,

sei prossimo al nirvana.

 

373

Sovrumana è la beatitudine di quel bhikshu

che penetra nella casa vuota

con la pace nel cuore

e coglie l'essenza del dharma.

 

374

Contemplando il sorgere e lo svanire

degli elementi dell'esistenza fenomenica,

gioisci realizzando l'eterno.

 

375

Questi sono i primi passi del cammino:

padronanza dei sensi,

semplicità,

pratica degli insegnamenti,

coltivare amicizie pure, virtuose, attive.

 

376

Vivi l'amicizia

e svolgi i tuoi compiti.

La tua felicità diverrà sempre più profonda

e metterà fine alla sofferenza.

 

377

Lascia cadere le passioni e l'odio

come il gelsomino lascia cadere

i suoi fiori appassiti.

 

378

Indifferente agli allettamenti del mondo,

metti pace nel tuo corpo,

metti pace nelle tue parole,

metti pace nei tuoi pensieri.

 

379

Risvegliati da te,

sii l'osservatore di te stesso.

Consapevole e autonomo,

vivi felice.

 

380

Tu sei il tuo maestro.

Tu sei il tuo rifugio.

Guida te stesso

come un mercante controlla un cavallo focoso.

 

381

Vivi nella gioia,

segui fiducioso il cammino del Buddha

e raggiungi il luogo di pace

dove l'esistenza è a riposo.

 

382

Il giovane bhikshu

che intraprende il cammino del dharma

illumina il mondo

come la luna che emerge da dietro le nubi.

 

XXVI   Il bramino

 

383

O bramino, con tutta la tua energia

argina la corrente del desiderio,

allontana da te i piaceri dei sensi.

Riconoscendo la fine

di ogni cosa che ha un'origine,

realizza l'increato.

 

384

Raggiungi l'altra sponda

attraverso la meditazione

e la percezione profonda,

dissolvi ogni vincolo

grazie alla conoscenza della verità.

 

385

Va al di là di questa

e dell'altra sponda,

va al di là d'ella paura e di ogni vincolo.

 

386

Colui che medita,

è libero dalle passioni,

è centrato, assolve i suoi compiti,

è senza macchia

e ha raggiunto il bene più alto,

questi è un bramino.

 

387

Il sole splende di giorno,

la luna splende di notte,

il guerriero splende nella sua armatura,

il bramino splende in meditazione.

Ma il Buddha splende radioso

giorno e notte.

 

288

Bramino è chi ha lasciato cadere ogni male,

asceta è chi vive in serenità,

eremita è chi ha eliminato ogni impurità.

 

389

Nessuno aggredisca un bramino,

ma questi, se è aggredito, non si adiri.

Guai a colui che aggredisce un bramino,

ma ancor più al bramino

che riversa la sua ira sull'aggressore.

 

390

Non lasciare che la tua mente

si attacchi al piacere.

Liberando la tua mente

da ogni desiderio di ferire,

avvicini per te la fine della sofferenza.

 

391

Non ferire con le tue azioni,

con le tue parole

e con i tuoi pensieri.

Sii padrone di te sotto questi tre aspetti.

392

Come un bramino onora il fuoco del sacrificio,

così onora colui dalle cui labbra

puoi apprendere il dharma

del perfetto illuminato.

 

393

Né la capigliatura arruffata,

né la casta, né la trasmissione ereditaria

fanno il bramino.

Bramino è colui che vive nella verità,

nella purezza e nel dharma.

 

394

Vani, o sciocco,

sono i capelli arruffati e la pelle di daino.

All'esterno ti atteggi alla purezza

e all'interno sei nell'oscurità.

 

395

Bramino è chi medita

in solitudine nella foresta,

vestito di stracci,

emaciato, con le vene in rilievo.

 

396

Non è la nascita o la ricchezza

a fare il bramino.

É un bramino chi non possiede nulla

e non si attacca a nulla.

 

397

Bramino è chi ha spezzato ogni catena,

non trema,

è andato al di là di ogni attaccamento,

è totalmente libero.

 

398

Bramino è l'illuminato

che ha tagliato ogni fune e correggia,

ha sciolto i lacci,

ha rovesciato il giogo,

ha spezzato le sbarre.

 

399

Benché innocente, sopporta senza rancore

offese e persecuzioni.

La forza del suo spirito

è il suo esercito.

 

400

L’ira non lo tocca.

Non devia mai dal suo cammino.

E puro, senza desideri

e padrone di sé.

Vive nel suo ultimo corpo.

 

401

Su di lui il piacere scivola via

come una goccia d'acqua su una foglia di loto

o come un seme di senape sulla punta di un ago.

 

402

E arrivato alla fine del viaggio,

ha deposto il fardello della sofferenza,

è libero da ogni attaccamento.

 

403

La sua saggezza è profonda,

sa discernere il giusto cammino,

ha raggiunto la meta suprema.

 

404

Sia fra i monaci

sia fra coloro che vivono nel mondo

resta nella sua solitudine.

I suoi bisogni sono pochi.

 

405

Non esercita la violenza

su alcuna creatura,

mobile o immobile,

non uccide e non causa la morte

di alcun essere.